Xmp intervista Davide Tosco (1)


Davide Tosco, autore, regista di programmi televisivi, spot e videoclip, documentari e radiodrammi trasmessi da emittenti nazionali (Rai3, Radio 3, Canale5, La7, Mtv) ed estere (Arte, Rtbf, Tsr, Rsi, Sbs, Orf1, Sfb, Swr, Ur, Sabc1, Zdf/ 3sat, Deutschland Radio, Phoenix, Canall+, Fox/ The History Channel, Planet, France5). Dal 1989 vive e lavora a Berlino, Amsterdam e Città del Capo. Cura slot per il programma di video arte sul canale Olandese via cavo Salto, è artdirector di pubblicazioni, eventi multimediali, allestimenti museali, istallazioni pubbliche e campagne di informazione. Ha coordinato iniziative di prevenzione alla violenza delle bande giovanili per il Governo Sudafricano, ideato percorsi formativi per l’Institute of Criminology dell’Università di Cape Town (Uct) ed è stato media advisor per l’Istituto di Ricerca sul Crimine e la Giustizia delle Nazioni Unite (Unicri). In Italia dal 2001 è regista per produzioni Endemol, Fargofilm, Les Film d’Ici, Greed, Zenit.
Ha tenuto seminari e lezioni al Dipartimento di Scienze Sociali del Politecnico e alla Scuola di Management ed Economia (Torino) e al Dipartimento di Antropologia dell’Università Bicocca (Milano). Attualmente è consulente della Radiotelevisione Svizzera per la partecipazione del pubblico e l’interazione multipiattaforma nell’ambito della convergenza digitale mentre continua a realizzare programmi per Radio3 (Rai) e la Rete2 (Rsi).
Come multiplatform creative producer negli ultimi anni ha ideato
Transiti (2011) primo progetto transmediale nativo della Radiotelevione Italiana (Rai3, Radio3, Rai Net), finalista al Prix Europa 2012 Best On Line Production; Montessori_3.0 (2012) progetto di interazione crossmediale (Radio3, Rai Scuola, Rai Storia); Memorie Di Classe (2013) servizio di accesso a repertori radiotelevisivi, filmati amatoriali e radiodrammi sulla storia della scuola, 1945-1970 (Radio3); Cultural-Shock (2013) format edutainment radio/web/tv/mobile (Rai Edu, Radio3), miglior programma educativo internazionale al Japan Prize e finalista al Prix Europa 2013.

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Xmp: Come quasi sempre in queste interviste, parto affrontando la questione terminologica…nei testi di presentazione ufficiale di Transiti si utilizza il termine transmediale, mentre per Montessori 3.0 si usa il termine crossmediale…transmedia storytelling, crossmedia storytelling…terminologie interscambiabili o esistono delle differenze?

Davide Tosco: Esistono differenze sostanziali, certo, anche se molte sono al momento le interpretazioni del concetto di transmedialità. Personalmente definirei transmediale un meccanismo narrativo che si dipana, evolvendosi, su piattaforme diverse, accompagnando chi lo fruisce attraverso un racconto in evoluzione e contemplando modalità di interazione tra contenuto e utente/spettatore. Insomma, quella transmediale è una narrazione che si sviluppa, attraverso media diversi, rilasciando progressivamente e in maniera coordinata contenuti che contribuiscono nel proprio insieme all’evoluzione di una storia. crossmediale è invece una modalità di diffusione articolata su più media, dove contenuti interconnessi, o adattamenti dello stesso, costituiscono un arricchimento dell’offerta legata ad una proprietà principale.
Credo che la differenza sostanziale sia in qualche modo relazionabile all’idea di progressione narrativa. Per come la vedo io, se racconto una storia e la sua evoluzione progredisce da un media ad un altro sono transmedia, se arricchisco un contenuto principale di versioni/varianti dello stesso, adattate per piattaforme differenti, sono crossmedia.
In entrambe le modalità ambisco a raccogliere pubblici differenti traghettandoli verso una o più piattaforme diverse. In questo gioco di specchi e scatole, determinante è il ruolo che detiene la cross-promozione, senza la quale sarebbe impossibile ottenere questi spostamenti di audience.
La progettazione multipiattaforma, sia questa transmediale o crossmediale, deve necessariamente contemplare la capacità di sollecitare nel pubblico lo spostamento fisico tra i dispositivi di fruizione, dal web alla tv, dalla tv alla radio, dalla radio al web, dal web alla sala cinematografica, al concerto, alla mostra… Una proprietà transmediale nativa arricchisce l’esperienza generando contenuti originali per ognuna delle piattaforme, mantenendo un unicum narrativo che contempli sfaccettature di uno stesso racconto che possano costituire una maggiore profondità narrativa. Una campagna crossmediale può avvalersi semplicemente di adattamenti dello stesso contenuto finalizzati a far muovere verso la proprietà principale, normalmente quella monetizzabile.

