Soaps in Transmedia (3)


Eccoci alla terza parte del pezzo di Giada Da Ros sulle Soaps in Transmedia…per chi se le fosse perse, qui ci sono la prima e la seconda parte.
Buona lettura

Cor.P

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Da una medium all’altro, alla ricerca del pubblico perduto: Fino alla metà degli anni Settanta il rating delle soap di maggiore successo si mantiene stabilmente al di sopra del 10%, con picchi che in alcuni casi, come per  As The World Turns nel 1963-1964, si avvicinano o superano il 15%. Dalla seconda metà degli anni Settanta si registra una flessione del rating, che rimane comunque, fino alla prima parte degli anni Novanta, superiore all’8%. E’ nella stagione 1994-1995 che la serie di maggiore successo, The Young and the Restless, scende al 7,5%…negli anni successivi l’emorragia di spettatori, per le soap opera del daytime, diventa sempre più massiccia e nella stagione 2010-2011 la soap più seguita (ancora the The Young and the Restless) si attesta al 3,6%.

In questo contesto il fenomeno delle novellizzazioni, di cui ho parlato nel post precedente, rimane rilevante. Ma se negli anni Ottanta il senso di queste operazioni era evidentemente quello di sfruttare su più piattaforme il successo conquistato sul piccolo schermo, a partire dalla seconda metà dei Novanta il tentativo diventa quello di racimolare altrove quel pubblico che in tv si sta via via disperdendo. Dei molti possibili esempi, mi limito a quelli degli ultimi anni. Da Kendal Hart, un personaggio di All My Children, nel 2008 si è avuto Charm!, un roman à clef; a due dei personaggi di As the World Turns/Così Gira il Mondo si devono invece libri che raccontano gli eventi della città: Katie Perretti ha dato alle stampe Oakdale Confidential: Secrets revealed (2006), mentre Henry Coleman scrive The Man from Oakdale (2009), recensito, o comunque commentato, dalla stessa Perretti e da altri personaggi della soap. In merito ecco, ad esempio, il blurb di Margo Hughes, capo della polizia dell’immaginaria cittadina di Oakdale: “Henry Coleman merita di essere arrestato per aver scritto questo libro”.

La vera autrice, Alina Adams, Creative Content Producer per As the World Turns  e Guiding Light, ha pubblicato anche Guiding Light: Jonathan’s Story (2008), dedicato alle vicende del figlio di Reva, interpretato da Tom Pelphrey, nel periodo in cui era fuori dal cast televisivo. Legato alla stessa soap anche il precedente  Lorelei’s Guiding Light: an intimate diary (2002) che svela, come descrive la quarta di copertina, la “Lorelei che gli spettatori del programma non hanno mai visto – la storia e le emozioni, le speranze e i sogni che l’hanno resa la stella di un dramma umano indimenticabile”. L’autrice è Beth Chamberlin, che ne interpreta il personaggio in Sentieri.

Ancora più recente, ed anche in questo caso scritto da un’attrice, Carolyn Hennesy (nota per una serie di libri per pre-adolescenti del ciclo Pandora’s Mythic Misadventures) è The Secret Life of Damian Spinelli (2011) in cui l’hacker di General Hospital, noto come The Jackal, rivela vicende inedite sugli abitanti di Port Charles all’avvocato Diane Miller, che nella serie è interpretato  proprio dalla Hennesy.

Questi libri, di solito non elevatisi oltre il livello di un mediocre romanzo rosa, non hanno avuto un grande successo. I fan li hanno apprezzati solo quando sono li hanno percepiti fedeli al canone delle serie di riferimento, attaccandoli invece in maniera aspra in caso contrario.
In queste circostanze incoerenti, l’espansione narrativa crossmediale può quindi rivelarsi un’arma a doppio taglio, come sottolinea Raquel Gonzales in From Daytime to Night Shift (un saggio nel già citato The Survival of Soap Opera, menzionando il caso dello spin-off General Hospital: Night Shift, in onda per due stagioni (a partire dal 2007), di tredici e di quattordici episodi, sul canale via cavo dedicato SOAPnet, e lanciato come “un grande passo per la ABC verso questo trend di distribuzione online, con il programma accessibile su ABC.com, AOL Video, Verizon’s Soapnetic, iTunes e ABC Mobile”.

