Xmp intervista Luca De Santis (3)


lucadesantis2Eccoci alla terza parte dell’intervista a Luca De Santis, che alla fine della seconda rifletteva sul rapporto tra cinema e videogame…

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Xmp: Luca, cosa pensi dei videogiochi inseriti in più ampi universi finzionali di cui contribuiscono a narrare specifici segmenti, senza essere il mero adattamento di quanto già raccontato nella dorsale narrativa principale (solitamente un film o una serie televisiva)?…penso a Lost Via Domus o a Enter The Matrix. Come videogiochi a se stanti funzionano o sono in qualche modo ‘piegati’ alle esigenze del franchise?

Luca De Santis: Ho sempre pensato che questi stratagemmi, questi extras narrativi fossero nati per l’accoglienza negativa che le riduzioni videoludiche dei film hanno quasi sempre avuto; in effetti sono spesso terribili e nel corso del tempo si sono fatte una pessima pubblicità. Del resto riproporre strutture narrative fondate sui colpi di scena e sui set-up che già si conoscono, rende i giochi davvero poco interessanti. Invece prendere bibbie narrative e lavorare in parallelo è un buon trucco per riproporre una storia originale ma con personaggi e ambientazioni già conosciute e apprezzate.

Xmp: Quindi, dal tuo punto di vista, l’enfasi non va posta sul videogioco come ulteriore tassello narrativo di un ben più esteso universo finzionale transmediale…più semplicemente si tratta di una tecnica per ricreare interesse intorno ad un genere videoludico martellato dalla critica…

Luca De Santis: Sì, decisamente!

Xmp:  Come giocano i gaymers? Hanno motivazioni diverse, un diverso stile di gioco?

Luca De Santis: Ah no, su questo siamo davvero tutti uguali. E tutti videoludicamente violenti: più sangue c’è e meglio è!

Xmp: Però nel tuo libro ho letto che il popolo dei videogaymers si approccia a World of Warcraft  puntando più sull’aspetto giocoso e socializzante della gilda, che non è necessariamente vista come una squadra di soldati pronti al combattimento.

Luca De Santis: In quel passaggio cito i risultati di una survey di dieci anni fa. Era la testimonianza di un ambiente molto maschilista, come quello dei videogiocatori. I gamers sono a volte omofobi e il bullismo in rete,  specialmente negli Mmorpg, esiste. Le cose però stanno cambiando e questo libro è un po’ una spinta, una testimonianza, per dire che i videogiochi non sono roba da maschilisti.

Xmp: Cosa pensi delle riappropriazioni grassroot del medium videoludico? Penso ad esempio al machinima ma anche ad alcuni fanmovie ispirati a videogiochi…

Luca De Santis: Da quando il videogame ha lasciato le sale giochi per entrare nei salotti il mezzo è molto cambiato e si è fatto notare non solo per la sua parte estetica ma anche per quella narrativa che, libera dal “metti un altro gettone”, si è avvicinata alle forme che meglio conosciamo, non sostanziandosi più in una serie di morti consecutive ma in un racconto da esplorare. Questo cambiamento ha reso più avvicinabile e riconoscibile un medium che prima era difficile da catalogare e che, essendo nuovo e riassumendo in se tutti gli altri media, è forse il più adattabile ad altri tipi di fruizioni…

Xmp: E nascendo interattivo rende più immediata l’idea di una rielaborabilità da parte dell’utente.

Luca De Santis: Sì, dici bene. In realtà, se pensiamo ai primi videogames per  Commodore 64, c’era un grande riutilizzo del linguaggio BASIC:  si prendeva un gioco e lo si modificava, e questo è un aspetto di interattività che ora si sta riproponendo per esempio con le nuove console che usciranno quest’anno, penso alla OUYA che nasce proprio open source, ovvero “mettete dentro al canale le vostre produzioni”.  Un bellissimo oggetto da 99 dollari, un cubo piccolissimo. Android e iOS hanno un po’ rivoluzionato la programmazione non solo con Unity, ma con tutti gli hardware semplificati per App. Credo che si ritornerà un po’ a quel sottobosco indie che pullulava negli anni Ottanta, e che ora è troppo schiacciato dalle majors.

OUYA

Xmp: A Roma ha aperto da poco il Vigamus, mentre il Moma di New York ha recentemente acquisito alle sue collezioni d’arte 14 videogames, che diventeranno quaranta nel prossimo futuro. Il videogame è l’ottava arte?

Luca De Santis: Oddio ho perso il conto, c’era pure il fumetto! Sicuramente è un arte a sé stante, proprio per il discorso dell’immedesimazione e interazione che nessun altro media ti dà. Ma questa è una discussione molto “calda”; il videogioco è un mezzo che viene studiato solo negli ultimi anni e si sta ancora decidendo quali mezzi utilizzare per la sua critica, se quelli con cui abbiamo criticato cinema, teatro e narrativa o se crearne dei nuovi. Matteo Bittanti per esempio ci va cauto nell’associare arte e videogiochi. Di sicuro il loro valore storico porta a considerazioni artistiche, e ci sono programmatori che hanno creato delle performance artistiche usando proprio il videogioco. Ad esempio Auntie Pixelante, una programmatrice trans gender, ha raccontato la sua transizione con un videogioco, che trovo bellissimo usato in questo modo ed a questi fini.

Xmp: Un libro seminale per chi volesse avvicinare il videogioco come oggetto di studio? o un autore di riferimento…

Luca De Santis: Matteo Bittanti sicuramente è lo studioso italiano più preparato e ho avuto la fortuna di averlo come curatore del mio libro, ma non è per questioni editoriali che scelgo lui. Un libro che invece ho trovato illuminante – molto legato alla semiotica e alla narrazione – è  Semiotica dei videogiochi di Massimo Maietti, davvero indispensabile.

Xmp: Esiste una specificità del mercato videoludico italiano? Tanto dal lato produttivo, quanto da quello delle preferenze dei giocatori.

Luca De Santis: Come factory direi la Milestone per gli AAA; è una realtà internazionale. Il mercato indie ha degli ottimi rappresentanti come Urustar. Ora si assiste ad un grande boom con le applicazioni iOs e Android, vedremo nel prossimo futuro. Dal lato dei giocatori, i risultati delle vendite italiane non differiscono di molto da quelle inglesi o francesi. I casual games, come i giochi WII, sono sempre al primo posto, seguiti da blockbuster come FIFA. Ma la percentuale di giocatori hardcore su PC non accenna a diminuire ed è un bel dato, quello dello zoccolo duro.

