Xmp intervista Davide Tosco (3)


T_D_1 Eccoci alla terza e ultima parte dell’intervista a Davide Tosco, che aveva concluso la seconda parte descrivendo i due suoi prodotti, Transiti e Montessori_3.0

Xmp: Tra gli altri tuoi prodotti vorrei ci dicessi qualcosa su Cultural Shock

Davide Tosco: In Cultural Shock la fase iniziale ha avuto le caratteristiche consone ad un casting di talent show per ragazzi. 40 candidati e 1.500 utenti votanti, la coppia vincitrice è partita per un viaggio di 12 giorni che è stato raccontato in prima persona mentre si svolgeva. Il web è il canale principale di diffusione ed è stato centrale in termini di promozione e diffusione del racconto in progress, declinando parallelamente contenuti diversi sulle piattaforme radio e tv. In sintesi gli output originali prodotti sono stati: un diario di viaggio testuale arricchito da decine di clip UCG caricate su Youtube, un centinaio di foto, post, brani musicali e approfondimenti pubblicati sui social e sul sito web; 4 documentari radiofonici e alcuni collegamenti in diretta con trasmissioni di Radio3; Spot e hightlights trasmesse durante il viaggio su Rai Scuola; 2 interviste dei protagonisti on the road in diretta su Caterpillar (Radio2); e 1 puntata televisiva.

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In fase di emissione si è potuto implementare un meccanismo di cross-promotion verso il flusso di racconto principale. Come programma multipiattaforma nativo direi che il successivo utilizzo in contesti educativi formali puo’ effettivamente permettere di valorizzare i contenuti prodotti, un long trail che abbiamo immaginato fin dall’inizio e che con la Zenit Arti Audiovisive – con cui si è sviluppato e prototipato il format – vorremmo sfruttare sistematicamente, se mai riusciremo a produrre la prima serie. Si perchè di fatto si è trattato di un progetto pilota che abbiamo gestito come evento crossmdiale, ha quindi avuto un senso compiuto ma l’idea rimane quella di serializzarlo. Al format sono interessate diverse emittenti pubbliche europee e se la Rai non si decide a produrlo ci toccherà, ahimè, offrirlo in Italia a canali commerciali.

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Rispetto a Transiti si è trattato di un progetto molto diverso. CS ha avuto una gestazione interminabile, ci sono voluti quasi 3 anni per riuscire a trovare le risorse per produrlo e senza il sostegno del programma MEDIA non credo saremmo stati in grado di svilupparlo. Nonostante le differenti modalità produttive CS ha beneficiato dell’esperienza precedente in termini di una maggiore consapevolezza nella gestione dei contenuti e, a livello autoriale, nella rapidità di risolvere i problemi e trovare soluzioni narrative in corso d’opera. Complessivamente possiamo considerarlo un esperimento che puo’ costituire la base per un lavoro seriale. Il programma ora è un brand che puo’ essere riproposto come modalità di racconto tematico riconosciute sopratutto in ambito educativo, che è quello che più ci interessava. Il paradosso è che nonostante l’apprezzamento di un pubblico molto vario e i riconoscimenti internazionali (a Tokyo il Grand Prix del Japan Prize come miglior programma educativo internazionale e a Berlino finalista nella categoria Online production del Prix Europa) la Rai non sembra avere intenzione di portare avanti il programma che ha prototipato.

Xmp: Quanto invece a Memorie di classe?

Davide Tosco: Memorie di Classe è una serie radiofonica di 8 puntate, sorta di ibrido tra il documentario e il radiodramma, sulla storia della scuola partendo dai registri scolastici (1945-1970) che si arricchisce sul web di Radio3 di contenuti correlati come repertori televisivi e radiofonici, filmati amatoriali, gallerie fotografiche che documentano il lavoro di ricerca e di produzione. Molto semplicemente l’offerta di una piattaforma trova naturalmente espansione su un’altra, propoendo elementi aggiuntivi funzionali ad un servizio di contestualizzazione storica e metodologica.

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Per Cultural Shock si tratta invece di un’esperimento dalle forti caratteristiche UCG, progettato per svolgere le potenzialità di una narrazione che integra elementi di racconto progressivo utilizzanando principalmente i social network e realizzando contenuti originali per la radio e la tv dove, con un linguaggio più vicino al reality-talent, si è cercata una funzione educational molto dichiarata, condendo il tutto con un’esplicita dose di protagonismo giovanile. Un esempio dove la meccanica strutturale di rilascio incrociato su più media bene si adatta ad un dispositivo edutainment e ad un target giovanile che più facilmente puo’ recepire una modalità di fruizione così frammentata.

