Xmp intervista Francesca Comunello (1)


Francesca Comunello, ricercatrice di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso la Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione della Sapienza, Università di Roma. Insegna o ha insegnato Comunicazione mediata dal computer, Cultura della Comunicazione, Interfacce, contenuti e servizi per sistemi interattivi, Internet studies, Laboratorio di televisione digitale, Teoria e tecniche dei nuovi media e Sistemi tecnologici e informazione online. Tra le altre attività istituzionali, è membro del collegio docenti del Dottorato in Scienze della Comunicazione (Dipartimento CORIS, Sapienza) ed è referente, per lo stesso Dipartimento, dei Master Universitari e della progettazione di attività finanziate dalla Regione Lazio-FSE.
Tra le sue ultime monografie: Networked sociability. Riflessioni e analisi sulle relazioni sociali (anche) mediate dalle tecnologie, Guerini e Associati, Milano, 2010; Reti nella rete. Teorie e definizioni tra tecnologie e società, Guerini e Associati, Milano, 2006. Tra le sue ultime curatele: Networked sociability and Individualism. Technology for Personal and Professional Relationships, IGI Global, Hershey, PA, 2011; con Paola Panarese, (a cura di), Business e Gaming. Gioco e social network nella rete d’impresa, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2010.

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Xmp: Ciao Francesca, benvenuta su XmediaPeppers e grazie per la tua disponibilità.
Parto subito chiedendoti una definizione di Social Network Site (SNS)

Francesca Comunello: …ad oggi la definizione più diffusamente e concordemente riconosciuta dalla comunità scientifica resta quella fornita nel 2007 da Boyd ed Ellison. Forse l’unica cosa che non è più valida è che nella loro definizione c’era il riferimento ad un ambiente web-based, che oggi, con la diffusione delle app e dell’internet mobile, non è più attuale.

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Xmp: I concetti di Social Network Site e di Social Media sono sovrapponibili o vanno fatte delle distinzioni?

Francesca Comunello: Quando parliamo di Social Media ci riferiamo a qualcosa di più ampio rispetto ai SNS. Ma mentre per questi esiste una definizione condivisa, per i Social Media non ne esiste una solidamente fondata dal punto di vista scientifico. Diversi autori hanno proposto definizioni parziali, accomunate dalla descrizione dei Social Media come ambienti in cui la dimensione sociale e la dimensione della produzione di contenuti da parte dell’utente vengono enfatizzate, anche senza quelle caratteristiche più specifiche che hanno i Social Network Site, come ad esempio la lista dei contatti, e la sua navigabilità da parte di altri utenti della piattaforma.

Xmp: Quindi Youtube è un Social Media ma non un Social Network Site?

Francesca Comunello: A mio avviso sì…anche se ci sono alcune caratteristiche, come l’accedere con un proprio account ed il  commentare i video, che possono avvicinare a pratiche tipiche dei SNS. Ma Youtube non mi verrebbe in mente come primo esempio di SNS.

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Xmp: Se su una smartTv gira Facebook, la televisione diventa una Social Media?

Francesca Comunello: La domanda non è scema…in questo caso il televisore è un medium che ci offre un ambiente ed una connettività per accedere ad un Social Medium, che però è un medium non nell’accezione classica del termine. Non penso che Marshall McLuhan considererebbe Youtube un medium. Se la televisione è un medium è evidente che ci muoviamo su classi dimensionali diverse, e da questo punto di vista, in un certo senso, l’utilizzo del termine con riferimento ai Social Media è un po’ disinvolto o comunque non tiene del tutto conto della tradizione dei media studies. Detto questo, no, non è la televisione che diventa un social media; diventa una piattaforma che ci consente di accedere alle funzionalità dei social media.

Xmp: Per parlare di SNS la componente umana è ovviamente inprenscindibile…reti di macchine e reti di persone?