Xmp: Vale lo stesso per i gaymers tricolore? Hanno gusti simili a quelli dei loro omologhi d’oltreconfine?

Luca De Santis: L’anno scorso su Geekqueer abbiamo fatto un piccolo sondaggio. I Mmorpg si piazzano come sempre al primo posto: World of Warcraft, con Final Fantasy, rimangono i giochi preferiti. A sorpresa i Pokemon hanno stravinto…ecco, un dato del genere non saprei neppure come leggerlo!

Xmp: Sarebbe interessante capire se i Mmorpg abbiano tra i gaymers una penetrazione maggiore o minore rispetto al mercato etero…fosse maggiore si potrebbe ipotizzare che i gaymers prediligano il lato social del gaming? Al di là della disponibilità di dati statistici in merito, qual è la tua percezione?

Luca De Santis: Credo si prediliga non tanto l’interazione, quanto la libertà di creazione dell’avatar. Sicuramente uno degli elementi principali di un gioco come un Mmorpg è la libertà di essere chi si vuole, lontano dai condizionamenti sociali, in una società nuova e virtuale. Ma più le pressioni sociali contro le persone lgbt diminuiscono (in Italia ce n’è di tempo!) più questa fascinazione, secondo me, è destinata ad estinguersi. Oltre a questo aspetto c’è l’elemento del multiplayer, che sta diventando imprescindibile nella nuova concezione di gioco. Durerà ed entrerà in tutti i generi, non solo negli Rpg, vedi Ruzzle su iPhone…sembrano tutti impazziti.

Xmp: Il futuro del gaming è online?

Luca De Santis: Il presente! Le console sono tutte connesse, anche le portatili. La Nintendo sta posizionando dei wifi spot in tutta italia per il suo 3DS: se lo si lascia spento interagisce con un raggio di 20 metri e continua a raccogliere dati. Ormai il videogame è un oggetto sociale, ben lontano da quello degli anni Ottanta, quando si giocava chiusi nella cameretta; allora era un’esperienza solitaria, ora è assolutamente corale. Io per esempio oggi ho giocato un’ora a Guitar Hero con mio fratello che è a Campobasso, poi un’altra oretta a Just Dance 4 con tre ragazze giapponesi. Due giochi completamente diversi per genere e target, ma che hanno una forte componente multiplayer.

Xmp:Secondo Lance Weiler, uno dei guru del transmedia storytelling, nel futuro prossimo le narrazioni, gli universi finzionali, saranno i veri social network. Oggi lo sono i videogiochi?

Luca De Santis: Storytelling e gioco sono sempre più intrecciati. Prendi Mass Effect: io ho una mia linea narrativa, la seguo, la sviluppo, la cambio a mio piacimento, poi decido di andare a fare una missione in multiplayer e lì intreccio la mia linea narrativa con altri giocatori, non con personaggi pre impostati, ma altri avatar con la propria storia. Questo mi darà un’esperienza sempre diversa e una narrazione sempre soggettiva, mutevole e social. Ho visto la nuova Xbox, che uscirà l’anno prossimo. Il suo kinect rilevatore di movimento prenderà tutta la stanza, che diventerà un ambiente (anche) virtuale. Giocherai nel salotto andando avanti e indietro, interagendo con un universo virtuale ma sensibile, un qualcosa che mi fa fatica solo a pensarla.

Xmp:  …prenderà tutta la stanza… inquietante! La prima cosa che è venuta in mente è 1984 di George Orwell. Due ultime domande. La penultima: tra le domande che ti ho fatto ce n’è una su cui vorresti aggiungere ancora qualcosa?

Luca De Santis: Torno sulla domanda sul videogame come ottava arte. Io immagino che nel futuro, quando il videogioco avrà i suoi mezzi di studio e un assetto meno respingente (solo ora sta mostrando le sue potenzialità come mezzo di intrattenimento per tutti), entrerà in quella che ora viene chiamata “gamification”, ovvero l’utilizzo del gaming per far passare contenuti, esperienze e, perché no, anche arte. Ci sono game designers e art director che fanno dei lavori da lasciare a bocca aperta. Immagino il ritorno delle sale giochi, questa volta declinate in gallerie d’arte videoludica.

Xmp: L’ultima domanda. Come ti ho detto prima dell’intervista, non sono appassionato di videogiochi, e quando i miei amici organizzano serate di tornei a Fifa sulla Playstation declino praticamente sempre. Ritengo tra l’altro che per manovrare la joypad sia necessaria una coordinazione delle dita degna di Eddie Van Halen. Dovessi consigliare un titolo che possa appassionare chi, come me, dai videogiochi non è particolarmente attirato e preferisce leggere un libro o vedere un film?

Luca De Santis: Forse per la mia preparazione da sceneggiatore ho riscoperto negli ultimi mesi vecchi giochi come The Last Express riportato su iphone, o classici come The Curse of Monkey Island. Credo siano giochi dalla componente di immedesimazione fortissima, con una narrazione molto vicina a quella del romanzo, ma la profondità e il coinvolgimento spesso me li fanno preferire anche all’ultimo Pulitzer! Ora però ho citato solo gli ultimi che ho finito…per la settima volta! The Walking Dead,  che quest’anno ha vinto molti premi, è uscito in 5 capitoli (il primo è gratuito), come i vecchi romanzi che venivano pubblicati a puntate. Concludo indicando due trailer che danno un’idea di quello che possono fare i videogiochi, quali magie…

E considera che sono giochi AAA, non indie, quindi blockbuster premiatissimi…

Grazie a Luca De Santis per questa puntuale, stimolante e variopinta esplorazione in salsa Lgbt del mondo dei videogiochi…da Rocky Horror Picture Show a The Walking Dead, passando per Birdo!

A presto.
Cor.P

Xmp intervista Peppino Ortoleva (2)


Eccoci alla seconda parte dell’intervista a Peppino Ortoleva, la cui prima parte avevo postato una settimana fa… c’eravamo fermati su alcune prime considerazioni sui rapporti tra gaming e storytelling, tra gioco e narrazione…da lì riprendiamo. Buona lettura!

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Xmp: la professoressa Milly Buonanno, in un’intervista per questo blog che posterò a breve, ha parlato di ludic transmedia storytelling, sottolineando come questi franchise diano estremo rilievo all’aspetto ludico. La domanda che si pone la Buonanno, e quella che pongo a lei è…quando la componente ludica assume una valenza così rilevante, si può ancora parlare di narrazione?

