Infographic Worth Viewing (7): Transmedia Storytelling in five steps


…una delle domande che ricorre nelle interviste per questo blog è quella sul rapporto tra transmedia storytelling e marketing… in questi contesti di narrazione espansa è ancora possibile, ha ancora senso, distinguere tra storia vera e propria e marketing della storia?

La mia risposta è no. Nelle narrazioni espanse ogni segmento deve intrattenere, raccontare un pezzo di storia, e deve al contempo motivare, spingere, stimolare il fruitore a cercarne, volerne un po’ di più, su altre piattaforme. Ogni pezzo di storia, nelle narrazioni transmediali, è ontologicamente chiamato a promuoverne altri, distribuiti sulla stessa o su altre piattaforme mediali. Il risultato è di qualità quando le due funzioni, intrattenere raccontando una storia e promuovere altri segmenti dell’universo finzionale, sono indistinguibili l’una dall’altra agli occhi dell’audience.

L”infografica che segue è una sintesi efficace di alcuni concetti fondamentali del transmedia storytelling. È stata pensata e realizzata dalla GettyImages Australia per illustrare ai propri clienti le potenzialità del narrare espanso come strumento di marketing. Ma, proprio perchè in questi contesti narrativi storia e marketing della storia sono compenetrati tra loro, molti dei suggerimenti e degli stimoli dell’infografica sono validi tanto per gli uomini di marketing quanto per i creatori di narrazioni espanse. Di seguito alcuni dei passaggi più significativi:

‘Let your audience choose their interactions. Some want a little, others want it all. And have the online and the real world collide.’

‘Want to up the immersion factor?Add GPS experience based in the real world.’

‘The way to pull it together is to also pull it apart. Segmeting the story to best suit each medium strengths, whether digital or traditional.’

Getty-infographic_transmedia_storytelling

A presto.
Cor.P

Vi segnalo: Transmedia Tips


indiewires-ultimate-guide-to-transmedia

Vi segnalo un articolo di Indiewire…che è in realtà composto da un serie di link a pezzi apparsi nei mesi passati nel magazine, pezzi tutti accomunati dall’essere dedicati al riassumere alcuni suggerimenti e trucchi del mestiere del narrare transmediale regalati alla (o raccolti dalla) redazione di Indiewire da addetti ai lavori tra i quali alcuni veri e propri guru del settore:

Andrea Phillips:

For media companies, the business case is actually quite simple. Transmedia storytelling can provide more engagement and more potential points of sale for any given story, and when it’s done well, each piece can effectively become a promotional tool pointing toward every other piece of the whole.

Ingrid Kopp:

Overestimating people’s desire to be interactive can be a problem. You don’t want to be constantly asking the audience to do work.

Jeff Gomez:

Digital bells and whistles can be amusing, but good stories are marked by characters that yearn, struggle, triumph or face defeat. Transmedia stories are stories first. [...] Hook me with a good character that I actually like or at least identify with, and I’ll follow her anywhere.

L’articolo segnala anche alcune interessanti e diversificate esperienze di successo indipendenti in questo ambito…A Short History of the Highrise (un documentario interattivo), Just a Reflektor (cortometraggio interattivo degli Arcade Fire), The Empire Project (altro documentario interattivo), Cloud Chamber (un noir transmediale)…

Buona lettura.

Cor.P

David Cronenberg: Body, Mind, Change…Il cinema della nuova carne ai tempi del transmedia


Il cinema della nuova carne. Ci si riferisce spesso così al cinema di David Cronenberg. che per gran parte della sua carriera ha indagato le derive future del corpo umano, tra una medicina che sperimenta irresponsabilmente, ed una irredimibile pulsione della carne a fondersi con la tecnologia.

Dal teletrasbordo de La Mosca (1986), ai poteri telepatici di Scanners (1981) a quelli paranormali di The Dead Zone – La zona morta (1983); dai trapianti cutanei di Rabid (1977) alla fusione carne-medium di Videodrome fino a quella con la joypad biologica in Existenz (1999); dalla covata malefica di Brood (1979) al feticismo per gli incidenti automobilistici in Crash (1996), dai parassiti sotto pelle di Shiver (1975) al legame patologico dei gemelli di Inseparabili (1988) per arrivare al catartico delirio allucinatorio di Naked Lunch – Il pasto nudo (1991), sono molte le sequenze del cinema di Cronenberg consegnate alla memoria collettiva, o  almeno a quella di un pubblico di cultori decisamente numeroso.