Night Shift – ibrido fra soap serale e diurna con episodi autoconclusivi, sul modello di Grey’s Anatomy – riprendeva alcuni personaggi principali dalla matrice General Hospital, introducendone però di nuovi. In onda una volta a settimana, la serie mostrava i personaggi dell’ospedale durante il turno di notte. La seconda stagione, sceneggiata da Sri Rao, venne meglio accolta da pubblico e critica. La prima stagione, scritta da Robert Guza jr, autore della soap madre, aveva invece disorientato il pubblico: secondo Gonzales “i tentativi di riconoscere General Hospital ed il suo spin-off come un unico canone narrativo sono resi impossibili a causa delle contraddizioni fra le loro rispettive storyline e linee di sviluppo dei personaggi […]; capire il canone è cruciale per i fan perché gli spettatori spesso basano il loro ‘capitale culturale’ delle soap sulla conoscenza del canone”.  Due brevi esempi: nello stesso tempo diegetico in General Hospital Jason si trova in un carcere di massima sicurezza, mentre nello spin-off gli viene comminata una pena alternativa, lavorare come inserviente in ospedale; in General Hospital Maxie e Spinelli sono in buona salute, mentre nello spin-off la prima è in arresto cardiaco, e il secondo, dopo essersi sparato ad un piede, si muove con le stampelle…
È evidente come per gli spettatori diventi difficile riconciliare eventi così contradditori. La situazione, per gli spettatori più affezionati, risultò ancor più irritante quando, dopo la chiusura di Night Shift,  alcuni dei nuovi personaggi passarono nel cast di General Hospital, spiazzando chi non aveva visto lo spin-off.

Caso a se stante, bizzarro ed isolato, è quello della sinergia (datata 2006)  tra Guiding Light e la Marvel Comics.  La major dei fumetti inserisce in un albo una storia di otto pagine con Harley che incontrava gli Avengers e i Sinister Six mentre in Sentieri, in uno degli episodi conosciuti come Inside The Light, i personaggi vengono fumettizzati e Harley diventa un’eroina dai super poteri per un giorno, complice una scarica elettrica di corrente che la fa finire in ospedale. “(I)l fumetto è un interessante esempio di trans-media storytelling. Springfield la città comune per antonomasia in cui si svolgono le vicende di Guiding Light, è incorporata senza sforzo nell’universo Marvel (piuttosto che, per dire, far viaggiare gli eroi della Marvel in una dimensione alternativa). Il finale da cliff-hanger serializzato accenna anche alla possibilità di futuri intrecci del plot” (Sudsy Superheroes and Transmedia Storytelling, or, Why Comic Book Heroes Do It Better). Questi intrecci non hanno mai visto un ulteriore sviluppo e l’esperimento, visto ex-post, appare un ennesimo tentativo, occasionale e velleitario,  di rincorrere il pubblico perduto.

Da questo punto di vista sembrano più giustificabili, e meglio concepite, le occasioni in cui la soap torna al suo primo amore, la radio, seppure rimediata in chiave digitale. In questo ambito ha avuto una certa fortuna  The Clarence B&B Update, in cui Brad Sanders, noto al pubblico radiofonico come Cla’ence, fa un sunto settimanale delle vicende di Beautiful in chiave comica, ridoppiando le voci dei personaggi in alcuni flash del programma. L’aggiornamento, nato come sketch comico quotidiano  per Febbre d’amore, è disponibile sul sito di Beautiful. Simile l’idea sviluppata nel 2007 in Sud Africa per parodiare DAYS, con la trasmissione radiofonica (poi podcast) in 75 puntate Days of Our Mornings.

Ovviamente, in questa rincorsa delle soap all’audience perduta, la rete ha avuto un ruolo fondamentale, sul quale mi concentrerò nella quarta parte.

A presto.

Giada Da Ros

Soaps in Transmedia (2)


Eccoci alla seconda parte del pezzo di Giada Da Ros sulle Soaps in Transmedia…per chi se la fosse persa, qui c’è la prima parte.
Buona lettura

Cor.P

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Il periodo dei trionfi e le prime incertezze: Il primo esempio di crossmedia storytelling nel daytime drama, lo dobbiamo probabilmente alla soap opera gotica – diventata un cult – Dark Shadows (1966-1971). Uno dei personaggi più amati della soap, il vampiro Barnabas (Jonathan Frid), sarebbe diventato un modello di ispirazione per Angel in Buffy, ma il programma contava anche sulla presenza di streghe, licantropi e dimensioni parallele, diventando la prima soap ad inserire il sovrannaturale all’interno del plot.

