Xmp intervista Giovanni Calia (3)


Eccoci alla terza e ultima parte dell’intervista a Giovanni Calia. Alla fine delle seconda parte Giovanni ribadiva la centralità della ‘storia’ che però esiste solo se trova un suo pubblico…

Xmp: Che ruolo ha la crescente centralità culturale dei videogiochi, nella progressiva ludicizzazione delle narrazioni, in particolar modo di quelle espanse?

Giovanni Calia: Più che di “centralità culturale dei videogiochi”, parlerei della centralità dei giochi negli esseri viventi. Circa 10 anni fa, quando Facebook o Twitter non esistevano ancora, partecipai ad un laboratorio di ricerca sulla costruzione della socialità in rete. La domanda che ci ponemmo fu: come facciamo ad aggregare persone online lavorando su aspetti e dinamiche prettamente social? Analizzammo quindi quello che stava accadendo su World of Warcraft e quello che scoprimmo fu sorprendente. Come ad esempio che a comando di una gilda di 60 persone c’era un ragazzino di 13 anni che dava ordini a diversi manager di 50. Oppure che ci si riuniva a qualunque ora del giorno o della notte perché bisognava organizzare incursioni nei territori delle fazioni avversarie. C’era addirittura gente che prendeva ferie a lavoro perché c’era qualche battaglia epica da vivere. La cosa interessante di tutto questo fu analizzare l’equilibrio tra reputazione, contesto, risorse, ecosistema, grado “militare”, anzianità – del personaggio non del giocatore – e rapporti sociali nel gioco e fuori dal gioco. Tutto questo legato ad uno scopo ben preciso: il gioco stesso. Questo è solo un esempio di come si possano attrarre decine di migliaia di persone – paganti ovviamente – su una piattaforma online. Il gioco è un elemento fondamentale della nostra vita, dalla primissima infanzia in poi. Che si tratti di un pallone, di qualche caramella da far scoppiare sul nostro smartphone o di giochi di natura più complessi: non ne possiamo fare a meno. E in questo scenario i videogiochi sono solo uno degli elementi di questa cultura. Un elemento che fattura miliardi di euro. Pensiamo a GTA5, che nel giro di sole 24 ore dal lancio ha incassato 800 Milioni di dollari, per un costo produttivo di 265 Milioni. In 24 ore di vendite ha più che triplicato l’investimento. E pensiamo a come la Rockstar ha deciso di far continuare l’esperienza del giocatore anche al di fuori del gioco, tramite un’App che abilita l’utente a dei sotto giochi in grado di influenzare (relativamente) la storia principale sulla console. E’ chiaro che l’intento è quello di non far abbandonare l’esperienza di gioco e di monetizzarla con strumenti e su piattaforme fino ad allora non coperte. E’ ormai dimostrato da decenni che il gioco è un istinto fondamentale a cui gli essere viventi non possono rinunciare. C’è chi lo sfrutta per farci soldi e chi lo usa per socializzare. Il concetto è che è lì, ed è impossibile ignorarlo.

Xmp: Abbiamo parlato di Transiti. Mi indichi qualche altro prodotto italiano transmediale che reputi interessante?

Giovanni Calia: Frammenti, andato su Current un po’ di anni fa. E non lo dico perché sono di parte, ma perchè il grado di complessità è insuperato non solo in Italia. Ovvietà a parte sono convinto che in Italia dalla fiction ci si debba aspettare molto. E’ un mercato in crescita, con un pubblico molto amplio e con abbastanza liquidità per poter proporre contenuti più elaborati e coinvolgenti. A tutto vantaggio del marketing e delle vendite, ovviamente.

Xmp: In generale però mi sembra emerga una realtà produttiva italiana che, quanto a universi narrativi espansi, è piuttosto limitata…sei d’accordo? E quali sono le ragioni secondo te?

Giovanni Calia: Sono d’accordo e le ragioni sono semplici. Il pubblico italiano (di lingua italiana) non è così ampio e il costo di produzione di questi prodotti è troppo alto per poter essere coperto da strategie di monetizzazione legate al Web. C’è anche da considerare  il progressivo abbassamento dei prezzi di acquisizione che i network intavolano. Spesso documentari di 40 o 50 minuti vengono pagati poche migliaia di euro. Un prezzo insostenibile per chi produce che, di conseguenza, si trova costretto a rivendere il proprio prodotto all’estero. Se poi riflettiamo sulla quasi totale impossibilità di riproporre il format transmediale all’estero (per i motivi già citati), il rischio di bruciare il prodotto per quelle cifre è, ovviamente, un vincolo forte in fase di produzione. L’Italia è un mercato numericamente poco appetibile e questo tipo di prodotti hanno spesso bisogno di numeri rilevanti per poter funzionare. Le Film Commission stanno aiutando a far emergere produzioni sperimentali, ma non sempre funzionano e non sempre riescono a sostenere tutto l’importo legato alla produzione.