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Negli ultimi anni, con La promessa dell’assassino, History of Violence, A dangerous Method, Cosmopolis, Cronenberg ha virato verso un cinema iperrealistico, acclamato dalla critica, ma lontano dai meravigliosi eccessi (per chi come me lo ha adorato) della sua filmografia precedente.

Oggi però il regista canadese sembra tornare nei suoi vecchi territori, con il progetto Body, Mind, Change (BMC), nel quale la nuova carne da sottoporre a futuristiche, angoscianti, derive biotecnologiche, sembra essere quella del pubblico. Iscrivendosi nel sito ufficiale del progetto sarà infatti possibile ricevere un Personal On Demand (Pod), un sensore biotecnologico che istallato nel corpo dell’ospite, ne migliorerà la vita, arrivando ad anticiparne i desideri. Ed il primo a sottoporsi all’esperimento sarà proprio Cronenberg…

body_mind_change

Ecco le parole con cui  il Pod, e più in generale l’intero progetto BMC, viene descritto nel sito:

Meet POD (Personal On-demand), the ultimate recommendation engine. POD is an emotional sensory learning and data-mining organism designed to enhance your life. This state of the art biotech implant will guarantee you personalized recommendations that are 99.999% relevant all the time. POD grows with you to become an intuitive companion, fulfilling your deepest desires on demand. [...] BMC labs is focused on developing biological implants that will make their hosts faster, smarter and healthier while improving sexual performance, and increasing the average life span.

Come già accennatto, chiunque lo desideri può iscriversi al sito per ricevere il suo POD. I contenuti del sito della BMC Labs lasciano volutamente l’incertezza sul fatto che si tratti di pura finzione o, invece, di qualcosa di reale…non si tratta di un mockumentary ne di un found footage horror, ma c’è comunque il tentativo di ‘far credere che sia vero’. La tecnologia del POD viene descritta come direttamente ispirata all’opera di David Cronenberg. Ma a partire dall’immaginario del regista canadese, la BMC

is turning science fiction in science fact. [...] While it has become common for large corporations to bring on creative visionaries to help guide product development or provide market insight, BMC is taking the relationship further. We’re pleased to announce POD (Personal On-Demand), the first release in our BODY MIND CHANGE™ series. This next generation recommendation engine knows what you want before you do. Forged from an innovative partnership with creative visionary David Cronenberg, BMC labs has secured an exclusive license to all the biology and technology IP found within Cronenberg’s films.

Il POD, dovrà avere un periodo di training, per poi adattarsi al meglio al corpo ospitante:

After a light training period, POD will be able to predict your deepest unfulfilled desires – even the ones you didn’t know you had. It all begins when you grow your own bionanohybrid cells in our lab. After six weeks of personalizing POD’s AI system, the resulting organ is ready for implantation. During that time, you teach the organism about your needs, loves and desires by engaging with stories, games and visual content.

Il tema dell’inserimento nel corpo umano di un elemento estraneo, rimanda direttamente a film come Shiver, Existenz, La mosca e Brood. Ed anche il design del POD, rievoca l’immaginario del Cronenberg degli anni settanta.

Brood1979

shivers

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Coordinatore artistico del progetto, sviluppato grazie al Toronto International Film Festival (Tiff) e al Canadian Film Centre’s Media Lab (CFC Media Lab) è Lance Weiler, pioniere nell’ibridazione tra cinema e narrazioni immersive,  già citato numerose volte su queste pagine. L’avvio è previsto per il prossimo 25 ottobre:

At launch on October 25, registered participants will be guided through an episodic interactive narrative that functions as a simulator for training their PODs. Completing this three-part experience will guarantee them a unique POD generated from their behaviour during the simulations.  Their POD will be available for pick-up at the close of the David Cronenberg:  Evolution exhibition in January 2014 at the BMC Labs installation, located in the CIBC Canadian Film Gallery on the 4th floor of the TIFF Bell Lightbox.