Peppino Ortoleva: la domanda è ovviamente decisiva e insieme pericolosa. È decisiva perché la distinzione tra narrazione e gioco è radicata nella nostra cultura (ma anche quella tra racconto e teatro lo era, poi è arrivato il cinema) ma non c’è una reciproca esclusione sul piano concettuale. Domanda antica: nel gioco infantile c’è una distinzione così rigida? Dice Vygotskij che il gioco infantile è caratterizzato da situazione immaginaria manifesta e regole nascoste, quello del bambino cresciuto e dell’adulto da situazione immaginaria nascosta e regole manifeste. A mio avviso stiamo recuperando degli aspetti del gioco infantile anche nel mondo adulto, non so se sia un bene… Domanda moderna: Barbie non è un gioco con racconto incorporato? Sappiamo chi è il fidanzato, chi è la sorella, soprattutto ha le tette, quindi ha una storia (la bambola tradizionale non ha un passato perché è più bambina del bambino che ci gioca). Da allora il business del giocattolo è un business narrativo. D’altra parte il racconto va in direzione ludica non solo nel videogame. Da anni mi interrogo sul perché il giallo sia passato dalla soluzione di un enigma (già il più ludico dei modelli narrativi) alla descrizione di una partita, quella giocata tra il detective e il serial killer…

Xmp:…ci sono vari elementi, l’ambientazione generatrice di narrazione, il tentativo di coinvolgere attivamente il pubblico, l’utilizzo di dinamiche scopertamente ludiche (da caccia al tesoro, direi…o detection) che mi sembra mettano in evidenza un ruolo significativo dei videogame, che del resto di molte saghe transmediali, da Matrix fino a Tron, rappresentano segmenti rilevanti…

Peppino Ortoleva: certo e non a caso i videogame sono diventati progressivamente delle sovrapposizioni di un momento più propriamente ludico e di uno più propriamente narrativo, che può costituire l’antefatto (e magari ricollegarsi a un mondo narrativo pre-esistente, vedi Mission Impossible) o magari dare al giocatore il piacere di rivedersi da un certo momento in poi. Ho sempre trovato molto affascinante un brano di Hannah Arendt in cui parla di Ulisse nell’isola dei Feaci: ha vissuto una serie spaventosa di avventure poi il cantore le ri-racconta in musica, e lui piange: questa, dice Arendt, è la storia. Voglio dire che il racconto non necessariamente viene prima del gioco o di altre esperienze, può costituirne la ripresa, e dare loro il senso. C’è un magnifico e famosissimo brano di Vico in cui dice – in estrema sintesi – che il mito nasce dal fatto che i bambini parlano ai loro giocattoli. Credo che dobbiamo accettare il carattere stratificato della nostra ricerca: c’è un livello di base che è antropologico, è l’antropologia del gioco di cui sappiamo ancora pochissimo, e del racconto e del rapporto tra i due e su questo io penso che si debba lavorare sull’infanzia prima di tutto. Poi c’è un livello storico di lungo periodo, che per esempio definisce modelli narrativi radicalmente mutevoli con le diverse fasi della civiltà (da questo punto di vista è importantissimo ricordarci che il worldbuilding nel mondo classico non lo poteva fare nessun autore da solo, il compito dell’autore era ri-raccontare il mito). L’autore moderno è un costruttore di mondi, dal Don Chisciotte in poi: il primo passo che fa Chisciotte è nominare le cose che gli stanno intorno, sta giocando (il primo passo che fa Robinson è costruirsi un mondo con tanti pezzi presi dal relitto, è una cosa che non a caso affascina moltissimo i bambini). C’è infine il livello dei media, che è un livello storico specifico ma è anche un livello antropologico, di nuovo, perché i media agganciano la nostra costituzione umana, e su questo possiamo innestare il nostro ragionamento.

Xmp: mi inserisco qui, al livello dei media: la televisione deve ‘agganciare’ il flusso transmediale per sopravvivere?

Peppino Ortoleva: io non credo che esista in astratto un “flusso transmediale”, e non credo che la televisione sia minacciata di morte. Bisogna vedere se può vivere, se deve convivere per così dire, se nel momento in cui è un medium tra i media è ancora la televisione. Nel nuovo sistema dei media diverse delle barriere che sembravano rigide (ma ripeto se andiamo al livello antropologico non lo erano, lo erano in termini storicamente determinati) stanno cadendo sia perché la distinzione tra i media è relativizzata dalla versatilità delle macchine, sia perché alcuni processi di lungo periodo stanno modificando la nostra sensibilità, e quello della ludicizzazione è uno di questi processi.

Xmp: Spesso chi parla, produce e studia questi franchise transmediali esalta il ruolo attivo riconosciuto al pubblico…lei cosa ne pensa? è davvero un ruolo così diverso rispetto a quello dello spettatore ‘classico’? e ammesso lo sia, lo ritiene un elemento positivo in se?

Peppino Ortoleva: la differenza c’è, ma questo è uno dei temi su cui sto più lavorando e mi è impossibile sintetizzare in poche parole concetti su cui mi arrovello da mesi. La differenza c’è perché lo spettatore classico (teatro e cinema, la TV è già diversa) per così dire delega le esperienze fisiche alla scena, mentre ne vive tutta la portata emotiva. Lo spettatore contemporaneo può essere invece spinto verso un comportamento “attivo”, concretamente o simbolicamente: un esempio interessantissimo sta nella pornografia: il porno anche hard core del periodo dagli anni ’70 (da Gola profonda) a fine secolo è un porno narrativo, lo spettatore naturalmente si masturba – perché il porno a questo serve e chi lo tratta come un “testo” tra gli altri si fa delle seghe mentali che è peggio -  ma lo fa seguendo una fantasia che è una costruzione narrativa. Il porno dell’epoca di You Tube non ha più niente di narrativo, non a caso è regolarmente in soggettiva (e come sappiamo la soggettiva può essere parte di un racconto, non occuparlo per intero), invita lo spettatore-masturbatore non a introiettarlo nella propria vita fantastica ma a seguirlo (“giocarlo”?) direttamente. Se vogliamo il primo è cinema o cassetta il secondo è web. Lo spettatore è “attivo” sempre, ma i modelli sono nettamente diversi.

Xmp: ok, mentre spesso nei cantori della transmedialità sembra che questo ruolo attivo dello spettatore sia da legare proprio, in qualche modo, all’inseguimento della narrazione…

Peppino Ortoleva: sì ma attenzione: da un lato lei parla giustamente di “cantori” nel senso che si sta costruendo un universo mitico attorno alla transmedialità, ma dall’altro si finisce con il sottovalutare la possibilità di “gioco” (nel senso di libertà di movimento, una coincidenza verbale su cui Caillois insiste giustamente) che il “narratario” ha comunque. È importante perché per esempio nel mondo dei social network troviamo una grande varietà di forme di gestione possibile del racconto che ci ha colpiti, dal riprodurne delle parti riportando dei frammenti su You Tube, allo scrivere delle recensioni, eccetera…fino al semplice piacere di ri-raccontare un film: è “attivo”? quanto è diverso dal giocare?

