…The Blair Witch Project…15th anniversary


La Academy, nel suo canale youtube AcademyOriginals, diffonde brevi documentari dedicati al dietro le quinte del cinema, alcuni dei quali approfondiscono momenti che hanno cambiato la storia della settima arte.

In occasione del quindicesimo anniversario dell’uscita della pellicola, uno di questi mini documentari è stato dedicato a The Blair Witch Project.

Da queste parti della pellicola di Daniel Mirick ed Eduardo Sanchez avevo già avuto modo di parlare…era il 1999 e l’utilizzo di internet da parte degli autori del film fu pionieristico, e fondamentale nel decretarne il successo.

Del resto il film in se stesso (a mio avviso) semplicemente non esiste. Ma è un caso di studio di marketing cinematografico e narrazione espansa citatissimo, ulteriore dimostrazione che da sempre la funzione narrativa e quelle più direttamente legate ad obiettivi di marketing si sono sovrapposte. L’operazione nel complesso è anche anticipatoria di tante riflessioni sviluppatesi negli anni successivi sulle possibilità che la rete ed un approccio transmediale alla narrazione cinematografica possono offrire ai cineasti indipendenti.

In effetti fu un momento di svolta, più dell’industria che dell’arte cinematografica. Ed in questa prospettiva merita certamente di essere celebrato…

A presto.
Cor.P

Veronica Mars – The Movie


Il 14 marzo esce nella sale americane, e diventa disponibile in Digital Download in tutto il mondo, Veronica Mars – The Movie.

Il film è tratto dall’omonima serie televisiva, andata in onda dal 2004 al 2007 sulla UPN (prime due stagioni) e sulla CW (terza stagione) e poi cancellata a causa dei scarsi risultati di audience. Autore della serie, e della sua trasposizione filmica, è Rob Thomas. Dopo l’uscita nelle sale statunitensi ed in rete, il film sarà disponibile in Italia anche in Dvd a partire dal 15 maggio.

Dal sito ufficiale del film, eccone la trama:

Veronica Mars si è lasciata alle spalle Neptune e le sue giornate da detective dilettante, alla vigilia della laurea in legge. Mentre sostiene colloqui in importanti studi legali, riceve una telefonata dal suo ex-fidanzato, Logan, che è stato accusato di omicidio. Veronica ritorna allora a Neptune, per aiutare Logan a procurarsi un buon avvocato. Ma quando le cose non sembreranno andare per il verso giusto riguardo la gestione del caso di Logan, Veronica si ritroverà ad essere tirata di nuovo in ballo in quella vita che credeva essersi lasciata definitivamente alle spalle.

In questa sede non mi interessa soffermarmi sul film in se stesso (per questo rimando alle recensioni già disponibili su movieplayer.it e su telesimo.it) ma sul finanziamento dal basso che lo ha reso possibile.

L’ipotesi di un lungometraggio sulla giovane investigatrice di Neptune era stata infatti ripetutamente rifiutata dalla Warner. Rob Thomas, insieme alla protagonista Kristen Bell decidono quindi di lanciare una raccolta fondi su Kickstarter. Il calcio d’inizio è datato 13 marzo 2013.

Le quote per finanziare il film andavano da un minimo di un dollaro ad un massimo di 10.000 dollari, con ricompense diversificate in base al diverso sostegno finanziario garantito al progetto: una copia pdf dello script (10 dollari), ringraziamenti video personalizzati da parte di Kristen Bell (600 dollari), biglietti per la premiere di Los Angeles (750 dollari), fino alla possibilità di apparire nel film e dire una battuta (10.000 dollari).
Dalla pagina Kickstarter ecco la descrizione originale di alcune delle ricompense previste…

10 dollari: You’ll be sent a pdf of the shooting script on the day of the movie’s release. Read it or remain unspoiled, the choice is yours. Additionally, you will receive regular updates and behind-the-scenes scoop throughout the fundraising and movie making process.

25 dollari: You will be sent a limited-edition “Veronica Mars – The Movie” T-shirt available only to Kickstarter backers. We’re working on the design now. We’ll post it as soon as it’s ready. In addition, you’ll be sent the pdf of the shooting script. Plus, you will receive regular updates and behind-the-scenes scoop throughout the fundraising and movie making process.

100 dollari: You’ll receive everything listed above — the updates, the script, the T-shirt, the digital version, the movie poster. Additionally, you’ll receive a Blu-Ray/DVD combo pack that includes the documentary on the making of the Veronica Mars movie, plus other exclusive bonus features not available on the digital version.

400 dollari: A cast member of your choice (Kristen excluded) will record up to a 20 second personalized video greeting for you. You can decide what the message will say within the bounds of good taste. Remember, these could be floating around YouTube for eternity. Our cast members have to be comfortable with what they’re saying on camera. You’ll be sent this as an mpeg. You’ll also receive a signed movie poster, a Blu-Ray/DVD combo pack, a digital version of the movie, the limited-edition T-shirt and a pdf of the shooting script. The cast members choices are Keith, Logan, Wallace, Weevil, Mac, Dick and Piz.

600 dollari: Kristen Bell will record up to a 20 second personalized video greeting for you. You can decide what the message will say within the bounds of good taste. Kristen will be the final arbiter of good taste. YouTube. Eternity. Think about it. You’ll be sent this as an mpeg. You’ll also receive a signed movie poster, a Blu-Ray/DVD combo pack, a digital version of the movie, the limited-edition T-shirt and a pdf of the shooting script.

750 dollari: Two tickets to the red carpet Veronica Mars movie premiere in Los Angeles that will be attended by the cast and creators. You’ll also receive the signed movie poster, the Blu-Ray/DVD combo pack, the digital version of the movie, the T-shirt and a pdf of the shooting script.

1.000 dollari: Two tickets to the red carpet Veronica Mars movie premiere in Los Angeles attended by the cast and creators, plus two tickets to the exclusive after-party also attended by the cast and creators. You’ll also receive the signed movie poster, the Blu-Ray/DVD combo pack, the digital version of the movie, the T-shirt and a pdf of the shooting script.

10.000 dollari: You will get a speaking role in the movie. Here’s the scene — Veronica is eating with the man in her life. Things have gotten tense between them. You are the waiter/waitress. You approach the table, and you say, “Your check, sir.” We guarantee you will be on camera as you say the line. Unless you go all hammy and ruin the scene and we have to cut you out, but that would be a sad day for all of us. Just say the line. Don’t over-think it. You’re a waiter. Your motivation is to turn over the table. In addition to appearing in the movie, you’ll receive a framed copy of the page of the script that includes your line. You’ll get an invitation to the premiere and the after party. You are, after all, in the movie. Think of yourself as Guy Fleegman from Galaxy Quest. People will surely want autographs. You’ll also receive the signed movie poster, the Blu-Ray/DVD combo pack, the digital version of the movie, the T-shirt and a pdf of the shooting script.