La carne diventa l’ennesimo medium attraverso il quale transmediare la narrazione. Del resto questo era quello che prefigurava il film cult per eccellenza di Cronenberg, Videodrome, diretto debitore delle teorie di McLuhan.

Ora con Body, Mind, Change le previsioni di quel film del 1981 sembrano potersi realizzare, perchè, come dice Ana Serrano, Chief Digital Officer del CFC Media Lab e produttore di BMC:

It has been an exciting creative journey resulting in North America’s first interactive storytelling experience that generates a physical object for the user that has narrative meaning.

Da vecchio fan di Cronenberg non potevo non iscrivermi al sito della BMC, e spero di avere il tempo per completare il training…ma non penso che andrò a Toronto a ritirare il mio POD!

A presto.
Cor.P

Il 2nd Screen al cinema: La Sirenetta Reloaded?


…sono un grande appassionato di cinema e, ancor più, di film…

I film sono (erano?) oggetti audiovisivi di circa 90 minuti…il cinema è invece un luogo buio, di capienza assai variabile, in cui vengono proiettati film su grande schermo.
Io amo andare al cinema, ma amo ancor più vedere film. In altri termini, se non li vedo su grande schermo, mi va benissimo vederli su piccolo schermo, su portatile, su tablet…Ma se li vedo al cinema non transigo da alcune regole base: 1) non si parla durante la proiezione; 2) i cellulari, i tablet e altri device elettronici devono essere rigorosamente spenti, o silenti, o con schermo non illuminato…; 3) sgranocchiare pop-corn è parte imprescindibile del piacere di vedere un buon film horror al cinema e, per questo, non può essere considerato fonte di disturbo per gli altri spettatori.

Per quanto riguarda il punto 2 sembra che le cose stiano cambiando. La Disney ha appena lanciato un’app che rende in qualche modo interattiva la visione de La Sirenetta (The Little Mermaid), classico dell’animazione datato 1989. L’app, per I-Pad, si chiama Second Screen Live: The Little Mermaid e consente di giocare, raccogliere punti gareggiando con gli altri spettatori, cantare le canzoni del film, il tutto durante la proiezione dello stesso.

2nd_screen_little_mermaid

Il 2nd Screen di cui si parla solitamente con riferimento alla televisione, approda quindi al cinema, non a caso affiancato ad un prodotto, come La Sirenetta, che è uscito alla fine degli anni Ottanta ed oggi viene riproposto ai nativi digitali, per i quali l’interazione con gli schermi touch è tanto naturale quanto quella con i fumetti cartacei di Topolino lo era stata per i genitori. L’applicazione potrà essere utilizzata, a partire dal 20 settembre, in cinema selezionati e per un periodo di tempo limitato, come recita il trailer di lancio.

L’operazione è evidentemente sperimentale, ed il fatto che sia condotta a partire da un film del 1989 e per un periodo di tempo limitato, ne è la conferma. Le reazioni in rete sono state a dir poco negative, ed i commenti al  trailer, su YouTube, sono stati disabilitati.
La rete abbonda comunque di giudizi sarcastici sull’iniziativa, ed alcuni vale la pena riportarli. In primis consiglio la lettura di un articolo significativamente intitolato Here’s A New Version of “The Little Mermaid” For People Who Don’t Want to See The Film.
Invece quelli che seguono sono, a titolo esemplicativo, commenti all’articolo sull’iniziativa pubblicato su MacRumors.com:

I guess I can see this being OK for kids to keep them occupied, but if this “second screen” is going to be a trend for grown-up movies, then count me out. I mean, do they want us to look at the screen or our iPad? What happens when something’s going on in the movie and you miss it because you were looking at something on your iPad? It just takes away the whole submersive element to going to a movie theater and watching a movie. Every time you look away from a movie screen you disassociate yourself from the false reality that the movie is supposed to present.

