Xmp intervista Simone Arcagni (3)


simone_arcagniEccoci alla terza parte dell’intervista a Simone Arcagni, che al termine della seconda parte rifletteva su quanto oggi il consumo televisivo tradizionale – confinato al solo piccolo schermo – sia ormai  da considerare di nicchia…

Xmp:  Secondo te esiste una via italiana al narrare espanso? Esistono peculiarità, specificità italiane in questo ambito?

Simone Arcagni: Non so se c’è una via italiana, so che ci sono degli esempi italiani, ma nel senso di dove nascono dal punto di vista produttivo. Ma io penso che grazie alla rete ciò che prevarrà sarà la formazione di comunità transnazionali. Cioè sarà più facile che gli amanti della fantascienza creino le loro comunità ed i loro prodotti, in maniera del tutto indipendente dalla provenienza di ciascuno dei membri. In altri termini penso a comunità di interessi, in cui non so quanto possa emergere o svilupparsi una specificità italiana. Comunque nel campo delle webseries e dei webdocumentari non siamo messi male, anzi facciamo molte cose interessanti e vinciamo molti premi internazionali. Io faccio l’esempio delle webseries perché le ritengo, anche quando vivono ‘solo’ in rete, crossmediali ab origine…Se io realizzo gli episodi, li distribuisco su youtube, creo pagine dedicate su Facebook o su Twitter, anche se si tratta di una produzione monocanale – ma youtube lo definirei un transcanale – è pur sempre vero che quel tipo di prodotto nasce proprio per essere sparso, condiviso…la spreadability di cui parla Jenkins. Lo spettatore – commentando,  taggando e rilanciando in mille altre maniere – fa muovere quel testo è lo fa navigare da altre parti. Quindi per me una webserie o un webdocumentario sono intrinsecamente transmediali, anche se a volte la loro portata transmediale è limitata dal fatto che ci sono pochi fan.

Xmp: Quindi, se volessimo sintetizzare, la vera peculiarità di questi formati narrativi non è (o fra poco non sarà più) la loro distribuzione su più canali mediali ma la partecipazione, la collettivizzazione, la spreadability…

Simone Arcagni: Secondo me sì, ovviamente con gradi diversi. In un programma come RaiTunes è certamente più presente, ma anche in una webserie come Freaks, che poi diventa un dvd e anche un libro…chiaramente ci sono differenze, ma al contempo è evidente che se realizzo un prodotto per internet, pensandolo da subito immerso nell’ambiente dei social network, la sua caratteristica decisiva diventa proprio la spreadability, il nascere per essere fruito in tempi diversi, con modalità diverse, su device diversi e con un tipo partecipazione, di interazione, diversa…dal minimo del commento al massimo dell’interattività in senso stretto.

Un altro esempio italiano interessante, di tutto altro genere, è Tutto parla di te, film di Alina Marazzi. La produzione del film ha deciso di affiancargli un webdoc crossmediale che partiva dal lungometraggio e ne usciva per andare verso le esperienze che il pubblico decideva di condividere. Si chiamava Tutto parla di voi, ed era creato con un insieme di video postati da persone che raccontano la loro esperienza personale rispetto alla depressione post-partum, argomento centrale del film. Quindi a partire da un lungometraggio cinematografico si crea un web documentario partecipativo, in cui l’elemento social diventa snodo vitale. Non solo. Ad ospitare e a finanziare il documentario è arrivato Il Fatto Quotidiano, cioè un quotidiano che ha bisogno di contenuti, di informazioni, in questo caso legate ad un reportage, un ottimo reportage partecipato. Quindi ci troviamo di fronte ad un lungometraggio cinematografico che, attraverso le estensioni sul web ed il sostegno di una testata giornalistica, diventa un mondo partecipato e partecipante.

Un altro esempio nostrano, ancora molto diverso, è quello di Dylan Dog, di cui Luca Vecchi, Claudio Di Biagio e Matteo Bruno stanno facendo una webseries. La serie nasce dal fatto che ogni volta che l’eroe della Bonelli è stato trasposto al cinema, i risultati sono stati risibili…Vecchi e Di Biagio, ottimi professionisti e fan dichiarati dell’indagatore dell’incubo, hanno perciò deciso di provare a ricrearne in video una versione filologicamente corretta. Per finanziare l’operazione i due lanciano un crowdfunding, in cui si presentano proprio come fan che vogliono rendere giustizia filologica al loro eroe, e che per questo chiedono al pubblico non solo il supporto finanziario, ma anche suggerimenti su cosa non può mancare nella serie…e quindi il crowdfunding diventa anche crowdsourcing, perché le sceneggiature vengono costruite tenendo conto dei suggerimenti di chi partecipa al finanziamento e perché alcuni ruoli tecnici nella troupe verranno coperti proprio da soggetti che si sono autocandidati spontaneamente online.