Francesca Comunello: Sì, perchè altrimenti parleremmo di Social Network, senza ‘Site’, che sono i network relazionali nei quali siamo coinvolti anche offline. Per questo io insisto molto sulla presenza della S finale dell’acronimo, perchè altrimenti rischiamo di confondere la dimensione della relazionalità sociale con la dimensione tecnologica. Gli stessi Rainie e Wellman spiegano che quando parlano della rivoluzione dei Social Network, le persone pensano subito a Facebook, quando invece il riferimento corretto è ad una trasformazione sociale molto più ampia, che deve prendere in considerazione anche i viaggi aerei, gli scambi commerciali e altri cambiamenti che hanno contribuito a rendere i network sociali la forma relazionale centrale della contemporaneità. È evidente che la dimensione tecnologica accelera questo processo e soprattutto lo rende più tangibile: oggi è molto più facile spiegare a qualcuno il concetto di social network, se utilizziamo i SNS come esempio.

Xmp: Esistono specificità italiane nell’incidenza dei SNS e nel modo in cui vengono utilizzati?

Francesca Comunello: Almeno nelle prime fasi di utilizzo di ciascuna piattaforma, una delle evidenze è quella di una maggiore presenza di utenti uomini rispetto alle donne, che poi va a riequilibrarsi quando l’utilizzo di quell’ambiente diventa più mainstream. Uno dei casi più eclatanti in questo senso, i dati sono dello scorso anno, è quello di Pinterest, che nel mondo si caratterizzava come un SNS prettamente femminile, con quote rosa che arrivavano all’80-90%. In Italia avveniva esattamente il contrario, essenzialmente perchè era una piattaforma totalmente nuova, e da noi gli early adopters tendono ancora ad essere uomini…ed infatti nelle fasce di età over 35 la quota maschile è via via crescente. Oltre a questo, rispetto agli Stati Uniti, dove Facebook mostra i primi piccoli scricchiolii, con segnali di disaffezione soprattutto da parte dei più giovani, che virano verso Twitter o verso altri SNS, in Italia siamo ancora in pieno boom, due anni dopo quello statunitense. Evidentemente il ciclo è di questo tipo. Su Twitter ci sono, anche in Italia – e molto più numerosi di quanto tenderemmo a pensare – ragazzi che parlano di Justin Bieber, ma nel discorso comune Twitter è ancora un posto in cui si parla di politica, di tecnologia e di poco altro. Ma la realtà, andando a guardare i trending topic italiani, risulta diversa: si parla di calcio, di televisione, parlano appunto le beliebers e solo dopo spuntano anche argomenti più impegnati. Quindi parlare di Twitter come SNS impegnato mi sembra francamente un pò fuorviante, o quantomeno fotografa solo una parte della realtà.

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Xmp: Veniamo a contesti narrativo-finzionali. Anche in questo caso parto dagli aspetti definitori: transmedia, crossmedia, intermedia storytelling…parliamo della stessa cosa?

Francesca Comunello: Non sono la stessa cosa, anche se poi dipende dal tipo di definizioni cui si intende fare riferimento. Per Jenkins non sono la stessa cosa, e ritengo che Jenkins abbia autorità scientifica sufficiente per supportare questa distinzione. Nel transmedia storytelling si creano mondi, universi finzionali di cui si fotografano porzioni differenti su piattaforme differenti, e lo spettatore, come in Matrix, comprende pienamente la storia solo se fruisce dei testi distribuiti sui diversi media. Questo pressuppone la creazione di un contesto narrativo molto più complesso e strutturato di una sceneggiatura tradizionale. Nel crossmedia storytelling invece rimane la distribuzione su più piattaforme di contenuti che però sono simili, ridondanti, e non espandono l’universo finzionale di riferimento.

Xmp: Il transmedia storytelling è la narrazione ipertestuale ai tempi della convergenza?

Francesca Comunello: Sicuramente il ‘rimando a’, c’è…ma io parlerei di narrazione intertestuale, perchè qui c’è un rimando tra un testo e l’altro e non tra un’opera e l’altra come nell’ipertesto. Inoltre l’ipertesto presuppone la presenza di un link esplicito, mentre, rimaniamo all’esempio di Matrix, non esistono link espliciti tra lungometraggi per il cinema, videogioco e serietv animata.