I realize that I’m not the target audience for this, but this seems like a really good way to make me hate the movie theater experience if it were to spread to other films. And if I were to pay $12 or so for a small child to go see a movie as old as The Little Mermaid, I would be really annoyed if they just kept their nose in a companion app the entire time instead of paying attention to the movie.

Questo invece uno dei commenti all’articolo su Polygon.com:

Great, a thousand lit-up screens in a dark movie theater. I dunno about you guys, but this sounds like my personal hell.

Giudizi di questo tipo, evidentemente, non  vengono dal vero target dell’operazione. Ex post, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i bambini che avranno assistito a queste proiezioni. A loro, decisamente avvezzi al multitasking mediale, l’esperienza piacerà?

A me che vidi La Sirenetta, innamorandomene, nel lontano 1989, l’operazione non affascina e non interessa (ma del resto coinvolgerà solo sale statunitensi), Mi auguro che Il transmediale, la fruizione espansa, rimangano opzioni facoltative. Del resto quelle previste per The Little Mermaid: Second Screen sono proiezioni speciali, eventi, e sono gli stessi uomini della Disney a parlarne in termini sperimentali: ‘Disney testing Second Screen App’. E tutta l’operazione è comunque legata all’imminente lancio, per il mercato dell’home video, del DVD Blue Ray 3d del film.

In altri termini è ovvio che ancora per molto tempo continuerà ad esserci spazio per prodotti cinematografici nel senso più tradizionale (e quindi monomediale) del termine. La stessa cosa è già accaduta con il 3D: il successo di prodotti monstre, 3D e transmediali come Pacific Rim di Guillermo Del Toro, non impedisce la distribuzione e l’apprezzamento da parte di pubblico e critica di prodotti orgogliosamente monomediali e low-budget come Reality di Matteo Garrone (cito il primo film che mi viene in mente, e che ho amato molto).

Condivido quindi i commenti che ho citato, ma non il tono apocalittico.
Nel mondo dei media il nuovo non cancella il vecchio…o lo fa in tempi molto più lenti di quanto molti futurologi si affrettino a prevedere.

A presto.
Cor.P

Indie Transmedia: The Cosmonaut (2)


…quanto agli aspetti finanziari, come detto nella prima parte, un contributo fondamentale alla realizzazione di The Cosmonaut è arrivato dal crowdfunding, tramite il quale sono stati raccolti 400.000 dollari, circa la metà dell’investimento complessivo. Il crowdfunding è un modello di finanziamento che senza internet, semplicemente, non potrebbe esistere. Gli autori hanno abilmente narrativizzato anche questo aspetto del loro percorso creativo: nei giorni immediatamente precedenti alla partenza per la Russia, dove sarebbe stato girato il film, la produzione riceve la notizia che il produttore associato russo ha deciso di ritirarsi dall’impresa, lasciando un buco di 120.000 dollari. I biglietti aerei sono già stati pagati, gli attori scritturati, non si può non partire…
La stessa ricerca di fondi si fa avventurosa e diventa storytelling, anche piuttosto appassionante…efficace e di immediata presa il nome dato alla raccolta fondi di quei giorni -  Save the Cosmonaut - che raggiunge quota 131.000 euro in soli tre giorni:

After rising up to 120,000€ during the first two years, we decided to start the shooting of the movie with that amount of money and the additional 120,000€ provided by our Russian associate producer. Just one week before the start, having bought all the flight tickets already, our associate producer left the project. We then launched a desperate campaign asking our community to help us saving the film. Three days later, more than 600 people contributed with a total of 131,000€, shattering all world records of crowdfunding in such a short time and allowing us to shot the movie.