Xmp: Esiste una via italiana al transmedia storytelling, al narrare espanso? Una nostra specificità in questo ambito, con professionalità nostrane che si stiano mettendo in mostra in questo settore e/o prodotti degni di attenzione?

Davide Tosco: Per quello che vedo mi pare che ci siano alcune figure consapevoli, che studiano, scrivono e riflettono su questo tema della scrittura transmedia ma l’ambito concettuale è decisamente più popolato di quello produttivo. Idee e riflessioni sono spesso legate a case studies e letture che arrivano da lontano, oltre oceano il dibattito è decisamente più acceso. Chi scrive di multipiattaforma in Italia raramente ha esperienza diretta, sicuramente non mainstream, o se ha contribuito a produrre qualcosa lo ha fatto in settori di nicchia. Questo ovviamente è determinato principalmente dalla scarsità di spazi e risorse. Sono sicuro che prima o poi qualcosa si muoverà. Citavo Una mamma imperfetta e Una grande famiglia come due esempi di produzioni che potenzialmente potrebbero muoversi in questa direzione. Da qui ad immaginare prodotti transmediali è necessario fare un ulteriore sforzo concettuale e produttivo.

Xmp: Da quest’ultima e da altre  tue risposte emerge un deserto transmediale italiano…quali sono le ragioni secondo te?

Davide Tosco: Beh, direi che oggi la situazione è effettivamente abbastanza scoraggiante. Credo sia essenzialmente una questione culturale, l’innovazione è da sempre un ambito che investe le forze dei singoli ed è difficile per un’azienda editoriale rischiare investendo su progetti che non garantiscono un ritorno economico prevedibile o, peggio, prevedibilmente in perdita. Va anche detto che il transmedia in Italia è un ambito che per ora non ha generato modelli di business manifestamente remunerativi. Il pubblico è ancora statico, abituato a fruire programmi lineari o fruizioni parallele e frammentarie su devices diversi. Non abbiamo ancora scoperto questa formula di racconto perché qui praticamente non esiste… non ci è ancora stata proposta in modo codificato. I risultati sono direttamente proporzionali agli investimenti e ai tempi necessariamente lunghi di un’educazione linguistica, di un cambiamento antropologico degli usi/manualità e capacità percettive del pubblico. Le tecnologie ci sono e sono fortemente sottoutilizzate. Progettare e gestire programmi multipiattaforma fino ad ora qui da noi ha voluto dire offrire adattamenti di contenuti su media diversi. Quanto meno sappiamo che è possibile organizzare un rilascio coordinato, il punto è ora definire un livello di offerta più complesso, articolato creativamente, possibilmente immersivo, dove l’interazione ha un ruolo che rende l’utente veramente partecipe. Tutto ciò comporta inevitabilmente costi produttivi maggiori, fino a quando non se ne vedrà un vantaggio in termini qualitativi e un riscontro quantitativo credo sarà difficile cominciare a sperimetare seriamente in questa direzione. D’altronde è comprensibile, perché un emittente dovrebbe investire in un progetto che ad un maggiore investimento economico non moltiplica il suo rendimento commerciale? Con questa logica però non si andrà mai oltre il seminato – sopratutto se il terreno è stato reso arido da decenni di povera cultura mediatica.

Xmp: Il servizio pubblico radiotelevisivo ha delle responsabilità per questo stato dei fatti?

