Soaps in Transmedia (4)


Eccoci alla quarta ed ultima parte del pezzo di Giada Da Ros,  Soaps in Transmedia, che ringrazio ancora per questo interessante approfondimento su un genere televisivo che raramente viene associato alle nuove modalità di narrazione distribuita…

Per chi se le fosse perse, qui ci sono la prima, la seconda e la terza parte.
Buona lettura

Cor.P

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Aggrappati alla rete: Con i primi anni del terzo millennio, l’utilizzo del web si fa sempre più presente anche nel mondo delle soap.
Passions
è la prima soap disponibile su iTunes (nel 2006). Alla serie viene associato Tabloid Truth, un tabloid online  in cui vengono rivelati i segreti dei residenti della cittadina di Harmony dove è ambientata la soap, con piccoli extra narrativi, indizi, giochi e interviste. Sulla stessa linea Springfieldburns.com (2006), legato a Guiding Light e Restlessstyle.com (2008) un sito che accompagnava la rivista di moda presente nelle puntate di The  Young and the Restless.
Più in generale – come ricorda Elana Levine nel suo ‘What the hell does TIIC mean?’ Online content and the Struggle to Save the Soaps, saggio contenuto nel libro The Survival of Soap Opera  – SoapCity.com, sito ufficiale per The  Young and the Restless, Days of our lives, As the World Turns e Guiding Light è stato uno dei primi esempi di trasmedia storytelling in questo ambito. Vi venivano ad esempio pubblicate le email di Abigail di As the World Turns, che offrivano ai fan un nuovo modo di accedere alla relazione del personaggio con il suo fidanzato, sua madre e altri.
A questo disvelamento ulteriore del vissuto personale dei protagonisti delle soap è associato il diffondersi, in quegli stessi anni, di numerosi blog loro legati: Jessica Buchanan e la sua doppia personalità, Tess di One Life to Live scrivono su Split Reflections; Kendall Hart diventa autrice di Hart to Heart; Luke Snyder di As the World Turns debutta con il Luke Snyder’s blog; Mindy Lewis di Guiding Light scrive online il suo diario; anche Lulu Spencer di General Hospital tra agosto e novembre 2006 sfoga su un blog i suoi dubbi ed il suo dolore per la gravidanza non voluta ed il successivo aborto. Ma uno dei blog più interessanti è quello di Robin Scorpio, lanciato dalla ABC Daytime nel 2005. Di Robin, tra i personaggi principali di General Hospital, era già stato pubblicato un diario cartaceo, di cui ho già parlato. Se in quelle pagine Robin era adolescente, nel blog è una donna adulta che lavora presso l’ospedale e ha una storia d’amore con il collega Patrick Drake. Elana Levine, nel suo saggio sopracitato, analizza approfonditamente questo blog, ritenendolo esemplificativo del difficile rapporto delle soap opera con esperimenti di transmedia storytelling.
Nelle intenzioni degli autori per i fan di General Hospital il blog di Robin dovrebbe essere un’aggiunta alle vicende degli episodi televisivi. La giovane dottoressa riflette su quello che le accade quotidianamente e riempie gli spazi dei periodi in cui non la si vede sullo schermo. A scrivere queste sue riflessioni sono in realtà alcuni assistenti alla sceneggiatura. La reazione dei fan è stata molto negativa: hanno percepito il diario online non come un contenuto in più, ma come qualcosa di loro negato sul piccolo schermo. Questa reazione va inquadrata nella particolare evoluzione di General Hospital e di un personaggio storico come Robin, una veterana, legata narrativamente all’ospedale, che sullo schermo viene messa in secondo piano. Se infatti alle origini della serie le vicende erano centrate sull’ambiente ospedaliero – il titolo della soap è dopotutto General Hospital – da vent’anni a questa parte il focus si è spostato sulla malavita. Il mafioso Sonny Corinthos e il suo enforcer Jason Morgan, sono il fulcro del programma, con forte disappunto dei fan storici che disprezzano in se stessa la scelta di dare tale rilievo diegetico a imprese criminali, ed ancor più il fatto che questa scelta sia avvenuta a discapito di personaggi di lungo corso come Robin, per la quale i fan hanno percepito il blog come una volontà degli autori di relegarla su un palco secondario.