Fighting Of – espansione transmediale documentaria del progetto – è dedicato proprio ai giorni di ripresa in Russia, successivi al forfait del finanziatore russo ed al salvataggio finanziario ottenuto grazie alla rete…

the_cosmonaut_k_programme

Anche nella fase distributiva la rete ha un ruolo preminente. Il film è stato diffuso gratuitamente online a partire dal 18 maggio scorso. Sono ovviamente previste anche proiezioni in sala, ma non esiste una distribuzione tradizionale; il ruolo della community che si è raccolta intorno al franchise – anche per questo aspetto -  è stato, ed è, fondamentale:

Let’s be honest, our distribution model, free on the internet, with Creative Commons, day and date and multiplatform is an absolute madness. As it is very unlikely we will find a distributor willing to show The Cosmonaut in 400 screens, plus it’s a model that bores us and we find to be on its deathbed… We have decided to go crazy with our distribution in cinemas.
What does that mean? It means the distribution will be DYI.
Why? Because we believe conventional distribution models wouldn’t allow us to reach all the places where The Cosmonaut has a possible audience. How do you know we aren’t mistaken? Because people from around the globe have written to us, from LA to Moscow, Paris to Bogota, or London to New York, they are all interested in organizing the premiere of the movie. One of them has a 1200 seat cinema, another wants to hire a bus and tour around 25 small towns and cities screening the film. Another one is going to open his living room for anyone who wants to see it. An ad agency is going to organize a party while showing the film.
The model?
You invent it.

TheCosmonaut_screeningkit

Per gli Stati Uniti la distribuzione si è appoggiata a Tugg, una piattaforma in cui gli spettatori possono sfruttare i social network per richiedere una proiezione di un film, che verrà effettuata raggiunto un numero minimo, prestabilito, di biglietti venduti.
In sintesi le proiezioni possono essere realizzate tramite la distribuzione tradizionale (che, appunto da tradizione, dovrà limitarsi ad acquistare i diritti per poter proiettare il film), tramite la richiesta di una proiezione on demand, che potrà pervenire da fans o da soggetti dotati di sale di proiezione o, infine, legandosi al PartnerShip Programme:

The model is very simple. To organize hundreds of parties and screenings around the world is impossible, but organizing just one is easy. That’s where you come in.
You write to us and propose screening The Cosmonaut in your city. We check if you meet the minimum requirements (its an easy step) and we give you the ok. You prepare everything, the cinema or place where it will be shown, the tickets, popcorn or whatever you can think of, and if you feel like it, the after-party. We provide the necessary Posters, the Online Support and we send you a copy of the movie (Dvd, Dcp or film, depending on the needs) with a ton of merchandising to make the experience more complete.
You take care of the promotion and of making the event a success, covering all the expenses (you decide how much you spend). We share the benefits 50%. By then you will be part of one of the most innovative distribution models.

Alla base di scelte di questo tipo c’è la convizione – da parte di Nicolas Alcalà, Carola Rodriguez e Bruno Teixidor, i tre membri del collettivo Riot Cinema, che sono dietro al progetto – che il cinema abbia ancora molto da dire, ma non possa più basarsi su percorsi espressivi rigidamente monomediali, ne su modelli distributivi che si fondino sul paradigma della scarsità che, evidentemente, non trova più corrispondenza alcuna nella realtà del panorama mediale attuale:

Cinema seems trapped in films which last 90 to 120 minutes for reasons now obsolete (film cans, advertising pauses…). During the editing of The Cosmonaut, we not only did The Cosmonaut, but also 32 pieces of between 2 and 15 minute which expands the universe of the film and which, at this point, are as important as the movie itself. They are not satellites.
Of course, the film can be watched alone and be understood, but our story-world includes the transmedia pieces, which are crucial to understand the universe where our story is set up. The same thing works for the book and the narration created to be told through Facebook.
[...] The Cosmonaut was born on the web and we believe its there where the stories will develop all their potential for the coming decades. The era of cinemas, of physical devices, of exhibition sales and the old ways of distribution are extinct or in the process of decomposing. With whatever sense of loss our bet is for the future. The Cosmonaut is a manifesto from an age. Or better yet, the beginning of one. We are going to screen The Cosmonaut the way we believe the audience wants to watch them.
[...] Our premise, since we started this project, has been always the same: we want the viewer to see the movie when, how, and where he decides. Actually, we would like this to be the case with every single movie. It’s hard to sustain a profitable system when it’s based on scarcity, when that scarcity is no longer real. The reasons are many and divers, some are more moral, others less, but the truth is it has been imposed to the ancient cinema distribution systems. Before, the movie had four lives: first in movie theaters, for some weeks… Then a Dvd release… Later cable television and finally in public television. But the internet has brought a completely new way of consuming cinema.
Before, the exhibitor and the distributor were the ones that could decide. Today, they still can with the exception that a new tool has entered our lives so we can also have a voice in the decision. And it works just like a superpower: it can be used for good or for evil, but once its possibilities are discovered… it’s hard to go back.
We decided to assume that from an early stage and, instead of fighting against something inevitable… we embraced it and took advantage of those new possibilities.
That’s why our movie is going to be released on the same day on every single screen. It will be the viewer who chooses to watch the movie online… or by the dvd/usb or go to one of the many screenings that we are organizing all over the world.