Xmp: In questo contesto come cambia il ruolo dell’autore?

Francesca Comunello: Se facciamo riferimento all’industria culturale, quella che fa budget e può ancora offrire qualche opportunità di lavoro, il concetto di autorialità – nella sua tradizionale concezione europea, molto legata al cinema ed alla scrittura – risulta indebolito. Faccio un esempio: nel nostro CineMaster, che  è orientato anche alla formazione di videogame designer, gli iscritti arrivano con l’aspirazione di diventare grandi registi e/o grandi sceneggiatori, secondo il tradizionale concetto di autore, appunto. Ma i docenti che si sono succeduti nel corso delle lezioni, soprattutto i professionisti del settore,  hanno invece sottolineato come il mercato esprima una forte richiesta di professionisti che sappiano scrivere, creare mondi, e sappiano gestire i linguaggi delle diverse piattaforme. Questo non significa scrivere il codice che sta dietro ad un videogioco, ma creare un mondo dal quale possa scaturire un film, un fumetto, un videogioco. Del resto il videogioco è un mondo in se, spazio esplorabile e abitato da personaggi, e oltrettutto una dei pochi esempi concreti di ipertesto narrativo, idea intorno alla quale, negli anni Novanta, si è discettato tanto. I librogame vissero il periodo di maggiore fortuna. Ma nella realtà io penso che, dal punto di vista del riscontro commerciale, gli ipertesti narrativi siano stati comprati solo da chi li studiava per trovare poi nei videogiochi una concreta, e vincente, realizzazione. In un videogioco io sono effettivamente chiamato, in degli snodi fondamentali, a compiere delle scelte che faranno avanzare il gioco in un senso o in un altro.
In ogni caso anche per queste nuove figure professionali, l’ottima capacità di scrittura rimarrà una competenza fondamentale.

A lunedì prossimo per la seconda parte dell’intervista.

A presto.
Cor.P

Vi segnalo: How technology is changing the entertainment industry, according to Adam Leipzig


…vi segnalo alcune interessanti riflessioni di Adam Leipzig –  ex vicepresidente dei Walt Disney Studios, ex presidente della National Geographic Film ed oggi amministratore delegato della Entertainment Media Partnerssull’influenza della tecnologia nei cambiamenti in corso dell’industria dell’intrattenimento. Di seguito cito tre brevi stralci tratti dall’intervista che Leipzig ha rilasciato a thenextweb.com, di cui vi consiglio la lettura integrale.

Il primo riguarda il passaggio da un’economia del possesso ad un economia dell’accesso, e la sempre maggiore centralità dell’intrattenimento in-home:

Streaming really exploded around the year 2010. We shifted from a commodity economy of entertainment, where we had to own CDs, DVDs and so on, into a pure experience economy – where we just want it, we want it now but we don’t have to own the physical things. The biggest technological changes that we’ve seen in entertainment have been how audiences receive their content, moving from experiences that are away from the home, towards experiences that are inside the home.

Il secondo passaggio è sul ruolo del cinema in un contesto di questo tipo:

I believe audiences now decide – even before a movie opens – whether they will see it in a cinema, or see it at home. There are certain types of films that people really love to see at home, and they are experiencing a renaissance. Documentaries are a perfect example. Documentaries have a very limited theatrical cinema life, but they are exploding on online services such as Netflix and Hulu […]. I think there will always be a demand for getting out of your house and experiencing things with other people, in a communal setting. Comedies are a great example – comedies are not so funny if you’re sitting alone at home. But they’re really funny in a theater with 400 other people.

Il terzo passaggio è dedicato al crowdfunding. Leipzig sintetizza in maniera molto efficace perchè non si debba considerarlo solo un nuovo modo per finanziare il proprio progetto:

The crowdfunding isn’t so much about providing money, it’s about market validation and proof of the audience. […] Now there’s a large crowd of people who have contributed money, whom the filmmakers and studio can have direct, two-way communication with. These people will become the ambassadors, and evangelists, for that movie when it comes out. I believe that crowdfunding is 40% about the money, and 60% about connecting with your audience, building your audience and creating those evangelists and ambassadors for when the project is ready for launch.