Xmp:…hai appena sottolineato un elemento interessante. I franchise transmediali sono spesso produzioni ‘monstre’, che devono mirare ad un successo globale. Ma alcuni degli elementi in cui è maggiore il coinvolgimento attivo del pubblico, solitamente quelli più direttamente legati alle estensioni transmediali, sono fortemente legati ad una dimensione locale. Penso all’evento live al San Diego Comicon per Lost Experience, agli spot sui Broadcast statunitesi per il lancio di Cloverfield, alla campagna di lancio della serie Alcatraz, che comprendeva gite investigative alla vera isola…vorrei qualche tua riflessione su questo aspetto…

legendsofalcatraz

Giovanni Calia: Gli esempi che hai citato, come Ingress di Google, funzionano perché hanno dei traini globali e coinvolgono persone in azioni locali. Il concetto è far sentire le persone parte di una storia più grande di loro. Una storia collettiva che però ha bisogno di tutti per funzionare. Le dinamiche alla base dei gruppi sociali online spingono le persone alla collaborazione e alla partecipazione dentro e fuori la rete. La grandezza del marketing delle serie che hai citato sta proprio in questo: nell’allineamento globale delle messe in onda e nel coinvolgimento dei mercati interessati in quelli che sono giochi paralleli utili ad alimentare l’attenzione di quello specifico mercato locale su quel prodotto. Il giocatore però spesso non se ne accorge. Lui partecipa ad una discussione globale quando in realtà la promuovo nel suo paese.

Xmp:  In Italia esistono sufficienti professionalità in questo ambito? Mi riferisco a figure professionali simili alla tua…

Giovanni Calia: Non ce ne sono molte, ma ci sono parecchie eccellenze e soprattutto c’è molta creatività. Ci sono dei grandi autori per la TV o per il Cinema. C’è moltissima produzione indipendente. C’è tanta voglia di Web e di innovazione legata al Web. C’è tanta voglia di innovare anche fuori questi settori (vedi la rivoluzione mondiale introdotta da Arduino) e soprattutto siamo grandi consumatori di storie. Forse non c’è una competenza specifica, ma queste competenze si stanno formando nelle tante scuole che ci sono e che stanno nascendo. Abbiamo tutto ciò che ci occorre per poter far nascere una nuova classe di professionisti o magari andarci a riprendere quelli che abbiamo lasciato fuggire all’estero.

Xmp: Qualche nome (di eccellenze italiche in questo ambito, e di centri formativi degni di nota)?

Giovanni Calia: Nella maggior parte dei casi, quelli che davvero ci mettono la testa sono all’interno di gruppi più ampi che ne coprono la visibilità. In Italia, in questo senso, credo che H-Farm di Treviso sia un’eccellenza da cui ci si può aspettare molto, così come dalle produzioni Sky e da tutto il gruppo Discovery.

Xmp: Esiste una specificità italiana nelle produzioni transmediali? una via italiana al transmedia storytelling?

Giovanni Calia: Non credo. Se non ci sono le opportunità non si stanziano le risorse. Se non ci sono le risorse non si può parlare di un vero e proprio mercato. Se non c’è un vero e proprio mercato, non c’è nemmeno una via italiana a quel mercato. Ci sono però dei settori in cui potremmo innovare davvero. Settori che altri non possono copiarci. Parlo del Turismo, dell’agroalimentare e del design. Questi ambiti, che sono la punta di diamante dell’italianità, devono ancora affacciarsi a questo tipo di prodotti e potrebbero trarne enormi vantaggi. Sono sicuro che questi sono i settori su cui lavorare. Lì, anche in questo campo, potremmo esprimere pienamente la nostra capacità di coniugare il prodotto alla bellezza, alla semplicità, al gusto estetico e all’efficacia dei risultati.

Xmp: Su queste pagine mi concentro quasi esclusivamente sull’entertainment o comunque su prodotti audiovisivi e/o videoludici. Puoi spiegarmi quale valore aggiunto può portare l’adozione del transmedia storytelling in settori produttivi come quelli che hai citato?