Lo scontro tra i fan e gli autori diventa ancor più acceso quando Robin apre un vlog – un video blog – più direttamente legato alle vicende degli episodi televisivi.

Rimasta incinta e single, Robin decide di aprire il vlog alla ricerca di un dialogo e di un supporto da parte di altre mamme o future tali. Ma mentre nel blog ha fatto riferimento al vlog diegetico, in quest’ultimo non citava il primo, quasi esistessero in due mondi narrativi paralleli, cosa che è risultata poco convincente per gli appassionati. In secondo luogo, le vicende del vlog sono sembrate una sorta di reazione della produzione ai commenti critici che il pubblico postava sul blog. La percezione in questo senso è stata molto intensa quando in uno dei video Robin inizia leggendo commenti cattivi dallo schermo del computer, brontolando, ‘Che cosa cazzo significa TIIC?’. TIIC, sta per The Idiots in Charge/Gli Idioti in Carica, ed è un acronimo comunemente usato nei fanforum per criticare le scelte dell’industria televisiva, gli sceneggiatori, i produttori e i dirigenti del network, quando si ritiene abbiano tradito o sprecato il vero potenziale della serie, e quindi, in questo caso, di General Hospital.
I fan online hanno dibattuto sull’intenzione del riferimento, concordando sul fatto che, in un vlog dedicato alla gravidanza, non ci sarebbe stata ragione di usare l’acronimo ‘TIIC’ se non per riferirsi in maniera polemica al dibattito tra i fan della soap, molti dei quali si sono sentiti insultati da un atteggiamento di questo tipo, mentre altri lo hanno percepito come un piccolo segnale di ascolto nei confronti della loro indignazione. In ogni caso il risultato finale di questo tentativo di espansione transmediale è stato l’istaurarsi di una dinamica tra pubblico e produzione decisamente contro producente per le sorti del programma.
Un’altra tecnica frequentemente utilizzata per espandere lo storytelling delle soap è la cross-impollinazione (o crossover) tra più serie. Ogni daytime drama ha (o dovrebbe avere) una sua precisa identità, che lo distingue dagli altri; allo stesso tempo sono molti gli attori che hanno interpretato lo stesso personaggio in più soap  – ad esempio Jeremy Hunter, di All My Children e Loving; Angie e Frankie Hubbard di All My Children e The City; Marco Dane, di One Life to Live e General Hospital; Sheila Carter e Lauren Fenmore, di The  Young and the Restless e The Bold and the Beautiful; Rae Commings, in All My Children, One Life to Live, General Hospital e Port Charles, solo per citarne alcuni –  quasi esistesse una soaplandia, esplorabile anche lungo percorsi transmediali. In questo senso l’idea probabilmente più ambiziosa è stata quella di L.A. Diaries, un drama online in 9 puntate,  in cui sullo sfondo di un’assolata California si incontrano due personaggi appartenenti a due show diversi, Amber (Adrienne Frantz) di The  Young and the Restless  (e in precedenza di The Bold and the Beautiful, di per sé) e Alison (Marnie Schulenberg) di As the World Turns, che fanno amicizia e decidono di condividere un appartamento.