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A presto.
Cor.P

Transmedia in Italy


…come forse avrete notato, nelle interviste fin qui pubblicate, pongo alcune domande ricorrenti….non lo faccio per scarsa fantasia (che domande nuove mi posso inventare?), ne per problemi mnemonici (mi scordo di aver già fatto in passato quella stessa domanda), ne per caso…
Le interviste, oltre ad essere destinate alla pubblicazione su questo blog, sono parte di un progetto di ricerca sul transmedia storytelling. Per questo motivo vengono affrontati, con tutti gli intervistati, alcuni argomenti chiave per gli obiettivi della ricerca, come quello relativo alla terminologia (transmedia o crossmedia?) o quello relativo alla ludicizzazione dello storytelling.
Qui però voglio soffermarmi su un’altra domanda, quella in cui chiedo all’intervistato qualche esempio significativo di Transmedia Storytelling italiano. Fin qui le risposte sono state piuttosto scoraggianti…o il riferimento è  ai pochi, soliti, noti (I cesaroni su tutti), o ad oggetti mediali talmente ampi da far perdere significato alla nozione stessa di transmedia storytelling (il calcio, la musica leggera…) oppure a prodotti validi, ma di nicchia e/o di vita breve.

Del resto io stesso nei miei post parlo quasi sempre di esempi d’oltreconfine. Forse perchè in rete la maggior parte del materiale su queste tematiche è in lingua inglese?  (ma questo non è stato un ostacolo per il successo dello spagnolo El Cosmonauta)…forse perchè chi realizza questi prodotti non sa far parlare di se in maniera adeguata e, quindi, farsi trovare? (anche in questo senso El Cosmonauta ha molto da insegnare)…o, al contrario, realizza progetti transmediali strumentali al proprio percorso professionale, ma di nessun successo presso il pubblico, e si parla addosso autocitandosi come case study?…o forse gli intervistati (ed io con loro) non sono sufficientemente informati sulle ultime novità transmediali tricolore? …o magari in Italia non c’è ancora abbastanza mercato per prodotti transmediali autoctoni?…o non esistono professionalità adatte a sviluppare prodotti di questo tipo?…o siamo semplicemente esterofili e ci viene più naturale parlare di prodotti stranieri?

La risposta non è agevole, ma ognuna delle domande aiuta a trovarne una parte…

In questo contesto mi sembra utile ed interessante avviare una nuova serie di post, intitolata come questo che state leggendo, Transmedia in Italy, per mettere in evidenza esperienze nostrane in questo ambito.
Ogni post sarà quindi dedicato ad un case study italiano di narrazione espansa, non necessariamente uscito. In altri termini tra i criteri di selezione non ci sarà quello anagrafico.
Ovviamente vi invito a segnalarmi progetti transmediali italiani.
Per il primo post vi rimando alla seconda metà di novembre.

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A presto.
Cor.P

Il 2nd Screen al cinema: La Sirenetta Reloaded?


…sono un grande appassionato di cinema e, ancor più, di film…

I film sono (erano?) oggetti audiovisivi di circa 90 minuti…il cinema è invece un luogo buio, di capienza assai variabile, in cui vengono proiettati film su grande schermo.
Io amo andare al cinema, ma amo ancor più vedere film. In altri termini, se non li vedo su grande schermo, mi va benissimo vederli su piccolo schermo, su portatile, su tablet…Ma se li vedo al cinema non transigo da alcune regole base: 1) non si parla durante la proiezione; 2) i cellulari, i tablet e altri device elettronici devono essere rigorosamente spenti, o silenti, o con schermo non illuminato…; 3) sgranocchiare pop-corn è parte imprescindibile del piacere di vedere un buon film horror al cinema e, per questo, non può essere considerato fonte di disturbo per gli altri spettatori.