Xmp: è attivo…ma già al di fuori della narrazione, a mio avviso, è una sua condivisione ex post, mentre nella narrazione transmediale l’attività, il gioco, sono in qualche modo dentro, durante, la narrazione…

Peppino Ortoleva: al di fuori della narrazione? ma non è a sua volta una narrazione? voglio dire: ci sono delle forme di attività che sono come dire strutturate in giochi regolati, altre forme di attività che sono più arrangiate dal singolo o dal gruppo, altre forme di attività che sono a loro volta narrative. Io sono stato colpito da un racconto, lo racconto a qualcuno. Posso farlo a parole, posso farlo via mail o via facebook, posso farlo servendomi di strumenti vari. È un modo di appropriarmene, di fare mio quel mondo per certi versi anche più radicale che giocandoci. Insisto su questo punto perché mi interessa sottolineare che le attività possibili sono varie e dobbiamo stare attenti a tenere ben presenti le distinzioni giuridico-istituzionali, quelle mediali, quelle concettuali (tipo narrazione vs. gioco), mentre i “cantori” tendono a stabilire sempre delle sovrapposizioni, come quando si stabilisce un’equivalenza tra libro stampato e testo, libro elettronico e ipertesto, un’equivalenza che non è affatto data, è quello che chiamo mcluhanismo volgare, come Marx parlava di economicismo volgare

Xmp: Mi soffermo sul discorso dell’appropriazione, che penso abbia più di qualche punto di contatto con le tematiche che affronta Jenkins quando parla di ‘spreadability’…creare un universo finzionale che il fan abbia voglia di scambiare, diffondere, rimasticare, segmentare…Di nuovo, portando all’estremo questo discorso, è ancora raccontare, o è fornire allo spettatore una scatola di ‘lego’ virtuale, una busta di figurine narrative da scambiarsi?

Peppino Ortoleva: il romanzo epistolare della seconda metà del Settecento, dalla Pamela di Richardson al Giovane Werther, due dei bestseller assoluti della storia della letteratura, ha dato luogo a una spaventosa quantità di trasposizioni, e non parliamo di “adattamenti”; come dicevo all’inizio, dalla Pamela non solo sono state tratte decine di commedie, tra cui una di Goldoni, ma anche giochi di carte, servizi di piatti, un’innumerevole quantità di pupazzi e statuine. Ma quello che più conta è che la gente scriveva le lettere agli amici e alle fidanzate “come” Pamela o Werther, per non parlare di quelli che si suicidavano vestiti come Werther. Naturalmente non c’era modo di estendere il copyright a tutto questo: erano scatole di lego virtuali? E i romanzi cavallereschi, per Don Chisciotte, non erano scatole di lego virtuali? La cosa affascinante è che il mondo che quelli costruivano adesso non se lo fila nessuno. Ma in quello di Don Chisciotte ci siamo ancora immersi dentro, no? Ma attenzione non voglio dire che tutto sia uguale a tutto, non è vero: voglio dire che ci sono dei processi storici di lungo periodo e altri più brevi. La ludicizzazione è un fenomeno effettivamente del nostro tempo, ma mi pare che gli autori che normalmente usiamo di ludicità sappiano pochino, hanno letto al massimo Caillois e Huizinga, e soprattutto pensano che si possa parlare di giochi senza parlare di bambini, che è come parlare di parto senza parlare di donne.

Xmp: un’ultima domanda: esiste una via italiana al racconto transmediale, al narrare tra/da un medium all’altro?

Peppino Ortoleva: onestamente non ne ho visto esempi per ora, ma la logica vorrebbe di sì, perché il quadro italiano dei media è fortemente specifico. Io per esempio mi chiedo: a. se non dovremmo guardare in questo senso allo sport, per esempio al racconto italiano del calcio. A proposito di fan, c’è quella sorta di ininterrotto lavoro di rinarrazione che va avanti nelle radio dei tifosi, e sono convinto che ci siano molte cose nella stessa direzione nel web, ma queste le conosco meno; b. se non dovremmo pensare al mondo della canzone, la poesia per chi non legge poesia, ma anche una forma di racconto sintetico, che si presta a una grande varietà di elaborazioni dal videoclip in poi.

Xmp: ok…è transmediale…ma c’è anche storytelling, in questo caso?

Peppino Ortoleva: è quello il punto: Vasco non racconta anche storie? mi ha sempre colpito il fenomeno tutto italiano dei cantautori che scrivono romanzi da Guccini a Ligabue, da De André a De Gregori, parlando di quelli che piacciono anche ai professori d’italiano. Vasco comunque un mondo l’ha proprio costruito, e secondo me è importante il fatto che la trasmissione del racconto non sia affidata solo a un mezzo fare con il contenuto narrativo della canzone? il fatto che sia per così dire laterale è riduttivo? e perché?strettamente narrativo. L’attività del pubblico che sta nel canticchiare, come nel postare il video quanto ha a che con il contenuto narrativo della canzone? Il fatto che sia per così dire laterale, è riduttivo? E perchè?…

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…che l’ultima risposta di Peppino Ortoleva, che ringrazio ancora per la sua generosa disponibilità, si concluda con un punto di domanda, mi pare molto significativo. Il transmedia storytelling, e più in generale le narrazioni distribuite; i confini sempre più incerti tra gioco e narrazione; le nuove sfide produttive e autoriali…tutte queste sono aree di ricerca e produzione in cui i punti di domanda sono ancora maggiori delle certezze, ed i territori solo embrionalmente esplorati sono ancora numerosi…davvero una bella sfida!