Un secondo tentativo è stata la campagna della ABC Daytime “What if”, “Che cosa succederebbe se”… se personaggi di soap diverse si incontrassero? Che cosa farebbero e che cosa si direbbero? Su Soapnet.com ed ABC.com sono andati in onda dieci webisode con la regia di Frank Valentini (produttore esecutivo di One Life to Live) che prendevano in considerazione diversi scenari. A un fan basta pensare ad un incontro fra Sonny Corinthos di General Hospital e Erica Kane di All My Children, o Ryan Lavery di All My Children e Carly Jacks di General Hospital (e molti altri il cui elenco trovate qui) per immaginarsi illimitati e succosi sviluppi narrativi. In effetti la reazione a questi prodotti è stata generalmente positiva, anche grazie alla cura dei dettagli che ne ha caratterizzato la realizzazione. La descrizione di una scena (scritta da Sara Saebi) aiuta a rendere l’idea: John McBain (Michael Easton) di One Life to Live e Sam McCall (Kelly Monaco) di General Hospital sono ammanettati l’uno all’altra, ed entrano in un ascensore. Sulla parete c’è un manifesto pubblicitario di quello che sembra un duo canoro, Caleb e Livvie. Gli appassionati riconosceranno nei nomi quelli dei due personaggi interpretati rispettivamente da Easton e Monaco quando recitavano insieme nella soap Port Charles (uno spin-off di General Hospital), dove erano amanti. Non solo, il riferimento ha anche senso perché Caleb in Port Charles era un vampiro con un gruppo musicale suo. Il citazionismo autorefenziale è ribadito quando John dice a Sam che lei gli sembra familiare, e Sam gli risponde che forse si conoscevano in una vita precedente. Dettagli che fanno spesso la gioia dei fan più accaniti.

Alla ricerca di un porto Franco: Affascinante ed assolutamente sui generis, oltreché ottima occasione di riflessione su che cosa costituisca il transmedia storytelling, e se si possa azzardare l’idea di una meta-transmedia storytelling è, dal 2009, la reiterata presenza di James Franco in General Hospital. La star hollywoodiana ha chiesto di potervi recitare intendendo il suo ruolo come una forma di performance art, come ha spiegato lui stesso in un articolo sul Wall Street Journal, A Star, a Soap and the Meaning of Art: “Finalmente mi sono tuffato e ho messo alla prova me stesso con la forma [espressiva della performance art], quando ho firmato per apparire in 20 episodi di General Hospital nel ruolo dell’artista bad-boy Franco. Ho violato la sospensione dell’incredulità del pubblico, perché non importa quanto a fondo io sia entrato nel personaggio, sarei stato comunque percepito come qualcosa che non appartiene al mondo incredibilmente stilizzato delle soap opera. Chiunque guardi vedrebbe un attore che riconosce, una persona reale in un mondo finto. Nella performance art, il risultato è incerto – e questa non fa eccezione. La mia speranza è che le persone si chiedano se le soap opera siano veramente così distanti dall’intrattenimento che è considerato legittimo dalla critica. Che lo facciano davvero è al di là del mio controllo”.

James Franco interpreta perciò Franco, un artista che è affascinato da Jason Morgan, un mafioso. Franco considera arte le imprese di Jason. Nella vita reale, in corrispondenza con le vicende della soap, James Franco realizza una performance al Pacific Design Center di Los Angeles, intitolandola Soap at MOCA, MOCA perché a presentarlo era il Museum of Contemporary Art e Soap perché la performance veniva filmata live come puntata di General Hospital.

Con l’aiuto di Jeffrey Deitch – il direttore del MOCA, che fa un cameo in un episodio – Franco organizza uno show chiamato Francophrenia in una ampia piazza esterna del Pacific Design Center ricreandovi, fra le altre cose, le scene delle sue precedenti installazioni d’arte: la sua galleria a Port Charles (la città finzionale dove è ambientato General Hospital); il suo studio, dove una volta ha imprigionato una donna in una scatola da esposizione e ha minacciato di ucciderla in nome dell’arte (Francophrenia su The New Yorker).

In un intricato gioco di rimandi meta testuali, le linee narrative della performance art e della soap si fondono fra loro diventando, al contempo, l’una estensione transmediale dell’altra.