Per quanto riguarda il punto 2 sembra che le cose stiano cambiando. La Disney ha appena lanciato un’app che rende in qualche modo interattiva la visione de La Sirenetta (The Little Mermaid), classico dell’animazione datato 1989. L’app, per I-Pad, si chiama Second Screen Live: The Little Mermaid e consente di giocare, raccogliere punti gareggiando con gli altri spettatori, cantare le canzoni del film, il tutto durante la proiezione dello stesso.

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Il 2nd Screen di cui si parla solitamente con riferimento alla televisione, approda quindi al cinema, non a caso affiancato ad un prodotto, come La Sirenetta, che è uscito alla fine degli anni Ottanta ed oggi viene riproposto ai nativi digitali, per i quali l’interazione con gli schermi touch è tanto naturale quanto quella con i fumetti cartacei di Topolino lo era stata per i genitori. L’applicazione potrà essere utilizzata, a partire dal 20 settembre, in cinema selezionati e per un periodo di tempo limitato, come recita il trailer di lancio.

L’operazione è evidentemente sperimentale, ed il fatto che sia condotta a partire da un film del 1989 e per un periodo di tempo limitato, ne è la conferma. Le reazioni in rete sono state a dir poco negative, ed i commenti al  trailer, su YouTube, sono stati disabilitati.
La rete abbonda comunque di giudizi sarcastici sull’iniziativa, ed alcuni vale la pena riportarli. In primis consiglio la lettura di un articolo significativamente intitolato Here’s A New Version of “The Little Mermaid” For People Who Don’t Want to See The Film.
Invece quelli che seguono sono, a titolo esemplicativo, commenti all’articolo sull’iniziativa pubblicato su MacRumors.com:

I guess I can see this being OK for kids to keep them occupied, but if this “second screen” is going to be a trend for grown-up movies, then count me out. I mean, do they want us to look at the screen or our iPad? What happens when something’s going on in the movie and you miss it because you were looking at something on your iPad? It just takes away the whole submersive element to going to a movie theater and watching a movie. Every time you look away from a movie screen you disassociate yourself from the false reality that the movie is supposed to present.

I realize that I’m not the target audience for this, but this seems like a really good way to make me hate the movie theater experience if it were to spread to other films. And if I were to pay $12 or so for a small child to go see a movie as old as The Little Mermaid, I would be really annoyed if they just kept their nose in a companion app the entire time instead of paying attention to the movie.

Questo invece uno dei commenti all’articolo su Polygon.com:

Great, a thousand lit-up screens in a dark movie theater. I dunno about you guys, but this sounds like my personal hell.

Giudizi di questo tipo, evidentemente, non  vengono dal vero target dell’operazione. Ex post, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i bambini che avranno assistito a queste proiezioni. A loro, decisamente avvezzi al multitasking mediale, l’esperienza piacerà?

A me che vidi La Sirenetta, innamorandomene, nel lontano 1989, l’operazione non affascina e non interessa (ma del resto coinvolgerà solo sale statunitensi), Mi auguro che Il transmediale, la fruizione espansa, rimangano opzioni facoltative. Del resto quelle previste per The Little Mermaid: Second Screen sono proiezioni speciali, eventi, e sono gli stessi uomini della Disney a parlarne in termini sperimentali: ‘Disney testing Second Screen App’. E tutta l’operazione è comunque legata all’imminente lancio, per il mercato dell’home video, del DVD Blue Ray 3d del film.

In altri termini è ovvio che ancora per molto tempo continuerà ad esserci spazio per prodotti cinematografici nel senso più tradizionale (e quindi monomediale) del termine. La stessa cosa è già accaduta con il 3D: il successo di prodotti monstre, 3D e transmediali come Pacific Rim di Guillermo Del Toro, non impedisce la distribuzione e l’apprezzamento da parte di pubblico e critica di prodotti orgogliosamente monomediali e low-budget come Reality di Matteo Garrone (cito il primo film che mi viene in mente, e che ho amato molto).

Condivido quindi i commenti che ho citato, ma non il tono apocalittico.
Nel mondo dei media il nuovo non cancella il vecchio…o lo fa in tempi molto più lenti di quanto molti futurologi si affrettino a prevedere.

A presto.
Cor.P

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