Xmp: A livello ‘pratico’, di ‘scrittura’ del prodotto, come si riesce a sollecitare, convincere il pubblico ad inseguire il prodotto da un medium all’altro? Quali le tecniche utilizzabili?

Davide Tosco: Mah, è un po’ come chiedere quale è la ricetta per una buona torta… diciamo che gli ingredienti sono sempre più o meno gli stessi, la capacità di dosarli, amalgamarli, cuocerli e servirli è ciò che fa la differenza. Direi che in ogni caso vale la vecchia regola per cui è la storia che deve essere in grado di generare l’interesse del pubblico. Più la storia è affascinante e convincente più facile sarà trasportare lo spettatore verso elementi dilazionati su altre piattaforme. A differenza di un meccanismo di produzione/fruizione tradizionale il livello di complessità nel transmedia è decisamente maggiore: non si tratta solo di definire un racconto che inglobi elementi diversi adatti a piattaforme diverse ma di definire un sistema di rilascio che contempla un ulteriore dimensione di progettazione e scrittura.

Xmp: Nella costruzione di un prodotto narrativo così complesso, quali sono i passaggi fondamentali da affrontare, quali le domande ‘guida’ da porsi?

Davide Tosco: Per capirci, le domande cruciali sono: Cosa faccio vedere su quale piattaforma? in quale ordine? questi elementi devono necessariamente essere progettati con altrettanta precisione che il progredire della storia stessa. Il mezzo è (si) un elemento funzionale al messaggio, alla sua ricezione, alla portata del suo significato. Viviamo mai come oggi in un paesaggio mediatico dove mezzo e messaggio, proprio per le opportunità offerte dai dispositivi e le diversificate caratteristiche del pubblico hanno la possibilità di interagire creando dimensioni e realtà aumentate. Forse il libro della Bibbia, letto in una cattedrale ricoperta di affreschi durante una funzione accompagnata dalla musica di un organo, potrebbe darci l’idea di una fruizione transmediale… ma questo vorrebbe dire che dopo tutto non siamo di fronte ad un dispositivo poi così moderno…
Chiaramente non va sottovalutata, come dicevo, l’importanza della promozione incrociata. Io spettatore devo essere invogliato a ‘spostarmi’, devo ricevere input decisivi, sollecitazioni esplicite che mi facciamo leggere un vantaggio concreto, affinché scelga quel canale piuttosto che un altro, o attivi il mio secondo schermo, o digiti un indirizzo sul mio tablet, o sintonizzi alla radio una stazione particolare, o esca per andare al cinema, o compri il biglietto per un determinato evento… Anche tutto questo ha a che vedere con la scrittura (e con il marketing ovviamente).
Su questi aspetti suggerisco di leggere anche Geoffrey Long che dal Comparative Media Studies elabora un analisi esaustiva su alcune esperienze produttive, in particolare quella della Jim Henson Company (quella dei Muppet).

Xmp: Escludendo per ora i prodotti a cui hai collaborato in prima persona (ci torneremo più avanti), e per maggiore chiarezza per chi ci legge, puoi farmi due esempi noti al grande pubblico, uno di prodotto transmediale e uno di prodotto crossmediale?