Conclusioni: Se le soap opera americane del daytime non sono morte, sono sicuramente agonizzanti. Nel 2012 ce ne saranno in onda solamente quattro. The Young and the Restless/Febbre d’amore è la più vista d’America, e sempre sulla CBS, The Bold and the Beautiful/Beautiful può contare sulla forza trainante di un pubblico mondiale. Anche se al momento sembra poco probabile, nel passato rumors avevano riportato l’ipotesi di una fusione dei due programmi, che ne agevolasse (quanto meno dal punto di vista dei costi produttivi) la permanenza in onda. Days of Our Lives/Il Tempo della Nostra Vita è la sola soap trasmessa dalla NBC, ma ad ogni rinnovo di contratto se ne paventa la cancellazione. Dal canto suo General Hospital è la soap più vecchia attualmente in onda (ha esordito nel 1963), e l’unica trasmessa dalla ABC, visto che All My Children/La Valle dei Pini, cominciata il 5 gennaio 1970, ha chiuso i battenti il 23 settembre 2011, e One Life To Live/Una vita da Vivere, cominciata nel 1968, è andata in onda per l’ultima volta lo scorso 13 gennaio 2012.

In uno scenario di questo tipo sono state adottate molteplici strategie di sopravvivenza, tra le quali l’espansione narrativa su piattaforme mediali diversificate ha svolto un ruolo rilevante, pur se spesso perseguita in maniera approssimativa, estemporanea e speculativa.
Recentemente, dopo l’annuncio della cancellazione televisiva di All My Children e One Life To Live, la compagnia Prospect Park si è dichiarata disposta a continuare queste soap sul web, acquistandone i diritti.
Secondo la storica critica del genere, Marlena De Lacroix, la migrazione online è l’ultima strada percorribile per le soap opera americane: “(S)e Prospect Park tratta le sue acquisizioni nel modo giusto, potrebbe rendere le soap molto migliori. Potrebbe farle sembrare fresche e vive di nuovo, ristabilendo il cuore e l’anima che è stata spesso tanto compromessa durante il lungo lento declino”.

Sembra quindi che per sopravvivere le soap opera debbano affrontare un nuovo percorso migratorio: se alle origini si sono trasferite dalla radio alla TV, oggi devono cercare di reinventarsi dalla TV al web.
Questa prospettiva suscita almeno due ulteriori quesiti. In primis ci si deve chiedere se, pur se sul web, le soap non debbano comunque conservare la loro natura essenzialmente monomediale. Uno dei piaceri fondamentali di chi segue queste serie è quello di evadere in una realtà parallela, abbandonandosi alle intricate vicende familiar-sentimentali dei protagonisti.  Una versione più propriamente transmediale delle soap, richiedendo allo spettatore un’attività esplorativa dell’universo finzionale su più piattaforme, mal si coincilierebbe con questo piacere dell’abbandono.

Il secondo aspetto da considerare è l’effettiva attualità delle soap come struttura così concepita, quanto cioè possano ancora avere appeal questo tipo di storie, quando i social network, facebook e twitter in primis, ci offrono una finestra diretta sulla vita personale, sentimentale, se non anche sessuale, di molti protagonisti dell’intrattenimento mainstream.
Il ruolo del web non può quindi essere risolutivo in sè…la rete è solo uno degli ingredienti di un piano di salvataggio dall’esito quanto mai incerto, e ben più complesso di una semplice migrazione mediale.

Giada Da Ros

Soaps in Transmedia (3)


Eccoci alla terza parte del pezzo di Giada Da Ros sulle Soaps in Transmedia…per chi se le fosse perse, qui ci sono la prima e la seconda parte.
Buona lettura

Cor.P

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Da una medium all’altro, alla ricerca del pubblico perduto: Fino alla metà degli anni Settanta il rating delle soap di maggiore successo si mantiene stabilmente al di sopra del 10%, con picchi che in alcuni casi, come per  As The World Turns nel 1963-1964, si avvicinano o superano il 15%. Dalla seconda metà degli anni Settanta si registra una flessione del rating, che rimane comunque, fino alla prima parte degli anni Novanta, superiore all’8%. E’ nella stagione 1994-1995 che la serie di maggiore successo, The Young and the Restless, scende al 7,5%…negli anni successivi l’emorragia di spettatori, per le soap opera del daytime, diventa sempre più massiccia e nella stagione 2010-2011 la soap più seguita (ancora the The Young and the Restless) si attesta al 3,6%.