Il successo della raccolta è tale che i 2 milioni di dollari indicati come obiettivo per avviare la produzione del film vengono raggiunti in sole 10 ore. Un mese dopo, grazie al contributo di più di 91mila fan donatori, l’ammontare totale raccolto sarà di oltre 5,7 milioni di dollari, quasi il triplo della cifra obiettivo.

crowdfunding_Veronica-Mars-movie

La serie è stata quindi, a tutti gli effetti, riportata in vita dall’affetto dei propri fan. Mai come in questi anni, il pubblico ha la possibilità di intervenire direttamente sulle sorti dei propri beniamini. La disponibilità ad investire risorse economiche in operazioni di questo tipo è indicativa del legame emotivo che i fan hanno con gli oggetti del proprio culto.
In questo senso è esemplificativo l’articolo di Chiara Lino apparso su serialmente.com proprio il 13 marzo 2013, nelle ore di avvio della campagna di crowdfunding. Eccone alcuni stralci:

Veronica Mars avrà, dopo anni di attesa, un film. È con un pochino di emozione che ne informo chi ancora non lo sa – no, sul serio, la pagina su Kickstarter è online da meno di un’ora e lo sanno già tutti –, perché è stato per tanto tempo un desiderio irrealizzabile di noi irriducibili fan, come spesso lo sono i progetti cinematografici che dovrebbero fare seguito a serie malamente eliminate dalla nostra programmazione.

[…] Noi 10 dollari li daremmo, mettiamola così, perché significa avere un film di 10 dollari migliore e perché non ci capita spesso di avere voce in capitolo quando si tratta di fare o meno il film conclusivo di una serie che abbiamo amato.

[…] quale sarà la prossima serie a tentare la strada del crowdfunding, a risorgere grazie al sostegno economico dei fan?

Ed ecco i commenti di alcuni fan all’articolo:

Sto piangendo dalla gioia. Che colpo al cuore ragazzi,veronica mars!veronica mars!!!! P.s per chi non ha visto la serie consiglio vivamente di recuperarla ne vale davvero la pena,la prima stagione è imperdibile,e le altre finisci a seguirle comunque perchè ormai te ne sei innamorata.

Mi viene da piangere, seriamente. Rivedo la prima serie in DVD molto spesso e ogni volta me ne innamoro di più, anche se ammetto che seconda e terza (soprattutto quest’ultima) non le rivedo mai troppo volentieri perchè la magia secondo me sta tutta nel primo indimenticabile ciclo (e con quella fantastica Amanda Seyfried agli albori della sua carriera, Lily Kane non sarebbe stata Lily Kane se interpretata da qualcun’altra, non ci stanno storie). Grande Rob, grande Kristen: VERONICA MARS IL FILM […]!

Vorrei dire, in nemmeno un giorno, già si è arrivati ai 2 milioni e sale ancora!! Se questo non è amore!!

Donati 10, e ne donerò ancora se faranno le spedizioni in Europa (voglio il DVD, visto che non so se arriverà mai in Italia!). Prima grande ossessione telefilmica, forse mai superata da nessun’altra. E ora grazie ai fan e alla rete… finalmente avremo una degna conclusione! Grazie!

Una delle notizie più belle e inaspettate di sempre. Avevo oramai perso la speranza!!! E invece!! Sono CONTENTISSIMO, e mi sono commosso un sacco a vedere il video di Kickstarter!! (e anche a risentire la sigla, quanto tempo!!!!).

Questa notizia così inaspettata ormai e allo stesso tempo così desiderata mi dà una nuova speranza nel mondo intero e nell’umanità che lo popola…non aggiungo altro, faccio la mia donazione e attendo fiduciosa, ché a me quel finale così sospeso e soprattutto la “presa in giro” dei primi minuti di una eventuale quarta stagione mai realizzata con Veronica all’FBI erano davvero rimasti qua…

Conoscevo Veronica Mars, ma non l’avevo mai seguita assiduamente. Ora,dopo questa notizia l’ho recuperata e mi sta piacendo un casino. Oggi ho donato 10 euro e sono felicissimo di averlo fatto, sia per il valore del progetto sia per l’idea in se: ci sono tante serie chiuse in maniera frettolosa a causa del pressapochismi delle reti che le trasmettevano, se questa cosa dei finanziamenti si diffondesse sarebbe un bene per gli spettatori.

Il crowdfunding è quindi non solo uno strumento nelle mani di videomaker e produttori indipendenti, che vi trovano opportunità finanziarie prima impensabili (gli esempi possibili sono ormai innumerevoli, ma rimando al post dedicato a The Cosmonaut), ma anche nelle mani di professionisti già inseriti nel mainstream, che possono avvalersene per forzare la mano a produttori mainstream recalcitranti.
Proprio il fatto che dietro il film di Veronica Mars ci sia una major come la Warner Bros ha attirato alcune critiche sull’operazione. Molti si sono chiesti per quale motivo un tale colosso dovesse chiedere al pubblico i fondi per realizzare un film, ed hanno storto il naso perchè la filosofia di Kickstarter dovrebbe essere quella di finanziare progetti indipendenti. Su questo punto si è espresso lo stesso Rob Thomas,  in un’intervista rilasciata a Hitfix.com nei primi giorni della raccolta fondi:

We don’t have the means or the access to get the money any other way either. I’ve tried for a very long time to get “Veronica Mars” made by traditional means. Like those indie filmmakers, I also couldn’t get this financed through traditional channels. If I could have, I would have. I certainly tried very hard to do that. Like them, I am searching out an alternative method to getting my movie made. And I think the way to look at it is, all Warner Bros. is doing is pre-selling the product. I realize that people have an emotional reaction to “Veronica Mars,” and one I’m grateful for, but we’re trying to give good value for the money. We’re asking you to pre-buy the products to prove to the studio that there can be money made. If they sold you the t-shirt and download later, they’re making profit then. No one cares that they’re making profit then. This just ensures the interest level. And I think “Veronica Mars” fans have proved there’s enough interest to make this size of a movie viable for them.

Del resto se farsi finanziare dai propri fan è diverso dal farsi finanziare da una major, lo è anche dall’autoprodursi, unica situazione in cui si gode davvero di totale libertà espressiva. Al riguardo suggerisco di leggere la breve intervista a Steven Dengler, che ha pagato i 10.000 dollari per avere il microruolo nel film. Sorprendentemente, pur avendo sborsato quella cifra, non si dichiara un superfan di Veronica Mars:

Dengler is, however, a superfan of something else: crowdfunding itself. A wealthy entrepreneur — he co-founded XE.com, a currency site that ranks among Alexa’s top 500 most popular webpages globally — he’s also an active philanthropist who has backed some 65 projects on Kickstarter, contributing to projects including videogames and an engineering set designed for girls.

“What I love about Kickstarter is it really is empowering the artists, the people who create content, to go directly to the fan base and say, ‘Look, let’s skip this baloney,’” he said, referring to the old-fashioned method of finding financiers who may demand creative control in exchange for funds. “Let’s just make it and not involve this crazy stupid layer of people who think they know what you want.”

Ma il crowdfunding impone comunque dei vincoli, impliciti o espliciti, alle scelte espressive di chi ha deciso di farsi finanziare dalla folla…alle pressioni del produttore tradizionale si sostituiscono quelle di un pubblico che ha pre-pagato per un prodotto che ancora non esiste ma sul quale ha (altrimenti non lo avrebbe pre-pagato) attese molto elevate. E queste attese pesano sulle scelte di chi deve scrivere quel prodotto. È andata così anche per il film di Veronica Mars, come spiega chiaramente Rob Thomas:

I had some desire, as a filmmaker, to take Veronica in a slightly new direction and do something adventurous with her. Or, there’s the “give the people what they want” version. And I think partly because it’s crowd-sourced, I’m going with the “give the people what they want” version. It’s going to be Veronica being Veronica, and the characters you know and love. Certainly, I think I can make a fun, great movie out of that, and I’m excited about that, but it was a creative debate I had with myself, and I finally made the decision that I’m happy with it, to go with, “Let’s not piss people off who all donated. Let’s give them the stuff that I think that they want in the movie.”