La storia, che nella versione originale è tornata sul mercato in VHS prima e in DVD poi, è stata ripresa in televisione nel 1991, in prime time, sulla NBC. Nel 2004 se ne era fatto un nuovo pilot che non è mai diventato una serie intera. A dispetto della sua breve durata come soap, Dark Shadows ha avuto una longevità senza pari su altri media, al cinema prima di tutto, dove si è riproposta con tre film: “House of Dark Shadows” (1970), prodotto e diretto dall’ideatore della soap Dan Curtis, con parte del cast che ha ripreso i ruoli originari; Night of Dark Shadows, pure diretto da Dan Curtis (1971); e Dark Shadows, una pellicola la cui uscita è prevista nel maggio del 2012, con la regia di Tim Burton e Johnny Depp nel ruolo di Barnabas. Da citare anche la novellizzazione: una serie di romanzi, negli anni della messa in onda, sono stati firmati sotto pseudonimo dall’autore canadese Dan Ross a cui sono seguiti due romanzi scritti da Lara Parker, che nella serie interpretava la strega Angelique, disponibili anche come audiolibri; e Dreams of the Dark, scritto a quattro mani, nel 1999, da Elizabeth Massie e Stephen Mark Rainey.

La soap è stata accompagnata anche da due serie a fumetti – la prima di 35 numeri, collegata alla soap originaria, la seconda al remake degli anni ’90 – da una piéce teatrale in scena durante una delle molte convention sulla soap, e da una serie originale di audio drama. Più sul versante merchandising che su quello dell’estensione narrativa, vanno citati anche puzzle, giochi di società, riedizioni in view-master ed oggettistica varia, che contribuiscono a rendere Dark Shadows un esempio solidissimo di televisione convergente, con un’estensione e rinnovo affabulatorio crossmediale che nel genere non trova molti paragoni.

Al di là del prodotto di Dan Curtis, il periodo che va dai Sessanta agli Ottanta è l’età dell’oro delle soap opera: sono molte e riscuotono molto successo, sia nella terra d’origine, dove i rating sono molto alti, sia all’estero. In Italia, la nascita della televisione privata negli anni Ottanta ha un ruolo fondamentale nell’amplificarne il successo, avvantaggiandosene a sua volta.

È il periodo del grande pubblico e, conseguentemente, dei grandi budget, delle location esotiche, della libertà degli sceneggiatori, che non subiscono troppe interferenze dai network  che, soddisfatti dei numeri, mostrano un approccio meno interventista sugli script. Scoppia l’editoria specializzata (Soap Opera Digest, Soap Opera Weekly, Soap Opera Update) e non mancano esempi di divertissement in musical, legati alle trame dei programmi (General Hospital e I want to live in Santa Barbara). Paradossalmente, proprio questo grandissimo successo sul piccolo schermo sembra non far avvertire l’esigenza di espansioni narrative sul altri media. Gli anni Ottanta non sono quindi anni particolarmente fertili in un’ottica di soaps in transmedia.

Una delle rare eccezioni è la nascita di una serie di romanzi rosa, della casa editrice Seltzer, che immette sul mercato delle collane, note come Soaps & Serials, ispirate a sei soap opera del daytime (Febbre d’amore, DestiniSentieriIl tempo della nostra vita, Così gira il mondo e Capitol) e due del primetime (Dallas e Knots Landing). “Seltzer non aveva mai visto una soap opera. Nondimeno, ha intuito che doveva esistere un mercato per libri basati sui programmi. Ha studiato i dati statistici relativi al pubblico delle soap opera e ha domandato se qualcuno avesse mai prodotto una serie continuata di romanzi basati sulle soap. Poi si è rivolto alle compagnie di produzione delle soap opera, per negoziare i diritti di licenza per la pubblicazione di novellizzazioni delle loro serie” (su ABC Soaps – Flashback: Soaps & Serials 1986).