In questo contesto il fenomeno delle novellizzazioni, di cui ho parlato nel post precedente, rimane rilevante. Ma se negli anni Ottanta il senso di queste operazioni era evidentemente quello di sfruttare su più piattaforme il successo conquistato sul piccolo schermo, a partire dalla seconda metà dei Novanta il tentativo diventa quello di racimolare altrove quel pubblico che in tv si sta via via disperdendo. Dei molti possibili esempi, mi limito a quelli degli ultimi anni. Da Kendal Hart, un personaggio di All My Children, nel 2008 si è avuto Charm!, un roman à clef; a due dei personaggi di As the World Turns/Così Gira il Mondo si devono invece libri che raccontano gli eventi della città: Katie Perretti ha dato alle stampe Oakdale Confidential: Secrets revealed (2006), mentre Henry Coleman scrive The Man from Oakdale (2009), recensito, o comunque commentato, dalla stessa Perretti e da altri personaggi della soap. In merito ecco, ad esempio, il blurb di Margo Hughes, capo della polizia dell’immaginaria cittadina di Oakdale: “Henry Coleman merita di essere arrestato per aver scritto questo libro”.

La vera autrice, Alina Adams, Creative Content Producer per As the World Turns  e Guiding Light, ha pubblicato anche Guiding Light: Jonathan’s Story (2008), dedicato alle vicende del figlio di Reva, interpretato da Tom Pelphrey, nel periodo in cui era fuori dal cast televisivo. Legato alla stessa soap anche il precedente  Lorelei’s Guiding Light: an intimate diary (2002) che svela, come descrive la quarta di copertina, la “Lorelei che gli spettatori del programma non hanno mai visto – la storia e le emozioni, le speranze e i sogni che l’hanno resa la stella di un dramma umano indimenticabile”. L’autrice è Beth Chamberlin, che ne interpreta il personaggio in Sentieri.

Ancora più recente, ed anche in questo caso scritto da un’attrice, Carolyn Hennesy (nota per una serie di libri per pre-adolescenti del ciclo Pandora’s Mythic Misadventures) è The Secret Life of Damian Spinelli (2011) in cui l’hacker di General Hospital, noto come The Jackal, rivela vicende inedite sugli abitanti di Port Charles all’avvocato Diane Miller, che nella serie è interpretato  proprio dalla Hennesy.

Questi libri, di solito non elevatisi oltre il livello di un mediocre romanzo rosa, non hanno avuto un grande successo. I fan li hanno apprezzati solo quando sono li hanno percepiti fedeli al canone delle serie di riferimento, attaccandoli invece in maniera aspra in caso contrario.
In queste circostanze incoerenti, l’espansione narrativa crossmediale può quindi rivelarsi un’arma a doppio taglio, come sottolinea Raquel Gonzales in From Daytime to Night Shift (un saggio nel già citato The Survival of Soap Opera, menzionando il caso dello spin-off General Hospital: Night Shift, in onda per due stagioni (a partire dal 2007), di tredici e di quattordici episodi, sul canale via cavo dedicato SOAPnet, e lanciato come “un grande passo per la ABC verso questo trend di distribuzione online, con il programma accessibile su ABC.com, AOL Video, Verizon’s Soapnetic, iTunes e ABC Mobile”.

Night Shift – ibrido fra soap serale e diurna con episodi autoconclusivi, sul modello di Grey’s Anatomy – riprendeva alcuni personaggi principali dalla matrice General Hospital, introducendone però di nuovi. In onda una volta a settimana, la serie mostrava i personaggi dell’ospedale durante il turno di notte. La seconda stagione, sceneggiata da Sri Rao, venne meglio accolta da pubblico e critica. La prima stagione, scritta da Robert Guza jr, autore della soap madre, aveva invece disorientato il pubblico: secondo Gonzales “i tentativi di riconoscere General Hospital ed il suo spin-off come un unico canone narrativo sono resi impossibili a causa delle contraddizioni fra le loro rispettive storyline e linee di sviluppo dei personaggi […]; capire il canone è cruciale per i fan perché gli spettatori spesso basano il loro ‘capitale culturale’ delle soap sulla conoscenza del canone”.  Due brevi esempi: nello stesso tempo diegetico in General Hospital Jason si trova in un carcere di massima sicurezza, mentre nello spin-off gli viene comminata una pena alternativa, lavorare come inserviente in ospedale; in General Hospital Maxie e Spinelli sono in buona salute, mentre nello spin-off la prima è in arresto cardiaco, e il secondo, dopo essersi sparato ad un piede, si muove con le stampelle…
È evidente come per gli spettatori diventi difficile riconciliare eventi così contradditori. La situazione, per gli spettatori più affezionati, risultò ancor più irritante quando, dopo la chiusura di Night Shift,  alcuni dei nuovi personaggi passarono nel cast di General Hospital, spiazzando chi non aveva visto lo spin-off.