Il finanziamento in crowdfunding ha inoltre influenzato alcune scelte anche sulla campagna distributiva del film. Infatti, come ho riportato sopra,  ai backer che hanno donato 35 dollari o più è riservata una copia digitale del film: questi riceveranno un link per lo streaming del film proprio il 14 marzo.
(Anche) per questo motivo Veronica Mars esce in America in day-and-date, cioè disponibile in sala e contestualmente in rete (in VOD o in download digitale) sin dal primo giorno, una strategia sinora mai adottata dalla Warner che, come altre major, la riteneva controproducente in termini di incassi in sala. Ma del resto per la Warner un’operazione di questo tipo è stata anche funzionale alla verifica sul campo della percorribilità concreta di nuovi modelli di business:

I think they’re treating us like a guinea pig — in the best way. They want to see if this model works, and they made the calculated decision, and for a lot of the reasons you articulated in that story, that we were a good test case for this. We just happened to be the right show at the right time, got to be the first one out of the gate. I think Warner Bros., if t works, it works, and they could start doing more of these. And you know that if it works at one studio, that they’re not going to be the only studio in town that will be trying it.

I confini tra produzione e fandom sfumano, la gestione della dialettica tra queste due dimensioni del panorama mediale, che non possono prescindere l’una dall’altra, diventa di rilevanza strategica. Il pubblico sa di poter dire la propria e di avere leve a disposizione per influenzare concretamente scelte produttive relative ai propri beniamini, e le usa con sempre maggiore frequenza ‘perché non ci capita spesso di avere voce in capitolo quando si tratta di fare o meno il film conclusivo di una serie che abbiamo amato ‘.

Io penso, invece, che capiterà sempre più spesso.

A presto.
Cor.P

The Hunger Games: Catching the Transmedia Fire (2)


Come dicevo nella prima parte, Capitol Couture è un ottimo esempo di content marketing transmediale, ma ciò che suscita delle perplessità è il fatto che una campagna promozionale che punta in questo modo sul cool, sul bello, sul patinato, sia utilizzata per un lanciare un film ambientato in un futuro distopico, nel quale un regime totalitario manda a morte ogni anno – negli hunger games – suoi giovanissimi cittadini, chiamati ad un uccidersi l’un altro in un cruentissimo survival game.
Realizzare la campagna di lancio del film The Hunger Games: Catching Fire , come pure le altre azioni di marketing legate all’universo finzionale creato dalla Collins non può (non dovrebbe) essere la stessa cosa che farlo per l’uscita di lungometraggi legati alla saga di Twilight o degli Xmen

Ma già nel primo post avevo accennato alla serie di make-up della Covergirl legata ai dodici distretti di Panem, per le quali è abbastanza spontaneo avvertire dissonanze tra la tipologia merceologica brandizzata Hunger Games ed il messaggio del film. Ma accanto a quello della linea di cosmetici sono possibili altri esempi.
In concomitanza con l’uscita del film è stata infatti immessa sul mercato una serie di dodici diverse tipologie di cioccolato, ognuna legata ad un singolo distretto, e la catena di fast-food Subway ha introdotto nel suo listino un menù legato agli hunger games, accompagnato dallo slogan ‘where Victors eat, che consente di partecipare ad un concorso ai premi per vincere il ‘victory tour.

Hunger_Games_Chocolates

L’aver inserito nel merchandising del film anche prodotti alimentari è equivalso a cavalcare in maniera banalizzante la parola ‘hunger’ presente nel titolo della saga, ancor più in considerazione del fatto che ogni tributo combatte per la propria vita ma anche per il benessere del proprio distretto al quale, vincendo, garantisce per un anno un surplus di derrate alimentari rispetto al livello assai limitato concesso normalmente dal governo di Capitol.

Come se non bastasse, il testo dello spot mette in parallelo il coraggio, la forza di Katniss con il carattere, l’audacia del sapore dei panini legati a Catching Fire, e l’effetto è abbastanza risibile. Dovremmo immaginare Katniss rifocillarsi e riprendere energie mangiando in un Subway, dopo aver vinto la precedente edizione degli Hunger Games?

subway_hunger_games

subway_where_victors_eat

Riflessioni analoghe suscita la serie di abbigliamento Capitol Couture, firmata da Trish Summerville e messa in vendita sul sito Net-A-Porter. L’opulenza e la ricchezza dei cittadini di Panem è anche lo specchio della cecità sociale che il governo centrale vuole indurre negli abitanti della sua capitale, perchè non vedano, o comunque si disinteressino, della triste sorte di chi abita nei distretti,  in condizioni in cui è a stento possibile garantirsi la sussistenza…Per come è stata costruita dalla Collins, Katniss non indosserebbe mai gli abiti disegnati da Trish Summerville, non solo perchè non potrebbe permetterseli, ma perchè nulla hanno a che vedere con il modo in cui le piace – meglio le piacerebbe – vivere. E questo, in una campagna di comunicazione che, come descritto, deve molta della sua efficacia alla capacità di mischiare il livello finzionale a quello reale, è una criticità non trascurabile.
Su Tor.com,  Emily Asher Penn ha dedicato un interessante articolo (ne suggerisco la lettura integrale) alla linea di abbigliamento di Trish Summerville, ed al cortocircuito valoriale che genera rispetto all’universo distopico immaginato da Suzanne Collins:

[…] With this much blurring between the world of the film and our own, I have to ask: How could anyone possibly feel good about shopping the Capitol Couture line? What are we saying if we buy these clothes—aren’t we buying into the very thing that Suzanne Collins’ books are trying to warn us against? […] And what about the cost of such “luxury items”? These are meant to be couture clothes. They will likely be expensive, much more than the teens and (mostly) lower-to-middle-class adults who adore the series can afford. So in effect, this line of clothing is promoting the same disdain for those who have less—or none—that the Capitol citizens show for those occupying the numbered districts of Panem. […] What are you communicating to the world if you decide to dress up like a denizen from the Capitol of Panem in your day-to-day life? Is being part of the “future of fashion” really worth associating yourself with those ideals?