È con l’arrivo degli anni ’90 che il genere comincia a mostrare qualche incertezza. Vengono immesse sul mercato videocassette con spezzoni di diversi episodi, raggruppati secondo uno specifico argomento: Luke and Laura Vol.1: Lovers on the Run e Luke and Laura Vol.2: The Greatest Love of All (volume 2), sunto delle vicende della coppia emblema di General Hospital; tre volumi dei Daytime Greatest Weddings, dedicati rispettivamente ai matrimoni di General Hospital, One Life to Live e All My Children; altre serie di vhs vengono a specifici personaggi di che negli anni hanno mostrato una grande presa sul pubblico: All My Children: All about Erica (sull’iconico personaggio interpretato da Susan Lucci in AMC/La Valle dei Pini), Guiding Light: Reva – The Scarlet Years (sull’eroina interpretata da Kim Zimmer in GL/Sentieri) e Guiding Light: Roger Thorpe – The Scandal Years (sul “cattivo” interpretato da Michael Zaslow in Guiding Light/Sentieri), Daytime’s Most Wanted: Men of Passion, sugli “uomini di passione” delle soap della ABC.

Operazioni di questo tipo possono essere lette in un’ottica transmediale, e non come semplice merchandising, proprio per le peculiarità del genere. Fino al 2000 – anno a partire dal quale la diffusione delle puntate delle soap su piattaforme multiple diventa pratica frequente – le possibilità di recuperare e rivedere episodi passati sono praticamente inesistenti. Rare le eccezioni, come quella di Sunset Beach; interrotto per un paio di settimane nell’estate del 1997 per rimandare in onda puntate nodali. Tuttora, generalmente, eventuali repliche riguardano episodi temporalmente molto vicini a quelli in onda per la prima volta e non ci sono archivi ufficiali a cui accedere per poter vedere il materiale passato. Recuperare episodi diegeticamente (ma anche quanto a data di prima televisiva) lontani nel tempo diventa sostanzialmente impossibile.

Ma le vicende delle soap si radicano fortemente in un passato che è indispensabile conoscere per ricavare quel piacere della costruzione paradigmatica  di cui parlavo nella prima parte, che è tipicamente collegato alla fruizione di questi prodotti. In questo senso, applicando in maniera un po’ più ampia il concetto di transmedia storytelling, la messa in commercio ufficiale di videocassette come quelle descritte costituisce un modo di presentare del materiale di fatto altro rispetto alla narrazione attuale, materiale che la integra e la amplia, rappresentando un’ulteriore declinazione sui generis di crossmedia storytelling. L’editing stesso, operando una selezione ufficiale, recupera al canone ciò che è ritenuto rilevante e ne amplia comunque attraverso un canale diverso da quello televisivo (le VHS) il flusso narrativo.

Per il valore mnemonico che ricoprono, possono essere letti nella stessa maniera, come transmedia memories, anche una serie di libri commemorativi (General Hospital: the Complete Scrapbook, All My Children: the Complete Family Scrapbook, One Life To Live: Thirty Years of Memory, The Young and the Restless: Most Memorable Moments, Guiding Light: the Complete Family Album, As The World Turns: the Complete Family Scrapbook, The Bold and the Beautiful: A Tenth Anniversary Celebration). Negli anni ’90, le novellizzazioni transmediali in senso più stretto sono invece state poche. Vale la pena citare Robin’s Diary: scritto in forma di diario, riprende una delle storyline più significative e potenti di General Hospital: Robin Scorpio, che gli spettatori conoscono fin da bambina piccola, da adolescente si innamora di Michael “Stone” Cates, che muore di AIDS, lasciandola sieropositiva.

Un altro esempio è stato il Patrick’s Notebook. In One Life To Live/Una vita da vivere, il personaggio di Patrick Thornhart, che risulta l’autore di questo libro, si porta dietro un taccuino in cui registra i propri pensieri e le sue poesie preferite. Il volumetto è idealmente quel taccuino, con i suoi pensieri, poesie famose da lui commentate e originali, foto delle soap, e include una audiocassetta in cui l’attore che interpreta Patrick, Thorsten Kaye, legge le poesie in questione.

Nella terza parte, che posterò nella seconda metà di maggio, entreremo con le soap nel nuovo millennio…

A presto.