Allargando lo sguardo all’insieme dei contenuti che compongono il progetto, un’ulteriore caratteristica del modello distributivo utilizzato è la sua scalabilità. Accanto a quelli gratuiti, parte dei contenuti del franchise sono infatti accessibili solo a pagamento, aderendo al K-programme, una sorta di club privato per chi vuole fruire in maniera più immersiva del franchise. Il costo per l’accesso è di 5 euro e consente di vedere il webisodes Moon Files (la maggior parte degli altri webisodes sono invece accessibili gratuitamente), di scaricare una versione elettronica di The Voyage of the Cosmonauts, i file della colonna sonora ed altri contenuti dedicati.
Mossa molto interessante ed intelligente è stata quella di proporsi, offrirsi, apertamente come case study. Il sito ufficiale del franchise è molto ricco di materiale informativo che spiega vari aspetti della genesi e della realizzazione del progetto, consentendone un’agevole ed approfondita analisi (è da quel materiale che ho estratto gran parte dei passaggi citati in questi post). Anche questo ha contribuito a generare interesse intorno a The Cosmonaut, ed i seminari, workshop, meeting ed altri eventi universitari intorno al franchise sono stati numerosi (ad esempio presso le Università di Barcellona, di Navarra, di Valencia, al Medialab Prado, al Campus Party Spain e Campus Party Europe, al Pixel congress di Parigi, alla World Conference of Screenwriters tenutasi a Barcellona nel 2012, all’Oxford University…). Nei giorni immediatamente precedenti alla prima mondiale del film, presso l’Istituto de Empresa di Madrid, tra le più importanti business school del mondo, si è svolto un Think Tank dedicato a The Cosmonaut, dopo che lo stesso era stato analizzato come caso di studio nel corso del master d’impresa tenuto nello stesso istituto. Tra i contenuti prodotti c’è inoltre, anche un Dvd specificamente pensato per le scuole, contenente tutto il materiale relativo alla lavorazione del film, dalle prime versione del soggetto, alla contrattualistica, ai budget:

We believe it is important to transmit what we learn […] The DVD we will sell to schools and students at a reduced price will contain the movie, the Linear cut, all the musical scores, an audio commentary from each of the departments of the film and access to download all the contents of the movie – Contract models, budgets, dossiers, storyboards, all the script versions, including the technical one… In essence, a trip through the project which can be used by the student or the teacher to learn the insight of how a project is created from its inception, how it evolves and how it changes, for better or worse, the end result. In short, the DVD we would have liked to have as the only textbook when we were studying […]

A complemento del Dvd verrà anche realizzato il Riot Cinema Workbook, definito dagli stessi autori «a small indie film manual» con cento frasi e molti altri appunti veloci raccolti nel di quattro anni passati a produrre cinema di frontiera, un «guerrilla manual». Del resto lo stesso Nicolas Alcalà, nelle numerose interviste rilasciate, si pone come testimone e portavoce di un nuovo modo di fare cinema, sorta di guru del cinema indie al tempo della rete e dei social network:

We want the official website to be not only a place for revolutionary viewing, but also a place for educational purposes, experimentation and of living the experiences related to our passion: To tell stories.