Caso a se stante, bizzarro ed isolato, è quello della sinergia (datata 2006)  tra Guiding Light e la Marvel Comics.  La major dei fumetti inserisce in un albo una storia di otto pagine con Harley che incontrava gli Avengers e i Sinister Six mentre in Sentieri, in uno degli episodi conosciuti come Inside The Light, i personaggi vengono fumettizzati e Harley diventa un’eroina dai super poteri per un giorno, complice una scarica elettrica di corrente che la fa finire in ospedale. “(I)l fumetto è un interessante esempio di trans-media storytelling. Springfield la città comune per antonomasia in cui si svolgono le vicende di Guiding Light, è incorporata senza sforzo nell’universo Marvel (piuttosto che, per dire, far viaggiare gli eroi della Marvel in una dimensione alternativa). Il finale da cliff-hanger serializzato accenna anche alla possibilità di futuri intrecci del plot” (Sudsy Superheroes and Transmedia Storytelling, or, Why Comic Book Heroes Do It Better). Questi intrecci non hanno mai visto un ulteriore sviluppo e l’esperimento, visto ex-post, appare un ennesimo tentativo, occasionale e velleitario,  di rincorrere il pubblico perduto.

Da questo punto di vista sembrano più giustificabili, e meglio concepite, le occasioni in cui la soap torna al suo primo amore, la radio, seppure rimediata in chiave digitale. In questo ambito ha avuto una certa fortuna  The Clarence B&B Update, in cui Brad Sanders, noto al pubblico radiofonico come Cla’ence, fa un sunto settimanale delle vicende di Beautiful in chiave comica, ridoppiando le voci dei personaggi in alcuni flash del programma. L’aggiornamento, nato come sketch comico quotidiano  per Febbre d’amore, è disponibile sul sito di Beautiful. Simile l’idea sviluppata nel 2007 in Sud Africa per parodiare DAYS, con la trasmissione radiofonica (poi podcast) in 75 puntate Days of Our Mornings.

Ovviamente, in questa rincorsa delle soap all’audience perduta, la rete ha avuto un ruolo fondamentale, sul quale mi concentrerò nella quarta parte.

A presto.

Giada Da Ros

Soaps in Transmedia (1)


…Giada Da Ros, di cui potete leggere una breve bio nelle righe sottostanti,  si è recentemente occupata di soap opera nel volume The Survival of the Soap Opera: Trasformations for a New Media Era (University Press of Mississippi, 2010).
Le ho chiesto di contribuire a CrossmediaPeppers con una panoramica in ‘salsa transmediale’ di questo genere televisivo. Ne è uscito fuori un pezzo molto interessante, che analizza uno dei generi fondativi della grande serialità televisiva da una prospettiva piuttosto originale. Ma non sta a me giudicare, quindi non mi dilungo oltre, e lascio subito la parola a Giada. Buona lettura!
English Abstract 

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Giada Da Ros è giornalista pubblicista, collabora da 20 anni con Il Popolo, dove ha una rubrica fissa di presentazione-commento-critica di programmi TV e ha un suo blog, Telesofia, dedicato alle stesse tematiche. Ha scritto su Buffy in Slayage (Issue 13-14), su Una mamma per amica in Screwball Television: Critical Perspectives on Gilmore Girls (Syracuse University Press, 2010), su Queer As Folk, Lost, The L Word, The Vampire Diaries, Tutti pazzi per amore in Ol3Media, rivista accademica online di Cinema, Televisione e Media Studies del Master Cine&TV dell’Università Roma Tre, di cui è co-redattrice dal 2010. Ha anche contribuito a The Survival of the Soap Opera: Transformations for a New Media Era (University Press of Mississippi, 2010) e ha in uscita un saggio su Glee in un volume di prossima pubblicazione per McFarland.