Giada Da Ros

Soaps in Transmedia (1)


…Giada Da Ros, di cui potete leggere una breve bio nelle righe sottostanti,  si è recentemente occupata di soap opera nel volume The Survival of the Soap Opera: Trasformations for a New Media Era (University Press of Mississippi, 2010).
Le ho chiesto di contribuire a CrossmediaPeppers con una panoramica in ‘salsa transmediale’ di questo genere televisivo. Ne è uscito fuori un pezzo molto interessante, che analizza uno dei generi fondativi della grande serialità televisiva da una prospettiva piuttosto originale. Ma non sta a me giudicare, quindi non mi dilungo oltre, e lascio subito la parola a Giada. Buona lettura!
English Abstract 

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Giada Da Ros è giornalista pubblicista, collabora da 20 anni con Il Popolo, dove ha una rubrica fissa di presentazione-commento-critica di programmi TV e ha un suo blog, Telesofia, dedicato alle stesse tematiche. Ha scritto su Buffy in Slayage (Issue 13-14), su Una mamma per amica in Screwball Television: Critical Perspectives on Gilmore Girls (Syracuse University Press, 2010), su Queer As Folk, Lost, The L Word, The Vampire Diaries, Tutti pazzi per amore in Ol3Media, rivista accademica online di Cinema, Televisione e Media Studies del Master Cine&TV dell’Università Roma Tre, di cui è co-redattrice dal 2010. Ha anche contribuito a The Survival of the Soap Opera: Transformations for a New Media Era (University Press of Mississippi, 2010) e ha in uscita un saggio su Glee in un volume di prossima pubblicazione per McFarland.

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Per una panoramica in ottica transmediale sulle soap opera americane del daytime è utile prendere le mosse dalle caratteristiche peculiari del genere e del suo ciclo di vita: le soap sono nate, hanno avuto molto successo, e sembra che ora stiano morendo. Questa evoluzione, declinata nello specifico del rapporto  tra soap e transmedialità, consente di individuare tre fasi distinte:

– le origini: le soap in fondo sono nate come esperimento crossmediale, nella loro fase di transito dalla radio alla TV;
– il periodo del gran successo, nel corso del quale venivano garantite ai fan opportunità di fruizione espansa, per nutrirne l’appetito e ricavarne un profitto economico aggiuntivo;
– il declino dei tempi attuali, in cui l’utilizzo di tecniche e di strumenti transmediali è molto più massiccio ed essenzialmente finalizzato ad un tentativo di sopravvivenza.

Quanto invece alle caratteristiche dello specifico genere televisivo, sotto molti aspetti comportano sfide peculiari. Le soap operas sono infatti demanding, esigenti e impegnative.  Seguirle significa dedicar loro, con notevole costanza, una gran quantità di tempo (5 volte a settimana). Allo stesso tempo è praticamente impossibile assistere a tutto quello che viene mandato in onda, il che lascia ampi spazi di manovra per “riempire” il tessuto affabulatorio.

Si sente spesso dire che per capire una soap opera ci vogliano almeno sei mesi di tempo. Inizialmente lo spettatore ha solo una conoscenza superficiale degli accadimenti in corso, che acquisiscono un  significato più ‘pieno’ solo attraverso una fruizione più duratura, approfondita e costante. Come messo in evidenza da Robert C. Allen nel suo Speaking of Soap Operas, il piacere che gli spettatori di soap inseguono non è nel percorso sintagmatico, ovvero nella trama, negli eventi, che sono spesso ripetitivi o appaiono tali allo spettatore casuale, ma nel percorso paradigmatico, nel significato relazionale che quegli stessi eventi assumono, e nella diversa reazione che provocano nei diversi personaggi che vi sono coinvolti.

Ciò che per lo spettatore non iniziato è noioso e uguale a se stesso, per il fan diventa fonte di piacere. Le convenzioni stilistiche e narrative di questo genere sono come la metrica per alcune forme di poesia: ciò che la rendono allo stesso tempo ostica e bella. Queste stesse convenzioni, essendo molto forti, rendono il genere ermetico: è difficile entrarci come pure uscirne, il che rende ancor più complicato fruire del programma su canali diversi da quelli per cui è stato originariamente pensato, circostanza che ha fin qui costituito un ostacolo specifico all’applicazione di tecniche proprie  del transmedia storytelling che, pur ripetutamente sperimentate, non hanno avuto di fatto molta fortuna.