A presto

Cor.P

Scenario: l’intelligenza collettiva e la narrazione crossmediale (1)


L’elencazione dei principali caratteri ricorrenti della narrazione crossmediale, conclusa con il post precedente, conferma quanto gli universi finzionali che si sviluppano lungo coordinate transmediali si caratterizzino per una complessità che non sempre rende agevole l’orientamento dello spettatore che intenda esplorarli fruendone in maniera non monomediale. Semplificando al massimo, il fan di questi franchise si trova di fronte a panorami narrativi così articolati, in ampiezza e profondità, da poter esser più agevolmente esplorati insieme ad altri appassionati, con i quali poter condividere (o potersi confrontare su) una parte del cammino fruitivo nel franchise. Tutto questo, nella pratica, può semplicemente tradursi nella ricerca nei forum online del trucco per completare il videogioco Enter the Matrix, o nel rintracciare in uno dei tanti fansite dedicati alla serie di Matt Groening il codice di quella puntata  dei Simpson la cui sigla iniziale sembra prendere il via da dove è terminato il lungometraggio cinematografico, o infine nello scambio di suggerimenti e dritte per apprendere più rapidamente i rudimenti delle lingue artificiali Na’vi o Klingon.
In altri termini le dinamiche di culto che spesso si innestano attorno a queste saghe, unite alla intrinseca complessità delle stesse (alimentata da quel worldbuilding storytelling su cui ritorno spesso e volentieri), portano alla creazione di comunità di fan, il cui fine principale è l’approfondimento della conoscenza e la diffusione della passione intorno ad alcuni tra i principali franchise transmediali: Avatar, Matrix, I Simpson, Buffy, Lost, 24, Twin Peaks, Star Wars…La nascita, lo sviluppo – direi la proliferazione – di queste comunità sono state innegabilmente agevolate dalla disponibilità del web, ma è comunque opportuno ricordare che il fenomeno delle fancommunity è nettamente precedente all’avvento di Internet, più ovvio e doveroso esempio ne sia la comunità dei fan di Star Trek.
E’ quindi evidente che a favorire l’affermazione della nXm è stato anche questo contesto sociale e tecnologico in cui le dinamiche dell’intelligenza collettiva, teorizzate e descritte da Pierre Levy nella prima metà degli anni novanta, hanno trovato piena realizzazione operativa, rivelandosi utili, nel settore dell’entertainment, a che il pubblico potesse orientarsi, supportandosi reciprocamente, all’interno di questi complessi e stratificati universi finzionali.

Di intelligenza collettiva si sente spesso parlare, quasi fosse una sorta di etichetta o slogan evergreen…proprio per questo penso valga la pena risalire alle origini di questo concetto e ritornare su alcuni passaggi fondamentali del testo fondativo di Pierre Levy, che pubblica Intelligenza collettiva. Per un’antropologia del Cyberspazio nel 1994, descrivendo un futuro prossimo (il nostro presente), in cui il sapere viene alimentato e condiviso grazie alla velocità, accessibilità e globalità delle reti informatiche.

Levy teorizza un rinnovamento del legame sociale, fondato sulla condivisione del sapere e definisce l’intelligenza collettiva come

« [...] un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze.»

Quindi un’intelligenza che, in quanto distribuita ovunque, è diffusa e condivisa dal genere umano. Del resto, secondo l’antropologo, il sapere della comunità umana non è più un sapere comune, perché non esiste un individuo, o anche un gruppo, che possegga tutte le conoscenze. È, piuttosto, un sapere collettivo:

«il sapere non è niente di diverso da quello che sa la gente.»

Inoltre, nel suo essere coordinata in tempo reale, l’intelligenza collettiva implica, oltre un certa soglia quantitativa,“dispositivi di comunicazione che dipendono obbligatoriamente dalle tecnologie digitali dell’informazione”.
È quindi principalmente grazie allo sviluppo delle tecnologie digitali che è possibile articolare ed organizzare i saperi individuali in una ben più fruttuosa e strutturata intelligenza collettiva. Una semplificazione sintetica ed efficace di quanto detto sin qui, la fornisce lo stesso Levy, nel corso di un’intervista del 1995:

«oggi se due persone distanti sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie possono davvero entrare in comunicazione l’una con l’altra, scambiare il loro sapere, cooperare. Detto in modo assai generale, per grandi linee, è questa in fondo l’intelligenza collettiva .»

L’esempio a cui più comunemente ci si riferisce quando si deve dimostrare quali frutti può portare questo tipo di intelligenza, è quello di Wikipedia, enciclopedia web le cui voci sono alimentate dal lavoro volontario di esperti, che mettono a disposizione il loro tempo e le loro competenze, per costruire questa summa del sapere ai tempi della rete, la cui qualità viene (o dovrebbe essere) garantita dalla possibilità, per chiunque vi acceda, di verificare l’affidabilità delle voci e, se necessario, correggerle e/o ampliarle.
Altro esempio molto noto è quello di Linux, sistema operativo open source sviluppato grazie al lavoro volontario di programmatori sparsi per tutto il globo, organizzatisi attraverso la rete web in veri e propri gruppi di lavoro virtuali. Molta parte delle sue ottime prestazioni e del suo conseguente successo, deriva proprio dal contributo fornito da sviluppatori volontari che, sfruttando gli strumenti del social networking, hanno messo in comune gli sforzi per sviluppare le funzionalità del sistema operativo, in una fattiva e fruttuosa realizzazione delle potenzialità dell’intelligenza collettiva.
Così un Linux User Group (LUG) è, appunto, un gruppo formato da sviluppatori/utilizzatori che condividono la stessa passione per il software open source e in particolare per Linux, e utilizzano il web per scambiarsi consigli, competenze ed esperienze. I Lug italiani ogni anno promuovono ed organizzano il Linux Day, una manifestazione che ha lo scopo di promuovere il sistema operativo Linux e il software libero, avvicinare e aiutare nuovi utenti, attraverso un insieme di eventi contemporanei organizzati in diverse città d’Italia.
La prima edizione del Linux Day si è tenuta il 1º dicembre 2001 in circa quaranta città sparse su tutto il territorio nazionale. Il successo via via crescente, ha reso il Linux Day la principale manifestazione italiana no profit dedicata a Linux e al software libero. L’ultima edizione si è svolta il 23 ottobre 2010, con manifestazioni locali in 135 città (www.linuxday.it).
Arduino rappresenta invece la via italiana all’hardware opensource: è un microprocessore in vendita online a prezzo molto basso (circa 40 dollari) , che il suo ideatore Massimo Banzi offre a chi lo voglia utilizzare, modificare, e vendere a sua volta, pubblicando in rete gli schemi elettronici e le altre specifiche di prodotto. In sostanza gli acquirenti del microprocessore, anche in questo caso organizzatisi in comunità virtuali, svolgono anche attività di ricerca e sviluppo per Arduino, potendolo modificare ed upgradare a loro piacimento, con l’unico obbligo che anche queste evoluzioni derivate debbano riportare, se pubblicate in rete, il marchio Arduino, e adottare la stessa licenza Creative Commons (o altre simili) utilizzata per i software opensource.