the_cosmonaut_thinktank

Il filo rosso che unisce le varie facce di The Cosmonaut, il suo elemento unificante, è la community che i tre del Riot sono stati capaci di addensare intorno al progetto, rivelatasi fondamentale perchè lo stesso giungesse a compimento ed ora decisiva per un’adeguata diffusione dei diversi prodotti legati al franchise. A questo fine – oltre all’abile utilizzo della rete e dei social network – sono stati importanti gli sforzi tesi a rendere The Cosmonaut un’esperienza, ad esempio mettendo a disposizione dei fan materiale per il remix creativo dei contenuti ufficiali del franchise. Nel Teaser Remix Experience i fan hanno gareggiato nella creazione del miglior trailer del film, avendo a disposizione circa trenta minuti di girato. È stato inoltre creato merchandising del franchise e sono stati organizzati diversi eventi ad hoc (ad esempio concerti in cui è stata eseguita la colonna sonora originali, o party in cui membri del cast hanno incontrato i fan).
È dal punto di vista autoriale che invece la componente partecipativa è stata meno spinta, perchè i tre del collettivo Riot hanno coinvolto i membri della community, e ne hanno chiesto il contributo creativo, solo per aspetti secondari, come descrive Nicolas Alcalà in una recente intervista:

We asked a lot of times for help from our community. We decided not to get them involved in the creative process in a direct way (they can’t choose who dies or the name of the main character, because we believe that behind a film there should one creative vision leading the way) but they were able to participate in small tasks. For example, instead of spending 4 hours researching which rocket Chelomei was building in 1966, I asked in our Twitter and 3 minutes after that I had 3 answers. Things like that.

The Cosmonaut dimostra quanto la narrazione transmediale possa esprimere tutto il suo potenziale anche in produzioni manifestamente indipendenti, dove anzi diventa essa stessa strumentale a creare quella community senza la quale è impossibile portare a casa prodotti di questo tipo al di fuori di un percorso mainstream, come ben descrive un articolo di Nuno Bernado apparso su MipWorld circa un anno fa:

What the transmedia approach and the digital platforms are bringing to the table that is new, is the fact that independent filmmakers are now able, for the first time, to directly connect with their audience using social media and on-line communities without multi-million dollar campaigns. Indies are now able to create their own franchises.
For the first time, filmmakers can “own the audience”. They can talk to the audience and find out what they like (or dislike). The success of their movies is not 100% dependable on a film distributor or sales agent. Using a transmedia approach, directors and producers can validate their work directly with a real audience and can build a fan base and increase awareness of their project from early development stage to the premiere of the movie. During this period, that in the indie world can mean a few years, audiences can be part of the production of the movie and feel that this is their movie too. This will mean a pre-built audience willing not only to pay for a ticket to see the movie but they also become advocates that can spread the good word about the movie on their own social media profiles or directly to their (real) friends.
Without multi-million dollar campaigns, the success of an independent film is always achieved with strong word of mouth and good reviews in the press (and a few awards at the most important festivals). What the transmedia approach allows, is for the producers and the creative team to start building that word of mouth process as early as possible so it can grow, as a snowball, during all the production process, so when the movie premieres it already has an audience.
The secret is to involve your audience as early as possible. Ask for their participation, let them help, whatever suggesting plot points or casting, to more sophisticated approach’s can be letting the audience create some elements for your movie, from posters, web sites or communities. If the audience is involved in the making of your movie, they will be the first ones to want to see your (and theirs) work. They will be the ones promoting your movie and getting their friends and family to join them on this experience.

In altri termini narrare transmedialmente, in un contesto indie, è una scelta espressiva ma è anche uno strumento per coalizzare immediatamente una community intorno al progetto, contribuendo a creare uno zoccolo duro di fan, che sono sostenitori non del film (o di qualsiasi altro prodotto di intrattenimento si tratti), ma di ‘progetto di film’. È questo, a ben vedere, il vero cambiamento paradigmatico…creare un comunità di fan intorno ad un prodotto di intrattenimento che è ancora di là dall’essere. In assenza della narrazione principale, diventa imprescindibile la capacità di narrativizzare le fasi della scrittura, raccolta fondi, produzione. In altri termini l’avventura da raccontare al pubblico inizia in preproduzione, ed anche in questo senso i tre del collettivo Riot hanno dimostrato una grande abilità e consapevolezza dei nuovi mezzi a disposizione dei cineasti indipendenti.

A presto.
Cor.P

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