Xmp:  Quindi possiamo dire che in questi contesti si inverte il flusso tradizionale: prima si trova un pubblico disposto a pagare, per un prodotto che verrà realizzato solo ex post…

Simone Arcagni: Sì, in effetti questa serie non l’ha vista nessuno, perché ancora non esiste, ma nei social network, nel passaparola digitale, è come se già esistesse a tutti gli effetti.

Xmp:  Scenari di questo tipo offrono nuove e maggiori possibilità agli indipendenti?

Simone Arcagni: Sì sicuramente. A Roma si è da poco tenuto il primo meeting di video maker, produttori e sceneggiatori di webseries.  L’obiettivo prioritario è quello di fare gruppo e aumentare la possibilità di espandersi sul mercato: in altri termini rimanere indipendenti, rendendosi però più solidi federandosi.

Xmp:  Esistono professionisti italiani che si stanno mettendo in luce in questo ambito?

Simone Arcagni: Diciamo che Riccardo Staglianò e tutta l’academy di Repubblica che si occupa dei web documentari, di prodotti pensati per diventare in parte video, in parte testo, in parte mappa, in parte gallery fotografica e mille altre cose, hanno svolto e stanno svolgendo un ruolo centrale, tentando percorsi che altri in Italia ancora non esplorano.
L’altro nome, che ho già citato, è quello di Mariano Equizzi, ma qui parliamo veramente di nicchia. Ma è il personaggio che più di tutti sta cercando di sperimentare tutte le forme, tutti i modi, tutte le tecnologie che permettono l’apertura del racconto non lineare.
Aggiungerei poi Luca De Biase, un nome che è un po’ fuori da questo contesto audiovisivo ma che è tra i pochi giornalisti italiani che lavora incessantemente da anni per la costruzione di piattaforme convergenti della notizia. È lui che ha avuto l’idea di Nova24 e quella di Nova100, cioè di 100 blog di blogger selezionati, le cui notizie possono confluire nel quotidiano. Ed ora con il Nova cartaceo ha fatto il primo giornale cartaceo aumentato, senza il QrCode. Ci sono alcuni articoli estesi, e poi inquadrando alcune foto con lo smartphone, dopo aver scaricato l’applicazione gratuita, si può accedere a molti contenuti ulteriori, testi, foto, video. Si crea cioè una piattaforma trans narrativa del giornalismo.  Lui quindi, a partire da contesto informativo e giornalistico, ha davvero una visione transmediale del modo di generare e far circolare testi.
Nel mondo delle webseries ho già citato Claudio Di Biagio – che era tra i protagonisti di Freaks e collabora con i Manetti Bros – e Luca Vecchi, che aveva anche realizzato The Pills. Secondo me hanno idee interessanti, sanno costruire mondi narrativi e sanno che poi li devono andare a collegare con molte cose diverse. Loro, così come il gruppo che ruota intorno alla TheJackal, rappresentano davvero una nuova generazione di sceneggiatori e video maker, che sanno che non devono costruire ‘il film’, chiuso, monotestuale…ma qualcosa di diverso…

Xmp: Rispetto a quanto riportato da alcuni degli altri intervistati, dipingi un quadro piuttosto vivace, e con prospettive che lasciano ben sperare per il narrare espanso italiano. Quello che sembra carente è il mainstream…perché? Deriva da una carenza di budget e/o di teste adatte a questi nuovi scenari narrativi?

Simone Arcagni: Secondo me le teste ci sono. Il mio lavoro mi porta in contatto con un mondo di persone che pensa le cose in maniera agile, aperta, innovativa…andrebbero probabilmente supportate meglio, non necessariamente in termini di finanziamento, ma di piattaforme, eventi, occasioni che aumentino la possibilità di mettersi in luce; bisognerebbe provare a farli giocare con qualcosa di più costoso, magari facendogli fare qualche fiction tv…più che il soldo in se, sarebbe bello avere un sistema produttivo che avesse voglia di integrare queste teste, offrirgli delle chance… certo offrire delle chance nella maggior parte dei casi significa anche metterci dei soldi, ma non è l’unico elemento. In fondo se queste persone riescono a fare delle webserie viste e premiate in tutto il mondo, facendosele a casa loro con i loro risparmi…vuol dire che riescono a mettere insieme più risorse economiche loro di quanto ne metterebbero Rai e Mediaset? Non lo penso… evidentemente il problema non è (solo) economico. Serve un cambio di politica, di strategia. Prima dello stanziamento dei soldi si deve acquisire la consapevolezza che ‘questo è un settore che ci interessa, un settore che vogliamo vendere ai pubblicitari’…Io comunque sono abbastanza ottimista, forse ho un osservatorio privilegiato ma vedo veramente molte persone in gamba che fanno cose molto belle…

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