I casi di Wikipedia, Linux e Arduino evidenziano come questo tipo di approccio comporti una democratizzazione della conoscenza, che proprio in quanto diffusa e mutevole, esce dalle classiche strutture gerarchiche, tipiche di una più tradizionale organizzazione accademica del sapere, cosicché l’intellettuale smette di esistere nei termini di essere isolato nella torre d’avorio.
In questo contesto le competenze e la capacità di condividerle diventano più rilevanti del nome di chi ne è portatore. La figura classica dell’intellettuale viene sostituita da quella dell’intellettuale collettivo che genera un mondo virtuale che esprime le relazioni che sono al suo interno, i problemi che lo mettono in movimento, le immagini che si forma del proprio ambiente, la sua memoria, il suo sapere in generale. I membri dell’intellettuale collettivo producono insieme, riorganizzano e modificano continuamente il mondo virtuale di cui la loro comunità è espressione: l’intellettuale collettivo non cessa di imparare e di inventare.

Secondo Levy il passaggio fondamentale va individuato nell’evoluzione dal cogito cartesiano ad un cogitamus in cui le intelligenze individuali non si fondono in un ammasso indistinto, ma sviluppano ulteriori potenzialità grazie al contatto reciproco, in un processo di crescita, differenziazione e di «mutuo rilancio delle specificità» .
In questo contesto l’individuo ha tante “identità” nello Spazio del sapere, quanti sono gli intellettuali collettivi a cui partecipa e che contribuisce a creare.
Cade quindi il rilievo della firma, e l’autorialità si fa diffusa, mentre si fanno incerti i confini tra docenti e discenti, come quelli fra autori e lettori, registi, attori e spettatori…perchè al di là delle ovvie ricadute in ambito più tradizionalmente scientifico/tecnologico, l’intelligenza collettiva da prova di se anche in ambiti più direttamente legati al mondo dell’entertainment, come ho accennato all’inizio di questo post  e come descriverò più approfonditamente nei post successivi…

Buona Pasqua a tutti!

A presto

Cor.P

Dal film al videogioco, tra fruizione espansa e nXm


Nel post precedente ho fatto riferimento al videogioco Tron: Evoution, che nel franchise Tron si frappone, dal punto di vista narrativo, tra il primo lungometraggio, del 1982, e quello uscito a fine 2010 negli Usa  (gennaio 2011 in Italia).

A partire dalla fine degli anni novanta il reciproco interscambio tra cinema (o serialità televisiva) e videogame s’è fatto via via più fitto. In un interessante articolo, How a Salad Bowl Can Improve Transmedia Storytelling: Integration and Convergence in Film and Game Development, Trevor G. Elsington individua tre tipi di videogiochi ispirati a film per il grande schermo:

- i videogiochi che riprendono i personaggi, gli eventi narrati nel film, senza aggiungere elementi all’universo finzionale del lungometraggio e che quindi vengono sviluppati in una prospettiva di fruizione espansa, ma non come rilanci crossmediali della narrazione filmica: la storia raccontata è sempre la stessa, ma adattata al medium videoludico;

- i videogiochi che esplorano aspetti dell’universo narrativo lasciati inesplorati nel film e che, tuttavia, per essere pienamente compresi, presuppongono che il giocatore s’approcci al videogame dopo aver visto il lungometraggio cinematografico. In questo caso viene meno quel presupposto di indipendenza dei singoli moduli narrativi di un franchise crossmediale di cui ho già parlato, e questo può incidere negativamente sull’esperienza di gioco e sullo stesso successo commerciale del videogioco, che finisce per individuare il proprio target di riferimento nei fan onnivori del franchise;

- i videogiochi che esplorano aspetti dell’universo narrativo lasciati inesplorati nel film, ne ampliano i confini, e riescono a risultare attrattivi e coinvolgenti anche per chi non ha visto il lungometraggio, garantendo un’esperienza di intrattenimento soddisfacente anche se fruiti isolatamente rispetto agli altri segmenti del franchise.

Di seguito riporto un lungo estratto dell’articolo di Elsington (i link ed i video non sono parte del paper originale), che oltre a individuare le tre tipologie di trasposizione videoludica che ho appena sintetizzato, ne fornisce molteplici esempi e cerca di individuare le ragioni per cui molto spesso la critica non li accolga positivamente, fornendo una panoramica delle potenzialità e dei rischi di un’espansione narrativa crossmediale realizzata attraverso un videogioco. Buona lettura…

«[...] not all film­licensed games are equal; distinct categories exist within the larger category of licensed adaptations. The most common variety is the direct film adaptation, in which a videogame closely follows the film narrative by directly converting film events into interactive gameplay. This is also the largest category, yielding recent examples like the Spiderman 2, Fantastic Four, and Harry Potter games (EA). While exceptions occur, they are also among the most commonly criticized games on the market, seen as attempts to quickly cash in on the hype of a particular film release. A title that exemplifies this trend as well as the common problems in film-to-game adaptation is Vivendi Universalís Van Helsing adaptation from 2004.

Metacritic shows Van Helsing receiving 64 based on forty-one reviews. Comments on the game ranged from lukewarm to savage, with one reviewer concluding, Van Helsing is a shining example of whatís wrong with games based on movies (Dodson). So what went wrong? Critics pointed to shallow, unchallenging gameplay, mediocre graphics, and a predictable narrative based directly on the film. But more significantly, critics point to limited camera locations within the game space, presumably designed to offer a sense of the films cinematography, that limit the ability to see important objects in the game or maneuver effectively during combat. Opponents attack from off screen, depth of field becomes impaired to the point that players have difficulty gauging their attacks, and in general, the camera often hides more than it reveals (Lewis; GamesRadar). The limited camera movement reduces players to a set path, similar to an actor hitting his marks, shuttling players along a linear level design in order to work through events mandated by the film. In effect, the game becomes similar to laser-disc based games like Dragon ís Lair and Space Ace, in which game play becomes a process of memorizing which move to make at what time, thus severely hampering any notion of interactive or emergent gameplay. And finally, critics point to perhaps the most common complaint about film-to-game adaptations: an over-reliance upon cutscenes. Players are not rewarded with events within the interactive game space, but instead play up to a climactic point, after which the game engine takes over and delivers a canned cinematic. Not only does the design choice rupture the sense of immersion in an interactive space, it also undoes the basic idea of games, which is that they are subject to player control. The game defeats itself by trying to be too much like the film, or embracing a melting pot approach. As one critic summarizes, Unfortunately, all the cool stuff happens during the cut-scenes (Dodson). It is a flaw seen repeatedly in the games of this genre.