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Per una panoramica in ottica transmediale sulle soap opera americane del daytime è utile prendere le mosse dalle caratteristiche peculiari del genere e del suo ciclo di vita: le soap sono nate, hanno avuto molto successo, e sembra che ora stiano morendo. Questa evoluzione, declinata nello specifico del rapporto  tra soap e transmedialità, consente di individuare tre fasi distinte:

– le origini: le soap in fondo sono nate come esperimento crossmediale, nella loro fase di transito dalla radio alla TV;
– il periodo del gran successo, nel corso del quale venivano garantite ai fan opportunità di fruizione espansa, per nutrirne l’appetito e ricavarne un profitto economico aggiuntivo;
– il declino dei tempi attuali, in cui l’utilizzo di tecniche e di strumenti transmediali è molto più massiccio ed essenzialmente finalizzato ad un tentativo di sopravvivenza.

Quanto invece alle caratteristiche dello specifico genere televisivo, sotto molti aspetti comportano sfide peculiari. Le soap operas sono infatti demanding, esigenti e impegnative.  Seguirle significa dedicar loro, con notevole costanza, una gran quantità di tempo (5 volte a settimana). Allo stesso tempo è praticamente impossibile assistere a tutto quello che viene mandato in onda, il che lascia ampi spazi di manovra per “riempire” il tessuto affabulatorio.

Si sente spesso dire che per capire una soap opera ci vogliano almeno sei mesi di tempo. Inizialmente lo spettatore ha solo una conoscenza superficiale degli accadimenti in corso, che acquisiscono un  significato più ‘pieno’ solo attraverso una fruizione più duratura, approfondita e costante. Come messo in evidenza da Robert C. Allen nel suo Speaking of Soap Operas, il piacere che gli spettatori di soap inseguono non è nel percorso sintagmatico, ovvero nella trama, negli eventi, che sono spesso ripetitivi o appaiono tali allo spettatore casuale, ma nel percorso paradigmatico, nel significato relazionale che quegli stessi eventi assumono, e nella diversa reazione che provocano nei diversi personaggi che vi sono coinvolti.

Ciò che per lo spettatore non iniziato è noioso e uguale a se stesso, per il fan diventa fonte di piacere. Le convenzioni stilistiche e narrative di questo genere sono come la metrica per alcune forme di poesia: ciò che la rendono allo stesso tempo ostica e bella. Queste stesse convenzioni, essendo molto forti, rendono il genere ermetico: è difficile entrarci come pure uscirne, il che rende ancor più complicato fruire del programma su canali diversi da quelli per cui è stato originariamente pensato, circostanza che ha fin qui costituito un ostacolo specifico all’applicazione di tecniche proprie  del transmedia storytelling che, pur ripetutamente sperimentate, non hanno avuto di fatto molta fortuna.

In effetti nelle soap si sono spesso verificati, anche con discreto successo, esempi di crossover, di reciproca impollinazione tra serie diverse. Anche per le fan fiction si è registrata una coinvolta partecipazione dell’audience (del resto i fan delle soap sono riconosciuti come tra i più attivi che ci siano in questo senso). Quando però ci si trasferisce all’interno del canone, alla ricerca di tentativi ufficiali di ampliare la narrazione su piattaforme differenti da quella originaria, quando insomma ci si pone in un’ottica di transmedialità narrativa intesa, con Henry Jenkins, come sistematica declinazione della storia, su “piattaforme mediali multiple, ciascuna delle quali dà il proprio specifico contributo all’intero”, diventa più difficile trovare esempi di successo legati al genere soap…ma proviamo ad andare per ordine…

