Xmp intervista Enrico Menduni (1)


Enrico Menduni è professore ordinario di Cinema, fotografia, televisione al Dams dell’Università Roma Tre dove insegna Culture e Formati della Televisione e della Radio, Storia e Critica della Fotografia, Media digitali. È stato presidente dell’Arci dal 1978 al 1983, consigliere di amministrazione della RAI dal 1986 al 1993. Giornalista professionista, ha scritto articoli e saggi di cultura, comunicazione, politica e costume. Ha insegnato in vari atenei, fra cui l’Università di Siena, l’Università di Roma “La Sapienza”, l’Università per stranieri di Perugia e la IULM di Milano. Ha tenuto lezioni e conferenze in università europee, americane e australiane. Scrive per la radio e la televisione e collabora a documentari e film.

Tra le sue ultime pubblicazioni:  Il linguaggi della radio e della televisione (2002), Roma-Bari: Laterza (nuove edizioni 2006 e 2008); Televisione e società italiana. 1975-2000 (2002), Milano: Bompiani; La radio. Percorsi e territori di un medium mobile e interattivo (2002), a cura, Bologna: Baskerville; I media digitali (2007), Roma-Bari: Laterza; Fine delle trasmissioni? Da Pippo Baudo a YouTube (2008), Bologna: il Mulino, Televisioni (2009), Bologna: il Mulino; Produrre TV. Dalla ideazione alla realizzazione nell’era digitale (2009), con Antonio Catolfi, Roma-Bari: Laterza; Social network. Facebook, Twitter, YouTube e gli altri: relazioni sociali, estetica, emozioni (2009), con Giacomo Nencioni e Michele Pannozzo, Milano, Mondadori Università; Rivoluzioni digitali e nuove forme estetiche (2011), con Vito Zagarrio, “Imago n. 3”, Roma, Bulzoni editore; Entertainment, (2012)

 Enrico_menduni

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Xmp: Caro Enrico, prima di tutto benvenuto su CrossmediaPeppers. Parto subito dalla questione terminologica: transmedia o crossmedia? È una domanda che pongo sempre ai miei intervistati, alla ricerca di una chiarezza che non mi pare esserci e che invece penso sarebbe utile, fosse anche solo per dire ‘sono la stessa cosa!’

Enrico Menduni: I due concetti vengono usati abbastanza indifferentemente. Io preferisco cross media, perché cross sta per croce, per incrocio, rimanda all’idea di uno scambio, mentre nel transmedia c’è solo il concetto di transito. A mio avviso c’è invece un grande baratto, sia pure in forme asimmetriche. Gli user generated content vengono spesso realizzati prelevando e rielaborando contenuti del broadcast, al quale a sua volta viene restituito qualcosa. Quindi non si tratta solo di un transito di contenuto da un medium all’altro, ma di uno scambio biunivoco, seppur non alla pari, tra varie aree e vari attori dell’universo mediale.

Xmp: E se a questo scenario che descrivi aggiungiamo lo storytelling? Emergono ulteriori specificità?

Enrico Menduni: In realtà quello dello storytelling è un discorso che rimane comunque molto ampio. La narrazione – man mano che la società diventa più complessa – diventa sempre più necessaria. È un modo per descrivere la società, e attraverso il quale la società cerca di auto descriversi. Non a caso la grande stagione del romanzo moderno comincia dopo la rivoluzione industriale, con Dickens, con i romanzi di appendice, con una forma di narrazione spesso già seriale e molto partecipata dal pubblico, in cui la società cerca di descriversi raccontandosi.

Xmp: Lungo questa stessa prospettiva possiamo quindi dire che la complessità degli universi narrativi solitamente descritti nei franchise transmediali è una eco della crescente complessità del nostro quotidiano?