Altrettanto efficacemente Maddy Lederman in un articolo per l’Huffingtion Post, sintetizza in questa maniera la sua opinione sulla linea di abbigliamento e su quella di cosmetici legati al franchise:
One of the coolest things about the Hunger Games is that it has a smart, brave, accomplished heroine who has much bigger concerns than her looks. She doesn’t even shave her legs. What would Katniss think of her fans donning outrageously impractical outfits and dying their hair and skin? Are we already living in Panem?
A tutto questo va aggiunto che una campagna di comunicazione che inviti il pubblico ad entrare nel mondo finzionale e che, a complemento, porti lo storytelling negli spazi quotidiani di chi lo segue, autorizza quello stesso pubblico a prendere le cose piuttosto sul serio e ad impugnare quella stessa campagna, mettendone in discussione gli aspetti più controversi.
In questo senso si è mossa la Harry Potter Alliance, un’associazione no-profit che utilizza l’immaginario dei franchise di maggiore successo globale e la capacità di coinvolgimento di alcuni fandom leaders per convogliare attenzione su tematiche socialmente rilevanti. E quello che è avvenuto in reazione alla campagna di comunicazione per Catching Fire, con un iniziativa di sensibilizzazione volta a mostrare quanto la disuguaglianza sociale di Panem sia assai simile a quella del nostro mondo.  Di questa iniziativa fa parte un video diffuso su youtube che fin qui ha raccolto quasi mezzo milione di visite.
Ma, soprattutto, l’Harry Potter Alliance ha lanciato wearethedistricts,  un sito su piattaforma tumblr, il cui obiettivo è evidenziare le numerose disuguaglianze che caratterizzano il nostro mondo, prendendo ispirazione dal futuro distopico immaginato dalla Collins:

[…] Panem is a classic dystopia, a horrifying nightmare vision of humanity’s future that is unlikely to be realized. Yet the purpose of dystopian fiction is to present a future that is unlikely but nevertheless possible, as a means of provoking questions about the current structure and trajectory of society. What is it about our world that would prompt Suzanne Collins to put forward The Hunger Games as a conceivable outcome for humanity?
The details are different, of course, but the gap that exists between the elite citizenry of the Capitol and the working classes of the districts is equivalent to the massive gap that exists between the wealthiest few and the impoverished many of our world. […] Everyday people are finding it harder to make ends meet, and social safety nets are eroding at such a pace that they’re unable to catch the growing number of people falling through the cracks. […] So what does it matter that people aren’t literally chained to the fate of a district? When you’re born into a social class, the odds are heavily stacked against your climbing out of it.
The open disdain that Panem’s ruling class feels toward the districts that support the Capitol is not unlike the disdain demonstrated by politicians who fight tooth and nail for the elimination of programs that keep people off the streets, keep children fed, keep schools from crumbling to the ground, keep benefits in place for veterans, etc.
[…] Economic inequality is not inherent to humanity. It has been constructed deliberately for the benefit of the few and at the expense of many. […] This blog is a collection of individual initiative and community action, presented within the framework of 12 districts of economic inequality. We know these issues are inextricably connected, and that they’re byproducts of one vast system. However, we want to shine a spotlight on each of them to better highlight just how pervasive and widespread they are. This blog is our three-finger salute, a demonstration of solidarity, and an ever-growing collection of ideas, resources, and solutions.

we_are_the_district
Il sito è molto semplice, ma piuttosto curato e dal punto di vista grafico è molto intelligente ed efficace la scelta di associare gli esempi di disuguaglianza riportati nel blog a dodici aree di intervento, rappresentate da altrettanti loghi, a riecheggiare i dodici distretti di Panem. Il sito inoltre, sin qui, è molto attivo, con quasi novanta post a due mesi dall’apertura. Il direttore esecutivo dell’Harry Potter Alliance ha scritto un pezzo per il Los Angeles Time in cui spiega l’iniziativa oddsinourfavor.org, in cui ogni fan è invitato a postare un selfies con il saluto delle tre dita (quello che la popolazione dei distretti fa ai propri tributi in segno di vicinanza, solidarietà e contrasto al regime di Capitol) per impedire che la campagna di marketing della Lionsgate possa liberamente travisare il messaggio dei libri della Collins:

During the making of the first “Hunger Games” film, director Gary Ross (who did not direct the second film) explained his shooting philosophy. “If you shoot it like a slick glossy Hollywood movie … you lose the feeling of reality and urgency that you need all the way through — you’re turning into the Capitol, you’re not examining the Capitol anymore.” Has Lionsgate become the Capitol? Its marketing strategy is turning an anti-classist epic into a platform for the novels’ villains. […] At its core, “The Hunger Games” is about economic inequality.[…] We can’t produce our own multimillion-dollar marketing campaign, but we can hack Lionsgate’s. Wherever the studio and its promotional partners post an advertisement for the movie, you’ll see our members posting pictures of themselves doing the three-finger salute — the Districts’ symbol for solidarity in the face of the Capitol. Instead of letting the studio’s campaign silence or distort the film’s message, activists will draw attention to the reality of economic inequality in America and to organizations that are working to end it.

we_are_the_districts_2

Lo ribadisco, in universo finzionale che così abilmente la campagna di lancio dei film ha saputo rendere abitabile, esplorabile, da parte dei fan, che sono stati invitati ad entrare, a diventare essi stessi cittadini di Panem (ed in quanto tali schedati dal governo centrale, e mi riferisco all’iscrizione richiesta per accedere a tutti contenuti del sito capitol.pn), non deve quindi sorprendere che questi stessi fan facciano sentire forte le loro perplessità, non solo con azioni strutturate come quelle realizzate da community come la Harry Potter Alliance, ma anche attraverso semplici commenti online che sono però un interessante termometro della elevatà sensibilità di fan sempre più ingaggiati in questo tipo di narrazioni espanse.
Ecco per esempio i commenti di alcuni fan all’articolo apparso su themarysue.com in cui veniva riportata la notizia dei sandwiches Subway-Catching Fire:

Thank you! I’ve been lamenting this ever since I saw the first really confusing Subway Catching Fire commercial. I’m also disturbed about Covergirl’s Capitol makup collection. I thought the point of the hair/clothing/makeup of the Capitol was to show how absurd, shallow, and ridiculous they are. Why would I want to look like them?
Robert – […] But a sandwich ad? Really? That’s where we’re going with a book about a dystopian future where 1/12 of the population (excluding the capital) gets extra food for the year if a child kills 23 other children? Wow. It’s not even a new Hunger Games product; they’re just licensing the footage for existing sandwiches. It’s a pure cash grab.

In conclusione, Capitol Couture è certamente un ottimo esempio di content marketing transmediale, che riesce a sovrapporre in maniera molto convincente la dimensione reale con quella finzionale,  quella della promozione con quella dello storytelling vero e proprio, contribuendo a rendere il mondo di Panem un mondo abitabile, uno spazio esplorabile dai fan della trilogia di Suzanne Collins.