Davide Tosco: Format internazionali tipo il talent X Factor che permette al pubblico di votare utilizzando un applicativo dedicato, documentari tv che attraverso un sito web offrono accesso a contenuti aggiuntivi strutturati in modalità non-lineari, serie tv che propongono sul web video correlati e backstage, non sono certo esempi virtuosi.
Per parlare di produzioni italiane recenti citerei la web fiction Una mamma imperfetta che esce in anteprima sulle pagine online del Corriere della Sera e qualche mese dopo è trasmessa da Rai2. Annunciata come progetto crossmediale, di fatto propone semplicemente il meccanismo inverso alla catch up tv.

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Davide Tosco: Se non l’ho vista sul web la posso vedere in tv, o meglio, do al mio pubblico televisivo un prodotto che è già uscito in rete ma che probabilmente non ha visto. Va bene, perché no. Ma poi mi chiedo: Perché non è uscita in anteprima sui portali Rai? Perché è chiamata crossmediale una serie le cui identiche puntate appaiono prima sul web e poi a distanza di tempo in tv? Quale valore aggiunto ho come spettatore dal fruirle sul web e poi in tv? Certo sul web posso vedere anche il dietro le quinte ma questo è veramente molto basico e soprattutto già visto. Basterebbe veramente poco per rendere più dinamica e interessante un offerta del genere… Sicuramente si tratta di un problema di risorse, ma anche di capacità inventive.
Un altro esempio, forse ancora più eclatante, è Una grande famiglia, serie tv targata Rai 1 e anche quest, come la precedente, firmata dal bravo Ivan Cotroneo. La serie si avvale di un idea narrativa nuova: proporre sul web episodi flashback legati ai personaggi della storia televisiva. Subito penso che finalmente la Rai comincia a fare sul serio, poi però vado sul sito e oltre alle puntate tv in vod e a splendide fotogallery trovo anche gli episodi pensati per il web, messi da una parte. E’ chiaro che qui manca completamente un’idea di transmedialità, gli elementi ci sono ma non c’è la capacità di integrarli, di sfruttarne narrativamente il potenziale, definirne una formula di utilizzo interessante per il pubblico (se per interessante intendiamo anche una modalità che possa educare ad altre tipologie di fruizione).

Xmp: Nel concreto, e senza scomodare budget immaginifici, cosa si sarebbe potuto fare di più?

Davide Tosco: Va premesso che certamente le rigide strutture dei portali Rai non facilitano un’impaginazione accattivante ma qui il problema è un altro. Non ho seguito la messa in onda quindi non so se era prevista una promozione incrociata o se in qualche modo questi due elementi di uno stesso racconto interagivano e come. Ma la loro presenza sui portali Rai è sicuramente povera e non ci permette di fruirli/valorizzarne il senso…peccato, veramente. Se penso alla grande opportunità che questo lavoro offriva: “Una grande famiglia – 20 anni prima‘ – La prima serie targata Rai1 pensata per il web. Gli spettatori potranno fare un salto indietro nel tempo, nel 1994, e scoprire che cosa è successo ai tre protagonisti della nostra storia – Edoardo, Chiara e Raul – vent’anni fa, quando erano ragazzi.“. Senza scomodare una sincronicità di emissione bastava predisporre sulle pagine web una minima possibilità di collegamenti temporali, tematici o legati ai personaggi… insomma farci qualcosa con questi flashback! Ad ogni modo se questa è l’avanguardia mainstream qui da noi siamo ben lontani da ciò che è contemporaneo. A mio avviso per ora i prodotti noti sono estremamente primitivi o troppo complessi. Paradossalmente è molto più ampia la riflessione fatta in ambito accademico e dagli addetti ai lavori su una manciata di grosse produzioni hollywoodiane o grosse operazioni di branded entertainment.
La questione è che qui in Italia la ricerca e la riflessione sia in ambito accademico che nel mondo del marketing (purtroppo non in ambito televisivo) è molto avanti ma ancora non abbiamo visto (ma probabilmente me le sono perse) implementazioni eclatanti.
Curioso è osservare che quando si è trattato di sviluppi importanti per quel che riguarda la partecipazione del pubblico vi è spesso stato un elemento casuale, incontrollato. Questo dimostra palesemente quanto determinante sia quella collective intelligence (Pierre Levy) che si esplicita imprevedibilmente e che determina il successo ma anche l’ampliamento, la condivisione e trasformazione di un racconto. Certo quando si investono risorse massicce per campagne cross o transmediali si attivano tutti i canali promozionali possibili e lo si fa dedicando attenzione ad ogni aspetto. La ricerca ci dice che spesso iniziative anche commerciali raccolgono inaspettato successo perché vengono adottate dal pubblico in maniera creativa. A questo riguardo vale la pena accennare al concetto di social media entertainment, la dove la dimensione sociale comporta un coinvolgimento, una partecipazione del pubblico non solo emotiva.
Un esempio interessante se guardiamo alle coproduzioni televisive pubbliche Europee può essere la mini serie tv The Spiral che considererei un case study in ambito transmediale.