Enrico Menduni: Diciamo che noi, sostanzialmente, non abbiamo molti strumenti per capire come va il mondo: fondamentalmente ce lo raccontano e quello che noi possiamo fare è scegliere di quali narrazioni fidarci, e di quali non farlo. Può sembrare una banalità, ma in un libro di recentissima uscita, Entertainment, ho dedicato un breve capitolo alla crisi del ’29, che è stata sostanzialmente una crisi di rappresentazione. La società statunitense fino ad un certo punto si era rappresentata come una società ricca, una economia in pieno sviluppo e con gli standard di vita più alti al mondo, in contrapposizione con le difficoltà dell’Europa, che si dibatteva nelle angustie del dopoguerra, ancora impegnata a seppellire i propri morti. Poi ad un certo punto gli Usa sono entrati in un periodo afasico: gli economisti e lo stesso Hoover, presidente neoeletto, hanno raccontato quello che stava succedendo in un modo che ha contribuito a generare un vuoto di fiducia nell’opinione pubblica. I cittadini, correndo a ritirare i propri risparmi dalle banche, ne hanno provocato il fallimento, contribuendo ad un aggravarsi della crisi, invece che ad un suo superamento. Oggi è ancora vero che noi non abbiamo strumenti oggettivi per capire cosa sta succedendo. In fondo la ridiscesa in campo di Berlusconi non ha ancora determinato nulla di definitivo, ma i mercati finanziari hanno già a mostrato segni di reazione a questa narrazione, che viene posta in netta contrapposizione a quella precedente, di Monti. Il governo Monti , dal canto suo, non ha dimostrato di aver compreso l’importanza del narrare. Basta l’esempio della riforma pensionistica: pur se dura, era probabilmente inevitabile, ma il problema degli esodati l’ha resa del tutto indigeribile. Ovviamente parlo del problema degli esodati dal punto di vista comunicativo, non da quello economico. La gente ha comunque bisogno di speranza, ed anche in caso di malattia incurabile, il medico deve comunicare la sentenza in una maniera che in qualche modo accompagni il malato, gli consenta in qualche modo di ricondurre il tutto ad una narrazione accettabile della propria vita. Da questo punto di vista il governo Monti è stato molto molto carente.

Xmp: Tornando dalla politica all’entertainment, un modo di raccontare che rilancia il filo narrativo da un medium all’altro, è davvero così innovativo come gran parte della retorica sul transmedia storytelling da Jenkins in poi tende a suggerire?

Enrico Menduni: Diciamo subito che l’intermedialità è sempre esistita. Il fatto che Edipo Re sia una tragedia di Eschilo, un film di Pasolini, un melodramma di Ruggero Leoncavallo è ovvio: i contenuti transitano da un medium all’altro nel corso delle epoche, e questa non è quindi una grande novità. La grande novità andrebbe invece trovata nel fatto che gli spettatori, i lettori, chiamiamoli come vogliamo, invece di essere confinati a comportamenti di pura ricezione, diventano essi stessi produttivi. In questo senso c’è qualcosa che si manifesta in maniera decisiva intorno al 2006, con gli studi di Jenkins che non a caso arrivano contemporaneamente a Youtube, con una rete che comincia ad essere audiovisiva e social, cosa che fin lì non era mai stata, per motivi tecnologici e sociali.

edipo_re_crossmediapeppers

Xmp: Ma c’è una significativa percentuale di retorica anche rispetto a questo tanto esaltato ruolo attivo del pubblico, a questa necessaria rincorsa all’engagement dello stesso?

Enrico Menduni: Io all’origine ho creduto molto a questo protagonismo degli utenti. Ma per molti di noi Jenkins è stato anche un modo per scardinare le categorie, i codici, della visione del novecento, perche introduceva un elemento così dirompente da permetterci di dire ‘non esiste più solo il cinema, la nouvelle vague, eccetera…e non c’è più nemmeno un mondo a due in cui ci sono il cinema e la televisione, e sostanzialmente noi dobbiamo vedere quello che qualcun altro decide di farci vedere’. Jenkins evidenziava un terzo elemento che, tramite la rete e in particolare i social network, impattava dal punto di vista produttivo e distributivo sul panorama mediale. Così, ad esempio, le serie televisive hanno cominciato a tracimare fuori dal piccolo schermo, con una mutazione delle dinamiche fruitive individuali (la vendita di intere stagioni in Dvd, la disponibilità online dei singoli episodi) e collettive con il fandom e gli user generated content.
Nel frattempo sono passati sei anni, ed oggi abbiamo sempre maggiore confidenza con le fan fiction, i mashup, i remix ed altri tipi di riletture grassroots, che spesso puntano (riuscendoci) a farci sorridere. Ma possiamo dire che tutto questo ha davvero cambiato l’equilibrio del mondo audiovisivo?
Direi che è quanto meno dubbio, e questa impressione la espresse già nel 2011 Maria Grazia Fanchi in una lezione a RomaTre, e l’ha ribadita nel corso del convegno Cinema e Rete tenutosi  qui a Roma il dicembre scorso. Quello che siamo in grado di dire è che è avvenuto un importantissimo fenomeno sociale, che non riguarda solo l’audience, perché in realtà ha generato nei broadcast stessi la capacità di realizzare e distribuire contenuti che sembrano user generated content o con gli stessi vanno a competere, ad esempio affiancando alla dorsale narrativa principale gossip, higlights, making of, compilation. Ma la realtà è che questi contenuti ulteriori, che finiscono per confondersi con il grassroot ma sono prodotti dal broadcast, non sono stati in grado di produrre una sostanziale svolta estetica rispetto a quanto visto nel novecento…

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Per la seconda parte dell’intervista solo un po’ di pazienza…la posterò all’inizio la prossima settimana.

A presto

Cor.P

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