Ma proprio perchè ci si muove in un contesto di questo tipo, in cui la narrazione si espande in maniera proteiforme e i confini tra il prodotto di intrattenimento e la vita reale diventano sempre più incerti, il legame e la coerenza tra le scelte di marketing ed il significato, il messaggio, l’anima (quando ce n’è una) della storia che viene promossa devono essere curati con particolare attenzione…anche il ‘semplice’ merchandising deve sembrare estratto dalla diegesi, quasi fosse un oggetto di scena, una parte di quell’universo resa disponibile al suo pubblico.
Perchè, citando l’articolo sul TheGuardian di Heather Long, anch’esso dedicato alla campagna di lancio di Catching Fire:
There’s just one massive problem with this “beauty campaign”: the capitol represents everything wrong with society in the Hunger Games trilogy. No one in their right mind should aspire to look like that. We’re supposed to be horrified by it.
A presto.
Cor.P

The Hunger Games: Catching the Transmedia Fire (1)


Mi ero già occupato della trasposizione cinematografica di The Hunger Games, dopo l’uscita del primo film. Ne avevo parlato in termini di adattamento transmediale, perchè la storia raccontata al cinema era la stessa già presente nel primo libro della saga della Collins e quindi, in questi termini, si sarebbe trattato di ‘semplice’ adattamento. Ma in realtà nel passaggio dal libro al cinema, il narrare diveniva espanso. Non si passava cioè dalla narrazione monomediale del libro, ad una, altrettanto monomediale, del cinema: accanto al lungometraggio cinematografico erano stati realizzati infatti una serie di contenuti e di spazi (per la descrizione dei quali vi rimando ai tre post dedicati al primo film), soprattutto online, che hanno espanso la narrazione primaria. Per questi motivi era più completo e corretto parlare di adattamento transmediale.
E lo stesso di può dire per The Hunger Games, Catching Fire (The Hunger Games, la ragazza di fuoco), il secondo film tratto dall’universo finzionale creato da Suzanne Collins, uscito da pochi giorni.
Anche in questo caso il lancio del lungometraggio è stato preceduto da una ponderosa campagna di comunicazione transmediale, di cui vale la pena tratteggiare alcuni dei contenuti principali.
La campagna è iniziata nei primi mesi del 2013, con la cartellonistica relativa a Capitol Couture, ed al nuovo profumo Cinna,  apparsa in alcuni delle maggiori città statunitensi.

billboard_capital_couture Cinna-Perfume

Cinna-Perfume_billboard_real

billboard_capital_couture_real

Questo è bastato ai fan di THG per capire che iniziava il percorso di avvicinamento a Catching Fire.  Per il pubblico meno coinvolto nel franchise ma incuriosito da questi cartelloni, è invece stato sufficiente inserire nei principali motori di ricerca ‘Capitol Couture’, per ritrovarsi nell’omonimo sito ospitato dalla piattaforma tumblr. Capitol Couture esisteva già, sulla medesima piattaforma, al momento del lancio del primo lungometraggio, nel 2012. Ma era infinitamente più semplice della versione attuale, sia in termini di struttura (poco più di un blog), sia in termini di quantità, qualità e articolazione dei contenuti e loro interconnessione con l’universo di THG. Oggi Capitol Couture appare come un vero e proprio fashion magazine – scritto per i cittadini di Capitol nel quale accanto ad articoli sui victors (vincitori di edizioni precedenti degli Hunger Games, che per questo vivono in condizioni privilegiate e possono essere mentori dei tributi del loro distretto designati per le edizioni successive dei giochi)  o su eventi mondani della capitale di Panem, ci sono i tipici servizi di moda o quelli relativi al make-up, presenti nelle riviste di questo tipo.
Come avevo scritto nei post dedicati al lancio del primo film con riferimento alle pagine facebook dei dodici distretti, anche in questo caso non ci sono grandi novità in termini di avanzamento di quanto raccontato nel franchise THG, ma c’è sicuramente un ottimo, affascinante lavoro in termini di occasioni date ai fan per immergersi nel mondo di Panem, facendo loro conoscere, respirare, sperimentare, lo stile di vita dei suoi cittadini, fatto di lusso sfarzoso ed opulenza, come già sa chi ha letto i libri della Collins.

Perchè tutto questo acquisisca maggiore efficacia (che in questo contesto significa fondamentalmente maggiore capacità di coinvolgimento) i confini tra realtà è finzione vengono ripetutamente attraversati, sfumati, confusi. Capitol Couture è un fake fashion magazine…ma considerando l’articolazione, la quantità e spesso la qualità dei contenuti, in alcuni passaggi risulta interessante come fosse vero. Del resto nel magazine scrivono anche firme già note, giornalisti affermati come Monica Corcoran Harel che ha prestato la sua opera a testate come New York Times, Elle, Marie Claire o come la fashion blogger Rose Apodaca, già giornalista per Harper’s Bazaar e Elle. Nella sezione capitol look vengono dedicati articoli a fashion designers che tali sono davvero, come ad esempio la spagnola Alba Prat o l’olandese Anouk Wipprecht, o a make- up artist di fama internazionale come Mao Geping. A questi si affiancano altri designer, essi stessi esistenti, che hanno effettivamente contribuito al disegno dei costumi del film, ma che sulle pagine di Capitol Couture vengono presentati come fossero loro stessi cittadini di Capitol, come avviene ad esempio per Daniel Vi Le. L’ibridazione di realtà e finzione si ritrova anche in passaggi più sottili dei singoli articoli che però, per la loro numerosità e per la loro oculata disposizione, sono essi stessi utilissimi a rendere Capitol Couture, e ciò che vi si racconta, ‘vero’.
Così ad esempio nel pezzo si cronaca mondana sul party che il presidente Snow ha dato in onore dei Victors, la giornalista Corcoran Harel viene citata tra gli ospiti…quindi non solo scrive per Capitol Couture, ma è parte integrante di quella realtà che con i suoi articoli descrive. E nello stesso articolo, parlando degli abiti degli ospiti più prestigiosi, vengono citati numerosi veri stilisti: Thierry Mugler, Yves Saint Laurent, Alexander McQueen…

Stessa logica soggiace all’intervista al presidente Snow, che attraverso le pagine del magazine più diffuso, chiama i cittadini di Panem ad una partecipazione massiccia ai settacinquesimi Hunger Games:

I know every citizen reads Capitol Couture, so let this interview be my call to the people of Panem,” he says, standing up for a moment with his hand at his heart. “Are you preparing for the Quarter Quell? It’s part of our civic duty to participate and show your loyalty.

Ci immergiamo nel mondo di Panem, perchè leggiamo la rivista che leggono i cattadini di Capitol…

Capital Couture è interessante perchè chiarisce come l’espansione transmediale di un tessuto narrativo possa essere realizzata in maniera efficace anche non toccando direttamente, se non in maniera marginale, la storyline, perchè in estrema sintesi Capitol Couture non amplia la storia di THG ma approfondisce il mondo in cui quella stessa storia è ambientata. Inoltre  dimostra come l’engagement del pubblico, la sua immersione nell’universo finzionale, non necessariamente debba essere perseguita attraverso avveniristiche, estremamente complesse, soluzioni interattive (arg, augmented reality, location based games…), perchè l’attività che, attraverso Capitol Couture, immerge un po’ di più il fan nel mondo di Panem è, semplicemente, la lettura…Ed è quindi agevole, a complemento, comprendere come la scrittura continui a rivestire un ruolo centrale anche nella costruzione di universi finzionali così complessi, dando un contributo irrinunciabile alla solidità delle fondamenta degli stessi.