Davide Tosco:La valenza culturale (cultural value) di un servizio transmediale dovrebbe essere riconosciuta come nuova forma narrativa – ma anche produttiva – e come tale andrebbe commissionata, promossa e distribuita; credo che il servizio pubblico abbia il dovere di stare a passo con i tempi. Il fatto che la nostra Radiotelevisione sia ancora così profondamente arretrata è dovuto come dicevo all’incapacità di sfruttare le opportunità che l’industria dei media puo’ offrire. Si tratta oggi di guardare ai limiti come a risorse e sopratutto di cominciare a muoversi nella direzione in cui il sistema mediatico si stà evolvendo.
Per questo le 10 ragioni di Gary Hayes per cui la maggior parte dei broadcaster realizza mediocri prodotti transmediali (L) dovrebbero essere studiate attentamente dai direttori di rete e dai commissioning editors. Per esperienza personale trovo che queste riflessioni, anche se si tratta di un’analisi fatta sui contesti anglosassoni, abbiano estrema rilevanza qui da noi.
In sostanza evidenzierei alcune criticità: incapacità da parte degli editori di dialogare tra loro. Radio, web e tv rimangono ambiti diversi che non si parlano, se non per convenzioni commerciali, non collaborano e non vedono alcuna utilità nel collaborare. Va detto che, a meno che non ci siano figure specifiche di riferimento all’interno di ognuna di queste piattaforme, produrre transmedialmente vuol dire lavoro aggiuntivo per persone già oberate da altre mansioni, questo ovviamente rende molto difficile l’operatività specifica e non puo’ essere un modello. E’ evidente che si tratta di coinvolgere nuove figure professionali che abbiano un’ipostazione più sensibile ad un nuovo scenario produttivo oltre che un po’ di esperienza. La mancanza di passione e visionarietà sono elementi fondamentali. La carenza di curiosità e spirito di iniziativa sono una barriera al cambiamento che è diventata insormontabile; paura di sbagliare, di andare oltre, di compiere quei passi che escono dalle solite strade segnate. La logica, almeno in Rai, sembra essere ‘se non faccio nulla di diverso non sbaglio’. Questo è un errore madornale, oggi più che mai. Il pubblico non viene ascoltato, lo share detta le regole: la fiction solita fa il 15%? Champagne. Che contenuti aggiuntivi dello stesso programma possano raccogliere su altre piattaforme un ulteriore 5% non interessa, probabilmente non lo si riesce neanche ad immaginare… Ma ovviamente questa è anche una questione economica, quanto mi costano questi contenuti aggiuntivi? Li ammortizzo con i ricavati pubblicitari? Posso ricavarci introiti ulteriori? Queste sarebbero almeno domande sensate, ma non si arriva neanche a porle. In realtà c’è chi queste domande se le pone, ad esempio all’interno di Rai Pubblicità si stà lavorando in questa direzione offrendo ai clienti veri e propri format promozionali e contenuti brandizzati per tuttle le piattaforme del network pubblico. Non vi è però ancora nulla che possa definirsi transmediale in questa offerta, siamo sempre in una dimensione di crossmedia abbastanza primitivo – offrerta di pacchetti con spot più o meno lunghi e banner su tutte le piattafrome Rai a scelta – credo la ragione sia data dal fatto che i modelli di business non siano ancora competitivi e anche qui credo manchino di fatto l’esperienza per concepirli , offrirli e implementarli. Sul versante tecnologico non manca nulla, il problema è però che quando si tratta di mettere queste tecnologie a disposizione degli autori non lo si fa, normalmente si preferisce relegarne l’utilizzo a strutture interne o peggio ai dipartimenti tecnologici, che producono spinoff di programmi, spesso in house, con grafiche e testi non sempre di livello, usabilità macchinose e impaginazioni innavigabili ecc. Ma sopratutto senza una capacità narrativa e la competenza per coordinare in modo organico le varie piattaforme editoriali.

Xmp: Qualche idea per uscire da questa situazione?

Davide Tosco: Una soluzione sarebbe costituire spazi di creazione convergente dove far interagire figure esterne diverse – autoriali, tecnologiche e creative – con referenti interni ai rispettivi canali radio, web, tv, mettendoli nella condizione di sviluppare congiuntamente, in modo nativo, nuovi programmi, nuove modalità di fruizione, dove la dinamica di fruizione è intesa come elemento narrativo a tutti gli effetti.
Il problema è che siamo rimasti molto indietro, non c’è stato un rinnovamento della cultura produttiva, ognuno coltiva il proprio giardino preoccupandosi dei propri risultati, purtroppo si sono perse per strada l’apertura mentale e le capacità di 30-40 anni fa, la qualità di scrittura è peggiorata e la sperimentazione non fa più parte del dna di quelle che dovrebbero essere le committenze di questo genere di progettualità. Un panorama scoraggiante. Ma le cose stanno cambiando, cambieranno naturalmente. Il paradosso è che la tecnologia è molto più avanti delle competenze diffuse, credo che questa sia di nuovo una ragione antropologica, si è investito molto sugli strumenti, meno sui linguaggi, che cambiano inevitabilmente con l’evoluzione della specie… Ci sarà ben un motivo perchè l’industria del video gaming ha superato gli introiti di quella cinematografica?

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