A second type of licensed adaptation can be found in what Henry Jenkins calls transmedia storytelling, where each media product contributes to an overall narrative world. The most notable example of this genre are the various products associated with The Matrix films. For the purposes of this paper, it is most accurate to discuss the two Matrix sequels and the game as separate from the original Matrix film, in that the larger transmedia project was released in connection with The Matrix Reloaded and The Matrix Revolutions, and the reception of these films was significantly different from the original film. Despite collectively earning over $800 million at the box-office, revenue fell markedly from the second to the third film, and both films saw significant drop in revenue after the opening week. Both facts suggest a word of mouth effect that cooled interest from the first film. Critical reception of the films focused on the tangled narrative, apparent plot holes, and undeveloped tangents. Roger Ebert, professing to like the films, writes that his admiration for Revolutions is tempered by the awkward fact that I don’t much give a damn what happens to any of the characters before concluding with a significant wink that finally I measure my concern for him not in affection but more like the score in a video game (Ebert). Likewise, game critics emphasized the unfinished feeling of the game, shallow and repetitious gameplay, confusing narrative, and a general lack of polish (Turner; Liu). Not surprisingly, then, Enter the Matrix receives a 62 across thirty reviews on Metacritic. Jeff Gerstmann reflects a common complaint when writing the game serves as little more than an advertisement for the film ñ it doesn’t have a story that stands on its own, and the gameplay doesn’t really offer anything that we haven’t seen in better games (Gerstmann). He notes the gameís tendency to sacrifice game play for special effects and cut scenes, such that players are asked to play up to a critical moment only to have the game engine take over and deliver a canned animation. Part of critical response to the game is clearly motivated by the gameís unusual design strategy. Unlike Van Helsing and other, more straightforward adaptations, Enter the Matrix chooses to develop narrative lines that are often in the background of the film narrative. Not only does this require that gameplayers see the film in order to fully understand game events, it constantly points to the existence of other products that will complete the whole narrative of the project. What Gerstmann interprets as advertising for the film may be in fact seen as an unusual attempt to tell a story across media. However, seen from a gameplay perspective, the design strategy leads the game too much in the direction of a film. In other words, the critics of the game and film argue that in trying to be more like each other, each text manages to sacrifice the strength of its own medium without realizing the strengths of the other. As such, the Matrix project employs a melting pot strategy that, while financially successful, resulted in a self­defeating design that met with growing fan resistance leading to diminishing financial returns. Furthermore, as I will discuss below, the criticism received for feeling unpolished suggests the possibility that the project did not receive adequate production time.

In contrast to Van Helsing and similar to Enter the Matrix, EAís The Lord of the Rings: The Third Age attempts something near transmedia storytelling by allowing players to direct original characters through their own adventures in the larger world of Middle Earth. While the initial games based on The Lord of the Rings film license are typical interactive walkthroughs of the corresponding film events, The Third Age is first of the series not based directly on a film. In The Third Age, characters pursue an original storyline which at times intersects with film events, providing the larger picture of what happened before, during, or after the heroes of the movies pursue their quest; however, it is not necessary to play the game in order to understand film events or vice versa, as critics suggest is the case with The Matrix project. Reactions to the game were generally favorable, and the title receives 73 across thirty-four reviews on Metacritic. What criticism that is offered focuses specifically on the common flaw of relying on cinematic form over interactivity. In her review for GameSpot, Bethany Massimilla notes the gameís tendency to communicate narrative exposition through cutscenes; Gandalf (Ian McKellen), a major character from the books and films, reveals story information directly, rather than characters interacting with each other or the game world in order to reveal narrative. She argues that you are explicitly told what has happened and what will happen instead of actually seeing it happen, and it serves to somewhat distance the player from the whole experience (Massimilla). In this, the game recreates some of the faults of Enter the Matrix, in that its narrative strategy relies too heavily upon the reception model offered by film, rather than the interaction model that people desire from games. However, in general, this critic concludes that the game play is strong enough to offer a compelling experience, and more importantly, fans of the books and films will enjoy the chance to explore Middle Earth and interact with the major characters while augmenting the clear narrative lines set by Tolkien. There is an attempt to let the game maintain its own specific strengths and purpose within the larger project, as well as explore the larger canvas of this fictional world without being too greatly impeded by the events of the films. Clearly, The Lord of the Rings project has an advantage in that its fanbase was pregenerated by the popularity of Tolkienís fiction and the numerous products already developed in connection to the license, ranging from art calendars and role-playing games to fan conventions. But the point remains that where The Third Age is critiqued, it is for the moments where it fails to be a game in its attempt to be more like a film; where it succeeds is where it plays upon the strengths of the game medium and offers players the chance to fully explore a larger fictional world. While not self-defeating to the degree of the previous two games discussed, The Third Age does run the risk of converging upon a melting pot form in that it occasionally relies on film conventions to advance a videogame narrative.

Escape from Butcher Bay offers a third category of film/game convergence. While drawing upon the Chronicles of Riddick world seen in Pitch Black (2000, David Twohy) and its sequel, The Chronicles of Riddick (2004, David Twohy), the game explores a separate and distinct narrative not directly reliant upon film events.

As such, the game is unlike direct adaptations like Van Helsing, with their directly imitative narratives, or transmedia projects like Enter the Matrix or The Third Age, which while containing separate narratives, are nevertheless reliant on film elements to complete the entire storyline. Escape from Butcher Bay was enthusiastically received by critics, receiving an aggregate score of 89 across eighty-one reviews. GameSpot reviewer Greg Kasavin notes,

The Chronicles of Riddick: Escape From Butcher Bay is one of those exceedingly rare types of games that delivers exceptionally high quality through and through and single-handedly ups the ante for all similar games. The fact that it also happens to be based on a movie franchise ñ something that’s usually a bad sign for a game ñ makes it all the more incredible. (Kasavin)

Escape from Butcher Bay overcomes the stigma attached to film franchise games and becomes that rarest of products, the critically successful film-to-game adaptation. Unlike the previous three games discussed, Escape pursues its own distinct narrative with a minimum of overtly cinematic elements. Players guide Riddick as he escapes from maximum-security prison Butcher Bay, a prequel event to the film narratives. The advantage here is that, while remaining within the same story world and revealing details directly related to the films, the game is not hemmed in by the film narrative. Developers can more easily avoid the temptation to make the game like a film, as in this case, there are no specific film events that need to be related within the game narrative and there are no film scenes to be used as cutscenes. The game offers developers, and therefore players, the best of both worlds; it explores a common narrative world and enhances the depth of the story while not becoming a paler imitation of what is already available in the films. The project pleases fans of the films without alienating players more interested in the game.