Quello di Capitol Couture è inoltre l’ennesimo esempio di come sempre più spesso, in franchise transmediali, sia praticamente impossibile distinguere il materiale promozionale sulla storia, dalla storia vera e propria…
In questo caso però esistono delle specificità sulle quali vale la pena soffermarsi, derivanti proprio dal tipo di storia che Suzanne Collins ha raccontato. Quello immaginato dall’autrice statunitense è un futuro distopico, in cui la dittatura, l’ingiustizia sociale, la segregazione, sono la regola. Un futuro in cui adolescenti sono posti l’uno contro l’altro, in survival games in cui sono chiamati ad uccidersi tra loro. Associare a un franchise che affronta questo tipo di tematiche un magazine come Capitol Couture, che celebra l’immagine ultracool, patinatissima, del mondo di Panem – raffigurandone il bello, almeno secondo i canoni estetici di Capitol City –  è un’operazione che suscita qualche interrogativo. Al di là di eventuali considerazioni etiche, va valutato con attenzione se contenuti promozionali di questo tipo siano coerenti con l’anima del prodotto a cui si riferiscono…o se non rischino invece di tradirla, inflazionando il franchise nel suo insieme.
Per alcuni l’utilizzo di personaggi (stilisti, designer, giornalisti) provenienti dal mondo reale, di marchi celebri che affollano le vetrine delle nostre vie più prestigiose, dovrebbe dimostrare quanto il mondo di Panem sia vicino alla nostra realtà quotidiana, dove, come avviene a Capitol, l’opulenza, lo sfarzo, il lusso esibito, convivono con la povertà, la deprivazione, la morte. Tra le righe di Capitol Couture ci sarebbe quindi l’intenzione di fare della critica sociale. Ad esempio secondo Christine Weitbrecht  gli articoli che vi compaiono:

are showing us how close we are already to this particular opulent lifestyle. One way of doing this is the inclusion of luxury brands and designers, that a large part of our own society lusts after, and another is the style and tone of the Capitol Couture articles, which we will all recognize from the type of magazine articles that fill our real-life magazines everyday fans (and probably everyone who’s seen the first movie) can quickly spot the way in which the Capitol and Capitol Couture gloss over anything that could be remotely critical of the status quo, even in the media listed above, and with this type of content directly juxtaposed with real-life examples of media and lifestyle, the criticism behind THG becomes all the more powerful.

Da parte mia nutro dei seri dubbi che questo tipo di critica venga recepita dal target di riferimento del franchise.  E del resto se questo fosse stato lo scopo, probabilmente i marchi che abbiamo citato, ed i molti altri che ricorrono nelle pagine di Capitol Couture, non si sarebbero resi disponibili per un’operazione di questo tipo, che avrebbe gettato discredito su di loro, in quanto associati all’idea di un regime totalitario e alla sinistra immagine del Presidente Snow. Ma, come la stessa Weitbrecht sottolinea, questo non avviene:

Interestingly, the negative image of the Capitol doesn’t seem to impact on the brands negatively. Given the social critique of modern day opulence the Capitol embodies, one would think that no brands – luxury or otherwise – would want to be associated with the Capitol, and that fans would look at the featured high-end brands as associates of the evil President Snow and Capitol society. However, judging from the comments and popularity of Capitol Couture, fans don’t seem to think that way.

A mio avviso, appunto, l’immagine negativa di Capitol non impatta altrettanto negativamente su marchi e personaggi che vengono citati nelle pagine di Capitol Couture, perchè se nel magazine esistono intenti critici nei confronti del regime totalitario di Panem, sono nascosti benissimo…

La stessa Suzanne Collins ha sottolineato – in alcune sue dichiarazioni a Variety – come la campagna di lancio del film riecheggi, in un gioco di rimandi metatestuali, le stesse strategie della propaganda degli hunger games che il regime di Panem mette in atto:

I’m thrilled with the work Tim Palen and his marketing team have done on the film. […] It’s appropriately disturbing and thought-provoking how the campaign promotes ‘Catching Fire’ while simultaneously promoting the Capitol’s punitive forms of entertainment. The stunning image of Katniss in her wedding dress that we use to sell tickets is just the kind of thing the Capitol would use to rev up its audience for the Quarter Quell (the name of the games in “Catching Fire”). That dualistic approach is very much in keeping with the books.

 Ma ciò che pone dei dubbi è proprio quella che secondo la Collins è la caratteristica della campagna di marketing di Catching Fire che più riecheggia il modo di comunicare del regime di Panem: la campagnia promuove il film e, nel farlo, promuove anche l’intrattenimento violento degli Hunger Games. Dell’afflato critico non v’è traccia, e del resto, da questo punto di vista, non mancano scivoloni. Penso ad esempio alla linea di make up della Covergirl legata al film.

Hunger_Games_CoverGirl_Capitol_Collection

Dodici diversi make up, uno per ciascuno dei distretti di Panem, dai quali per ogni edizione dei giochi due tributi, due adolescenti, sono mandati a morte quasi certa (visto che sopravviverà solo il vincitore, uno su 24 partecipanti). Associare il brand THG ad una serie di cosmetici non stona un po’ con il messaggio dei libri della Collins?
Se all’uscita del film V per Vendetta fosse stata lanciata una linea di prodotti per rendere i capelli lisci, lucidi e mori come quelli del protagonista? Sarebbe stata una gran mossa?

Alla settimana prossima per la seconda parte.

A presto.
Cor.P

David Cronenberg: Body, Mind, Change…Il cinema della nuova carne ai tempi del transmedia


Il cinema della nuova carne. Ci si riferisce spesso così al cinema di David Cronenberg. che per gran parte della sua carriera ha indagato le derive future del corpo umano, tra una medicina che sperimenta irresponsabilmente, ed una irredimibile pulsione della carne a fondersi con la tecnologia.

Dal teletrasbordo de La Mosca (1986), ai poteri telepatici di Scanners (1981) a quelli paranormali di The Dead Zone – La zona morta (1983); dai trapianti cutanei di Rabid (1977) alla fusione carne-medium di Videodrome fino a quella con la joypad biologica in Existenz (1999); dalla covata malefica di Brood (1979) al feticismo per gli incidenti automobilistici in Crash (1996), dai parassiti sotto pelle di Shiver (1975) al legame patologico dei gemelli di Inseparabili (1988) per arrivare al catartico delirio allucinatorio di Naked Lunch – Il pasto nudo (1991), sono molte le sequenze del cinema di Cronenberg consegnate alla memoria collettiva, o  almeno a quella di un pubblico di cultori decisamente numeroso.

Negli ultimi anni, con La promessa dell’assassino, History of Violence, A dangerous Method, Cosmopolis, Cronenberg ha virato verso un cinema iperrealistico, acclamato dalla critica, ma lontano dai meravigliosi eccessi (per chi come me lo ha adorato) della sua filmografia precedente.

Oggi però il regista canadese sembra tornare nei suoi vecchi territori, con il progetto Body, Mind, Change (BMC), nel quale la nuova carne da sottoporre a futuristiche, angoscianti, derive biotecnologiche, sembra essere quella del pubblico. Iscrivendosi nel sito ufficiale del progetto sarà infatti possibile ricevere un Personal On Demand (Pod), un sensore biotecnologico che istallato nel corpo dell’ospite, ne migliorerà la vita, arrivando ad anticiparne i desideri. Ed il primo a sottoporsi all’esperimento sarà proprio Cronenberg…

body_mind_change

Ecco le parole con cui  il Pod, e più in generale l’intero progetto BMC, viene descritto nel sito:

Meet POD (Personal On-demand), the ultimate recommendation engine. POD is an emotional sensory learning and data-mining organism designed to enhance your life. This state of the art biotech implant will guarantee you personalized recommendations that are 99.999% relevant all the time. POD grows with you to become an intuitive companion, fulfilling your deepest desires on demand. […] BMC labs is focused on developing biological implants that will make their hosts faster, smarter and healthier while improving sexual performance, and increasing the average life span.