Ci stiamo ormai allontanando sempre più dal concetto di viralità (dove il pubblico è soggetto ‘passivo’ aggredito da un virus che ne fagocita i comportamenti in maniera quasi automatica) a favore di un’idea di spalmabilità (riflessioni queste portate avanti a latere del MIT dal collettore di ricerca sulla Cultura Convergente e a questo proposito consiglio la lettura del paper sulla spreadability di Jenkins, Li, Krauskopf e Green, a mio avviso estremamente interessante.

spreadability

Xmp: Mi sembra tu sia piuttosto convinto delle potenzialità e del valore aggiunto di un approccio espanso alla narrazione…

Davide Tosco: Quello che trovo affascinante è che siamo di fronte ad un territorio ancora in parte inesplorato, le potenzialità sono evidenti, le competenze cominciano a consolidarsi; nuovi linguaggi verranno sicuramente forgiati così come nuovi comportamenti (che in parte appartengono già al mondo dei nativi digitali – capaci di fruire contemporaneamente di input mediatici simultanei). Gli investimenti principali in questo ambito specifico provengono sempre più spesso da operazioni pubblicitarie. La produzione di creatività rispetto ai nuovi media diventa progressivamente una prerogativa dell’universo commerciale supplendo alle carenze di offerta narrativa in cui il servizio pubblico gioca un ruolo minoritario. La ricerca di nuovi linguaggi non dovrebbe essere abbandonata da chi ha il compito di fornire servizi di informazione, educazione, intrattenimento sotto l’ombrello del servizio pubblico.
Henry Jenkins nel suo Transmedia Storytelling 101 già una decina di anni fa scriveva: “The current configuration of the entertainment industry makes transmedia expansion an economic imperative, yet the most gifted transmedia artists also surf these marketplace pressures to create a more expansive and immersive story than would have been possible otherwise”.
E’ una questione per certi versi filosofica ma ci pone di fronte ad un paradigma molto reale e di una certa portata: la produzione culturale avrà col passare del tempo una sempre maggiore committenza commerciale? Quali spazi di innovazione potranno essere destinati alla produzione di narrazioni slegate dalle logiche del mercato? Saranno solo più i brand broadcaster del futuro? Sono certo che domani un dubbio cruciale ci assalirà e sarà constatare che tutto quello che consumiamo mediaticamente ci è offerto con il secondo fine di venderci qualcosa.  Può darsi invece che, un po’ come nel cinema, rimarrà spazio per esperienze creative svincolate da logiche di mercato ma la discriminante sarà sempre di più la capacità o meno di riuscire ad offrire un servizio che possa affascinare, coinvolgere e trasportare il pubblico.

A lunedì prossimo per la seconda parte dell’intervista.
Cor.P

2 Risposte

  1. […] ha appena pubblicato la prima parte di un’intervista a Davide Tosco. Nell’intervista vengono date un po’ di definizioni e fatti un po’ di esempi di […]

  2. […] degli intervistati che effettivamente realizzano prodotti trans o crossmediali (penso ad esempio a Davide Tosco e Marco Zamarato), mi hanno descritto una lavorazione molto artigianale, fatta di appunti, di […]

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