Le origini: Le soap opera, osservate ai loro albori, possono essere considerate un esempio ante litteram e sui generis di narrazione crossmediale. Prima di diventare televisive ed essere associate – tra il grande pubblico – esclusivamente a questo medium, le soap del daytime erano infatti radiofoniche. Solitamente si fa coincidere la nascita del genere, negli USA, con l’esordio di Painted Dreams, avvenuto sulle frequenze della stazione radio WGN il 20 ottobre 1930. La serie, andata in onda fino al luglio del 1943, venne ideata da una pioniera del genere, Irna Phillips, che avrebbe in seguito realizzato, fra le altre, The Guiding Light, (Sentieri in italiano). Altri retrodatano la nascita del genere a Clara, Lu and Em, il cui debutto radiofonico, avvenuto il 13 giugno 1930, inizialmente in orario serale e solo in seguito in fascia di daytime, era in realtà stato preceduto da quello sulla carta stampata, in una striscia a fumetti in cui venivano narrate le vicende delle tre donne del titolo. A questi due titoli, negli anni Trenta e Quaranta ne sono seguiti numerosissimi altri, di grandissimo successo, attualmente solo in parte recuperabili in CD da collezione.

Poi, all’inizio degli anni Cinquanta, il crescente successo della televisione crea nel mondo delle soap due tensioni contrapposte. Da un lato una spinta all’innovazione, che puntava ad una migrazione transmediale ante litteram, dalla radiofonia al piccolo schermo. In questo senso possiamo ricordare i titoli di Young Doctor Malone e The Road to Life, The Brighter Day e appunto Sentieri, per le quali il passaggio dalle onde radio all’etere avvenne senza soluzione di continuità nel flusso narrativo, condizione che ci permette di parlare – appunto – di una migrazione transmediale delle storie raccontate in queste serie. Dal punto di vista economico questo salto transmediale ha spesso trovato l’appoggio più convinto da sponsor come la Procter & Gamble e Colgate-Palmolive, ma  del resto il sostegno di case produttrici di prodotti per l’igiene domestica e personale – è ben noto – è stato l’elemento da cui il genere ha preso il suo nome (per una deliziosa panoramica sull’evoluzione del marketing P&G dalle soap operas a twitter vi rimando a questo articolo).

Al contempo, soprattutto da parte degli autori, si registrò una certa resistenza all’opportunità di trasferire le serie da un medium all’altro. Le soap radiofoniche erano pensate come programmi per le casalinghe, che potevano seguirle mentre erano impegnate nei lavori domestici. La possibilità di aggiungere il video, e quindi la necessità di focalizzare l’attenzione su uno schermo invece che sulle proprie faccende domestiche, veniva vista con qualche preoccupazione. Per questo motivo Sentieri (ma il discorso vale anche per The Brighter Day) debuttò in TV nel 1952, ma per i primi anni (fino al 1956) rimase in onda anche alla radio. Gli attori all’epoca recitavano live, non venivano pre-registrati. In questo caso, quindi, recitavano le proprie parti due volte, una  per la radio e una per la TV.

Così, anche se l’avvento della televisione garantiva nuove possibilità narrative al genere, la scelta fu quella di mantenersi fedeli agli stilemi radiofonici: «live, episodi quotidiani di 15 minuti, un annunciatore non visibile con voce fuori campo per introdurre e chiudere ogni episodio, musica d’organo per fornire un tema e punteggiare i momenti più drammatici, e ciascun episodio che finiva con un momento narrativo irrisolto, con un finale  ‘cliffhanger’ di venerdì, per motivare il pubblico a tornare il lunedì» (The Museum of Broadcast Communications).

Tutto questo non ha però impedito che, per gli inizi degli anni Sessanta, il passaggio delle soap dalla radio alla TV fosse definitivo, con la pressoché completa scomparsa di quelle radiofoniche…

Ma di questo parlerò nella seconda parte.
A presto.

Giada Da Ros

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