Come già accennatto, chiunque lo desideri può iscriversi al sito per ricevere il suo POD. I contenuti del sito della BMC Labs lasciano volutamente l’incertezza sul fatto che si tratti di pura finzione o, invece, di qualcosa di reale…non si tratta di un mockumentary ne di un found footage horror, ma c’è comunque il tentativo di ‘far credere che sia vero’. La tecnologia del POD viene descritta come direttamente ispirata all’opera di David Cronenberg. Ma a partire dall’immaginario del regista canadese, la BMC

is turning science fiction in science fact. […] While it has become common for large corporations to bring on creative visionaries to help guide product development or provide market insight, BMC is taking the relationship further. We’re pleased to announce POD (Personal On-Demand), the first release in our BODY MIND CHANGE™ series. This next generation recommendation engine knows what you want before you do. Forged from an innovative partnership with creative visionary David Cronenberg, BMC labs has secured an exclusive license to all the biology and technology IP found within Cronenberg’s films.

Il POD, dovrà avere un periodo di training, per poi adattarsi al meglio al corpo ospitante:

After a light training period, POD will be able to predict your deepest unfulfilled desires – even the ones you didn’t know you had. It all begins when you grow your own bionanohybrid cells in our lab. After six weeks of personalizing POD’s AI system, the resulting organ is ready for implantation. During that time, you teach the organism about your needs, loves and desires by engaging with stories, games and visual content.

Il tema dell’inserimento nel corpo umano di un elemento estraneo, rimanda direttamente a film come Shiver, Existenz, La mosca e Brood. Ed anche il design del POD, rievoca l’immaginario del Cronenberg degli anni settanta.

Brood1979

shivers

Existenz_pod2

Coordinatore artistico del progetto, sviluppato grazie al Toronto International Film Festival (Tiff) e al Canadian Film Centre’s Media Lab (CFC Media Lab) è Lance Weiler, pioniere nell’ibridazione tra cinema e narrazioni immersive,  già citato numerose volte su queste pagine. L’avvio è previsto per il prossimo 25 ottobre:

At launch on October 25, registered participants will be guided through an episodic interactive narrative that functions as a simulator for training their PODs. Completing this three-part experience will guarantee them a unique POD generated from their behaviour during the simulations.  Their POD will be available for pick-up at the close of the David Cronenberg:  Evolution exhibition in January 2014 at the BMC Labs installation, located in the CIBC Canadian Film Gallery on the 4th floor of the TIFF Bell Lightbox.

La carne diventa l’ennesimo medium attraverso il quale transmediare la narrazione. Del resto questo era quello che prefigurava il film cult per eccellenza di Cronenberg, Videodrome, diretto debitore delle teorie di McLuhan.

Ora con Body, Mind, Change le previsioni di quel film del 1981 sembrano potersi realizzare, perchè, come dice Ana Serrano, Chief Digital Officer del CFC Media Lab e produttore di BMC:

It has been an exciting creative journey resulting in North America’s first interactive storytelling experience that generates a physical object for the user that has narrative meaning.

Da vecchio fan di Cronenberg non potevo non iscrivermi al sito della BMC, e spero di avere il tempo per completare il training…ma non penso che andrò a Toronto a ritirare il mio POD!

A presto.
Cor.P

Il 2nd Screen al cinema: La Sirenetta Reloaded?


…sono un grande appassionato di cinema e, ancor più, di film…

I film sono (erano?) oggetti audiovisivi di circa 90 minuti…il cinema è invece un luogo buio, di capienza assai variabile, in cui vengono proiettati film su grande schermo.
Io amo andare al cinema, ma amo ancor più vedere film. In altri termini, se non li vedo su grande schermo, mi va benissimo vederli su piccolo schermo, su portatile, su tablet…Ma se li vedo al cinema non transigo da alcune regole base: 1) non si parla durante la proiezione; 2) i cellulari, i tablet e altri device elettronici devono essere rigorosamente spenti, o silenti, o con schermo non illuminato…; 3) sgranocchiare pop-corn è parte imprescindibile del piacere di vedere un buon film horror al cinema e, per questo, non può essere considerato fonte di disturbo per gli altri spettatori.

Per quanto riguarda il punto 2 sembra che le cose stiano cambiando. La Disney ha appena lanciato un’app che rende in qualche modo interattiva la visione de La Sirenetta (The Little Mermaid), classico dell’animazione datato 1989. L’app, per I-Pad, si chiama Second Screen Live: The Little Mermaid e consente di giocare, raccogliere punti gareggiando con gli altri spettatori, cantare le canzoni del film, il tutto durante la proiezione dello stesso.

2nd_screen_little_mermaid

Il 2nd Screen di cui si parla solitamente con riferimento alla televisione, approda quindi al cinema, non a caso affiancato ad un prodotto, come La Sirenetta, che è uscito alla fine degli anni Ottanta ed oggi viene riproposto ai nativi digitali, per i quali l’interazione con gli schermi touch è tanto naturale quanto quella con i fumetti cartacei di Topolino lo era stata per i genitori. L’applicazione potrà essere utilizzata, a partire dal 20 settembre, in cinema selezionati e per un periodo di tempo limitato, come recita il trailer di lancio.

L’operazione è evidentemente sperimentale, ed il fatto che sia condotta a partire da un film del 1989 e per un periodo di tempo limitato, ne è la conferma. Le reazioni in rete sono state a dir poco negative, ed i commenti al  trailer, su YouTube, sono stati disabilitati.
La rete abbonda comunque di giudizi sarcastici sull’iniziativa, ed alcuni vale la pena riportarli. In primis consiglio la lettura di un articolo significativamente intitolato Here’s A New Version of “The Little Mermaid” For People Who Don’t Want to See The Film.
Invece quelli che seguono sono, a titolo esemplicativo, commenti all’articolo sull’iniziativa pubblicato su MacRumors.com:

I guess I can see this being OK for kids to keep them occupied, but if this “second screen” is going to be a trend for grown-up movies, then count me out. I mean, do they want us to look at the screen or our iPad? What happens when something’s going on in the movie and you miss it because you were looking at something on your iPad? It just takes away the whole submersive element to going to a movie theater and watching a movie. Every time you look away from a movie screen you disassociate yourself from the false reality that the movie is supposed to present.

I realize that I’m not the target audience for this, but this seems like a really good way to make me hate the movie theater experience if it were to spread to other films. And if I were to pay $12 or so for a small child to go see a movie as old as The Little Mermaid, I would be really annoyed if they just kept their nose in a companion app the entire time instead of paying attention to the movie.

Questo invece uno dei commenti all’articolo su Polygon.com:

Great, a thousand lit-up screens in a dark movie theater. I dunno about you guys, but this sounds like my personal hell.

Giudizi di questo tipo, evidentemente, non  vengono dal vero target dell’operazione. Ex post, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i bambini che avranno assistito a queste proiezioni. A loro, decisamente avvezzi al multitasking mediale, l’esperienza piacerà?

A me che vidi La Sirenetta, innamorandomene, nel lontano 1989, l’operazione non affascina e non interessa (ma del resto coinvolgerà solo sale statunitensi), Mi auguro che Il transmediale, la fruizione espansa, rimangano opzioni facoltative. Del resto quelle previste per The Little Mermaid: Second Screen sono proiezioni speciali, eventi, e sono gli stessi uomini della Disney a parlarne in termini sperimentali: ‘Disney testing Second Screen App’. E tutta l’operazione è comunque legata all’imminente lancio, per il mercato dell’home video, del DVD Blue Ray 3d del film.