In effetti nelle soap si sono spesso verificati, anche con discreto successo, esempi di crossover, di reciproca impollinazione tra serie diverse. Anche per le fan fiction si è registrata una coinvolta partecipazione dell’audience (del resto i fan delle soap sono riconosciuti come tra i più attivi che ci siano in questo senso). Quando però ci si trasferisce all’interno del canone, alla ricerca di tentativi ufficiali di ampliare la narrazione su piattaforme differenti da quella originaria, quando insomma ci si pone in un’ottica di transmedialità narrativa intesa, con Henry Jenkins, come sistematica declinazione della storia, su “piattaforme mediali multiple, ciascuna delle quali dà il proprio specifico contributo all’intero”, diventa più difficile trovare esempi di successo legati al genere soap…ma proviamo ad andare per ordine…

Le origini: Le soap opera, osservate ai loro albori, possono essere considerate un esempio ante litteram e sui generis di narrazione crossmediale. Prima di diventare televisive ed essere associate – tra il grande pubblico – esclusivamente a questo medium, le soap del daytime erano infatti radiofoniche. Solitamente si fa coincidere la nascita del genere, negli USA, con l’esordio di Painted Dreams, avvenuto sulle frequenze della stazione radio WGN il 20 ottobre 1930. La serie, andata in onda fino al luglio del 1943, venne ideata da una pioniera del genere, Irna Phillips, che avrebbe in seguito realizzato, fra le altre, The Guiding Light, (Sentieri in italiano). Altri retrodatano la nascita del genere a Clara, Lu and Em, il cui debutto radiofonico, avvenuto il 13 giugno 1930, inizialmente in orario serale e solo in seguito in fascia di daytime, era in realtà stato preceduto da quello sulla carta stampata, in una striscia a fumetti in cui venivano narrate le vicende delle tre donne del titolo. A questi due titoli, negli anni Trenta e Quaranta ne sono seguiti numerosissimi altri, di grandissimo successo, attualmente solo in parte recuperabili in CD da collezione.

Poi, all’inizio degli anni Cinquanta, il crescente successo della televisione crea nel mondo delle soap due tensioni contrapposte. Da un lato una spinta all’innovazione, che puntava ad una migrazione transmediale ante litteram, dalla radiofonia al piccolo schermo. In questo senso possiamo ricordare i titoli di Young Doctor Malone e The Road to Life, The Brighter Day e appunto Sentieri, per le quali il passaggio dalle onde radio all’etere avvenne senza soluzione di continuità nel flusso narrativo, condizione che ci permette di parlare – appunto – di una migrazione transmediale delle storie raccontate in queste serie. Dal punto di vista economico questo salto transmediale ha spesso trovato l’appoggio più convinto da sponsor come la Procter & Gamble e Colgate-Palmolive, ma  del resto il sostegno di case produttrici di prodotti per l’igiene domestica e personale – è ben noto – è stato l’elemento da cui il genere ha preso il suo nome (per una deliziosa panoramica sull’evoluzione del marketing P&G dalle soap operas a twitter vi rimando a questo articolo).

Al contempo, soprattutto da parte degli autori, si registrò una certa resistenza all’opportunità di trasferire le serie da un medium all’altro. Le soap radiofoniche erano pensate come programmi per le casalinghe, che potevano seguirle mentre erano impegnate nei lavori domestici. La possibilità di aggiungere il video, e quindi la necessità di focalizzare l’attenzione su uno schermo invece che sulle proprie faccende domestiche, veniva vista con qualche preoccupazione. Per questo motivo Sentieri (ma il discorso vale anche per The Brighter Day) debuttò in TV nel 1952, ma per i primi anni (fino al 1956) rimase in onda anche alla radio. Gli attori all’epoca recitavano live, non venivano pre-registrati. In questo caso, quindi, recitavano le proprie parti due volte, una  per la radio e una per la TV.

Così, anche se l’avvento della televisione garantiva nuove possibilità narrative al genere, la scelta fu quella di mantenersi fedeli agli stilemi radiofonici: «live, episodi quotidiani di 15 minuti, un annunciatore non visibile con voce fuori campo per introdurre e chiudere ogni episodio, musica d’organo per fornire un tema e punteggiare i momenti più drammatici, e ciascun episodio che finiva con un momento narrativo irrisolto, con un finale  ‘cliffhanger’ di venerdì, per motivare il pubblico a tornare il lunedì» (The Museum of Broadcast Communications).

Tutto questo non ha però impedito che, per gli inizi degli anni Sessanta, il passaggio delle soap dalla radio alla TV fosse definitivo, con la pressoché completa scomparsa di quelle radiofoniche…

Ma di questo parlerò nella seconda parte.
A presto.

Giada Da Ros

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