The theme that emerges from the critical response to these four games presents a challenge to multimedia franchising as well as the idea of transmedia storytelling. For a straightforward adaptation like Van Helsing, which does not attempt to diverge from the film narrative to any significant degree, the connection to a mainstream film becomes more of a deficit than an asset in terms of gameplay. Already skeptical about licensed film franchise adaptations, critics find little original content to praise and too many cinematic-based handicaps to criticize. Likewise, much of the critique of The Matrix texts, films and otherwise, is that they do not stand on their own merits; the game feels to much like a film, to the point that gameplay agency is sacrificed to its narrative needs and the general attempt to capture a cinematic sense, whereas the films contain large holes that only make sense when filled by the games, short films, and comic books. The Third Age seems to be at its strongest in the moments it is least dependent upon the films, and yet it attempts to maintain a strong connection to cinematic conventions. Certainly, some of this is mandated by the fan scrutiny under which the Lord of the Rings products were created. Nevertheless, for both Enter the Matrix and The Third Age, it is clear that the films set the project agenda and the game developers have designed accordingly. The reasons why this approach usually leads to inferior games will be discussed below. For the moment, suffice it to say that developers moving toward film form end up defeating their own ends by alienating gameplayers. Escape from Butcher Bay, by pursuing a design based on a prequel to film events and not the film events themselves, is free to explore a more interesting alternative. The game capitalizes upon the strengths explored by Enter the Matrix and The Lord of the Rings games without duplicating their weaknesses, specifically meaning that the film agenda does not take over the game agenda. Unlike Enter the Matrix or the Lord of the Rings games, there are no pre-existing scenes from the film that the player is working toward or set events that must happen within the game design. The game developers, and thus players, are free to explore the common transmedia narrative.

Critics repeatedly point to the problem of games working at cross-purposes to themselves. Narrative structure is not the issue; as Escape from Butcher Bay demonstrates, it is possible to have narrative structure within a game and still preserve satisfying gameplay. However, in attempting to be more specifically cinematic via a reliance on film convention, videogames run the risk of giving up their own unique strengths. While Henry Jenkins is likely correct in suggesting that transmedia storytelling is the way of the future for a large section of the entertainment industry (Jenkins), in transmedia storytelling, each text must be able to stand alone and perform efficiently and effectively according to the merits and demands of its own medium. Despite media convergence, a game is not a film is not a comic book. So why do game developers largely maintain a directly imitative or cinematic approach when designing these kinds of games? The problem is two-fold. One, there is a procedural conflict between how games and films are developed, which leads to conservative melting pot designs. Driving this problem is a second and larger issue of economic and cultural legitimacy. The videogame industry imitates the film industry because films generate more money and have achieved greater cultural acceptability.»

A presto

Cor.P

nXm: i caratteri ricorrenti (3) – indipendenza dei singoli moduli narrativi


Nella narrazione crossmediale ogni singolo segmento narrativo deve poter essere fruito indipendentemente dal resto del franchise

Questo è un aspetto centrale della narrazione crossmediale, ed è anche la caratteristica sulla base della quale è possibile distinguerne diverse tipologie. Il rispetto di questo requisito garantisce al pubblico una maggiore flessibilità nell’entrare e godere del franchise, non forzandolo – ma attirandolo – a peregrinazioni da un medium all’altro.

In questo caso può essere significativo l’esempio della serie tv Le avventure del giovane Indiana Jones, godibile  indipendentemente dalla visione dei film per il grande schermo della celeberrima saga spielberghiana, di cui contribuisce ad ampliare l’universo narrativo.

Di segno opposto è invece il caso di Matrix. Al primo film della saga, godibile come prodotto di intrattenimento a se stante, ne è seguito un secondo che ha spiazzato gli appassionati di cinema, per il suo contenere molteplici riferimenti incomprensibili a chi non fosse stato disposto a seguire il franchise anche su canali diversi dal grande schermo (principalmente il videogame e la serie a fumetti).

La saga crossmediale dei fratelli Wachowski  pretende una devozione molto elevata da parte del pubblico, che solo seguendo i videogiochi, i fumetti, la serie animata televisiva, è in grado di avere una visione completa del franchise, e di comprenderne molti aspetti che, se fruiti isolatamente nei singoli segmenti narrativi, rimarrebbero enigmatici ed irrisolti. Ad esempio seguire il percorso di una lettera, il messaggio di Osiris, è un elemento nodale per comprendere e legare fra loro molti aspetti dell’universo finzionale di Matrix.

Nel corto d’animazione The last flight to Osiris, Jue e la sua squadra scoprono che le macchine stanno puntando Zion. Il loro obiettivo è quello di avvertire Zion del pericolo imminente, inviando un messaggio alla truppa Nebuchadnezzar. Alla fine del cortometraggio, Jue riesce ad inviare la lettera, ma senza che se ne possa intuire l’effettivo destino.

Cosa succede dopo è materia di sviluppo nel videogioco Enter the Matrix, dove la prima missione del giocatore è quella di ritirare la lettera dall’ufficio postale, in questo modo diventando responsabile in prima persona dell’avanzamento della storia, che si sviluppa come una staffetta in cui il passaggio del testimone è sostituito dalla consegna della lettera.

La lettera giunge finalmente a destinazione all’inizio del secondo lungometraggio cinematografico Matrix Reloaded, quando Niobe, che è uno dei due personaggi protagonisti del videogame, riferisce il contenuto della lettera.

In un franchise costruito in questo modo – che corrisponde alla prima delle due schematizzazioni della nXm proposte nei post precedenti – puntando in maniera purista sulla fruizione crossmediale, lo spettatore è posto davanti ad una scelta netta, del tipo dentro/fuori. O decide di seguire il franchise nelle sue migrazioni transmediali, o è costretto ad abbandonarlo, poichè i singoli segmenti narrativi che lo compongono, se fruiti in maniera isolata, perdono parte rilevante del loro appeal e risultano criptici per molti aspetti. In altri termini la saga lega a se uno zoccolo duro di fan accaniti, ma rinuncia alla possibilità di attirare spettatori monomediali, che abbiano semplicemente il desiderio di vedere un film (o giocare ad un videogioco/ leggere un fumetto…) di fantascienza.

Concludo segnalando, per chi fosse interessato ad un primo approfondimento di Matrix come franchise crossmediale,  il saggio di Matteo Bittanti, sul sito www.videoludica.com.

A presto.

Cor.P

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