In altri termini è ovvio che ancora per molto tempo continuerà ad esserci spazio per prodotti cinematografici nel senso più tradizionale (e quindi monomediale) del termine. La stessa cosa è già accaduta con il 3D: il successo di prodotti monstre, 3D e transmediali come Pacific Rim di Guillermo Del Toro, non impedisce la distribuzione e l’apprezzamento da parte di pubblico e critica di prodotti orgogliosamente monomediali e low-budget come Reality di Matteo Garrone (cito il primo film che mi viene in mente, e che ho amato molto).

Condivido quindi i commenti che ho citato, ma non il tono apocalittico.
Nel mondo dei media il nuovo non cancella il vecchio…o lo fa in tempi molto più lenti di quanto molti futurologi si affrettino a prevedere.

A presto.
Cor.P

The Hunger Games: adattamento transmediale (1)


In The Hunger Games, romanzo pubblicato nel 2008, Suzanne Collins immagina un futuro prossimo in cui nello stato di Panem, dispoticamente amministrato dal governo insediato a Capitol City, si svolgano ogni anno gli Hunger Games: 24 adolescenti (i cosiddetti tributi) selezionati per estrazione casuale – un maschio ed una femmina – da ciascuno dei dodici distretti periferici che circondano la capitale, dopo un breve periodo di addestramento vengono mandati nell’Arena, nella quale dovranno combattere l’uno contro l’altro. Vincerà l’unico  sopravvissuto, in una battaglia in cui quindi – ovviamente – la posta in gioco è la vita. Per il solo che riuscirà a conservarla ci saranno invece la fama e la ricchezza.

L’origine dei Giochi va fatta risalire alla ribellione che, anni addietro (quella descritta nel romanzo è la settantaquattresima edizione dei giochi) i distretti ebbero nei confronti del regime costituito. La ribellione allora venne violentemente repressa ma – ad imperituro monito e periodica, ripetuta, espiazione – da allora vengono annualmente indetti i Giochi, a tenere ben presente nella memoria dei cittadini il destino che attende chi intendesse tornare a ribellarsi.

Protagonisti del primo volume sono Katniss Everdeen, che si è offerta volontaria  per gli Hunger Games al posto della sorella PrimRose, e Peeta Mellark. Provengono entrambi dal distretto 12 e si conoscono sin dall’infazia, quando Peeta aiutò Katniss dandole del pane, in un periodo in cui per la sua famiglia era impossibile sfamarla (per chi volesse maggiori dettagli sulla storia, rimando a questa serie di video dedicati ai singoli capitoli del libro)…

Gli echi sono molteplici, da 1984 per l’idea di un regime totalitario che nel futuro prossimo vigili in maniera capillare su ogni aspetto della nostra esistenza, a l’Implacabile, RollerBall,  e ancor più direttamente, Battle Royale per l’idea di una exploitative reality television in cui i partecipanti mettono/sono costretti a mettere in gioco la propria vita, per il piacere del pubblico.

Da questo primo libro della trilogia di Suzanne Collins è stato tratto un adattamento filmico, dal titolo omonimo, uscito nelle sale statunitensi il 23 marzo 2012, ed in Italia il successivo primo maggio.

La pellicola è essenzialmente, come appena detto, una trasposizione dal medium cartaceo a quello cinematografico della stessa storia. Rispetto quindi alle definizioni che ho dato nei primi post di questo blog, non siamo dalle parti del transmedia storytelling perchè, nel passaggio dalla carta alla pellicola, non si rilevano avanzamenti o approfondimenti narrativi. La lettura del solo libro, o la sola visione del film, consente al lettore/spettatore di avere una visione complessiva dell’arco narrativo. In altri termini la fruizione monomediale (libraria o cinematografica) è sufficiente per avere un quadro complessivo della storia di The Hunger Games.

In un post del settembre 2010 avevo introdotto il concetto di adattamento crossmediale, descrivendo brevemente le trasposizioni, cinematografica e teatrale, di Gomorra di Roberto Saviano. Queste trasposizioni, in termini di approfondimento e/o avanzamento del flusso narrativo, non hanno aggiunto nulla all’universo finzionale di Gomorra e conseguentemente non ne rappresentano un’espansione crossmediale, ma un adattamento… La peculiare circostanza che ognuno dei due adattamenti rilegga linee narrative diverse dell’opera di Saviano implica però che la trasposizione cinematografica sia complementare, e in qualche modo espanda, quella teatrale, e viceversa…in questo senso ciascun adattamento rappresenta un’espansione crossmediale dell’altro. In questa ottica acquisisce quindi senso parlare di adattamento transmediale: viene ri-raccontata la stessa storia, ma segmentandola su due o più piattaforme mediali, distinte e complementari.

Anche per il passaggio di The Hunger Games dalle pagine alla pellicola si può parlare di adattamento transmediale, seppure lungo direttrici diverse. In questo caso infatti, tutta la storia del libro è riprodotta, con inevitabili snellimenti, nel film per il grande schermo. La transmedialità deriva dal fatto che l’uscita del lungometraggio è stata preceduta ed accompagnata da una serie di prodotti e di contenuti – 2 videogame, svariati siti web e profili sui principali social network – che offrono al pubblico ed ai fan dei libri della Collins la possibilità di esplorare l’universo finzionale di Hunger Games, e di sentirsene parte, in maniera inedita rispetto a quanto sperimentato con il libro.

I videogiochi, come prevedibile, consentono  di vivere le vicende dei personaggi con una interattività che il libro non può offrire. The Hunger Games. Girls on Fire è un teaser game gratuito per iOS. Side-scroller con una grafica volutamente vintage, il gioco non fornisce particolari sorprese sia come gameplay che come trama (nella sua efficace recensione Francesco Destri lo definisce ‘materia videoludica risicata, inutile ed evanescente’). Il giocatore veste i panni di Katniss che, fuggita dal suo distretto, deve difendersi da api giganti e altri nemici, in una corsa senza fine.  The Hunger Games Adventures è invece un casual social game per la piattaforma facebook. Anche in questo caso la critica videoludica non ha fornito recensioni particolarmente positive. Del resto, come ben sintetizza James Moledina, il livello qualitativo dei tie-ins videogame è spesso segnato dal fatto che «…they tipically get the green light way to late in the process and suffer as a result […]. The movie industry tipically views these tie ins as another marketing device rather than a valuable stand alone product». The Hunger Games Adventures ha però almeno il merito di fornire per la prima volta una mappa ufficiale di Panem e di contribuire quindi alla costruzione fisica dell’universo finzionale in cui si svolgono le vicende di Katniss, Peeta e degli altri personaggi.

Ma se per il film tratto dal libro di Suzanne Collins si può parlare di adattamento transmediale è principalmente per i contenuti diffusi su tre siti web che hanno accompagnato l’uscita della pellicola (capitol.pncapitoltour.pn e capitolcouture.pn) e per l’utilizzo delle principali piattaforme social,  su cui mi soffermerò nella seconda parte…

A presto

Cor.P

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