Giovanni Calia: C’è un mondo inesplorato e una miriade di aziende incapaci di comunicare se stesse o i loro prodotti in maniera intelligente. Prendi la sfortunata uscita di Guido Barilla sui gay alla Zanzara, su Radio24 e vedi cosa è successo online. Non è vero che alla gente non interessa tutto questo mondo. Anzi, ed il caso Barilla è eclatante. Pensa a quello che è successo e prova a capovolgere la situazione. Mettiamo che Barilla avesse portato avanti una campagna che coinvolgeva le persone su tematiche specifiche legate al valore dietro il prodotto, un prodotto che porta con se dei valori e dei significati capaci di raccontare molto bene questo paese. Se ci fosse stata una narrazione di questo tipo che giocava sul territorio nazionale con prodotti che per noi sono fondamentali, di primaria importanza storica e culturale, sono sicuro che si sarebbe potuto creare un gran prodotto transmediale capace di raccontare i valori di quel segmento alimentare, riflettendo in qualche modo i valori e la storia dell’Italia stessa. E per una multinazionale dell’alimentare che gioca tutto sull’Italianità vendendo il prodotto italiano per antonomasia, un’operazione di Brand di questo tipo sarebbe una manna dal cielo. E non parliamo del turismo o del design. Le ricadute sarebbero enormi in termini di rafforzamento del brand. Un brand che non è necessariamente un’azienda, ma che può essere rappresentato anche da un territorio.

Xmp: Raccontare per professione, oggi. È cambiato molto come mestiere?

Giovanni Calia: Dipende da cosa raccontiamo. Alla base di tutto c’è sempre una cosa di cui bisogna tenere conto: il contenuto. Ci si può inventare mille stratagemmi per coinvolgere le persone, mille strategie di marketing e investire centinaia di migliaia di euro. Quello che è certo è che la storia che vogliamo raccontare deve essere il punto di partenza ed il punto di arrivo, ed è quello che alla fine dei conti farà la differenza. Certo, raccontare oggi significa anche avere la consapevolezza di come sta girando il mondo attorno a noi, di cosa guardano le persone in TV, di come gli adolescenti usano gli smartphone, di quali sono le nicchie di mercato che alcuni social network riescono ad attrarre, di come l’ultimo videogioco di successo stia trasformando il modo di coinvolgere i giocatori e di come tutti questi mondi possano coesistere tra loro. Ma soprattutto bisogna avere una profonda consapevolezza di come i mercati attorno a tutti questi settori funzionano, come vengono monetizzati e dove sono i relativi pubblici. Che di mestiere si faccia lo scrittore, il game designer, il regista o lo stratega delle narrazioni digitali, c’è una cosa di bisogna tenere conto: tutte queste figure possono vivere indipendentemente l’uno dall’altro. Possono integrarsi e completarsi. Possono ignorarsi e vivere ognuno il proprio mondo. Quando le cose diventano più complesse però, come nel caso delle narrazioni transmediali, una cosa è certa: il lavoro di tutti è fondamentale e non si può prescindere da una squadra estremamente multidisciplinare capace di compensarsi.

Xmp:  Raccontare sui e con i Social Media…quale il valore aggiunto?

Giovanni Calia: Tutto. O nessuno. Dipende da cosa si racconta. Dipende da chi è il nostro interlocutore e dipende da cosa raccontiamo. I Social Media non sono tutto. Le ibridazioni tra TV e media sociali, da almeno 5 anni a questa parte, hanno dimostrato che il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa è ancora fondamentale nel veicolare le discussioni sui social media. Molto più di quanto i social media non influenzino l’agenda mediatica di un paese. Movimenti come Occupy Wall Street o la primavera araba sono nati su Facebook o Twitter, ma non sarebbero mai diventati quello che sono diventati se quel movimento o quei messaggi non fossero stati amplificati su altri mezzi. I social media sono ottimi strumenti di organizzazione. Non credo invece siano sempre degli ottimi strumenti di discussione. Le discussioni sono troppo frammentate e a volte sono troppo concentrate in periodi temporali ristretti. Vivono, si infiammano e poi muoiono in fretta così come sono nate. Ai Social Media di sicuro manca il dono della sintesi. Intendo quella di scenario. E questo è un problema in un mondo che si nutre voracemente di informazione, di stimoli continui sfruttando infiniti mezzi di comunicazione. Può apparire strano per uno che viene dal Web, ma penso che sia molto più difficile far diventare un contenuto “virale” utilizzando i social media, che utilizzando i mass media. Certo di casi che dimostrano il contrario ce ne sono tanti, ma se si guarda cosa accade tutti i giorni su Facebook o su Twitter e si confronta con quello che passa in TV, allora forse ci si renderà conto che la maggior parte delle notizie che hanno seguito non vengono dal Web. La narrazione viene spinta dai vecchi strumenti che hanno ancora il dono della sintesi e sanno arrivare a milioni di persone nello stesso preciso istante. Sono anche convinto però che in quella che molti definiscono double screen experience, il secondo schermo sia il televisore. Ma invito chiunque a guardare Masterchef, X Factor, Ballarò o Servizio Pubblico e ad aprire Twitter. I social media non sono altro che uno spazio di discussione di qualcosa che accade altrove. I commenti o i replay non sono che un botta e risposta che vive fintanto che vive lo stimolo televisivo. E questa consapevolezza, per chi fa marketing, è oro colato.

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