Xmp intervista Guglielmo Pescatore (2)


Eccoci alla seconda parte dell’intervista a Guglielmo Pescatore, che al termine della prima parte aveva proposto una lettura del fenomeno dell’engagement più misurata, rispetto alla entusiastica retorica largamente diffusasi sul tema…

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Xmp: …Mi sembra che tutto questo abbia un legame con la gamification, che in questo ambito si traduce nell’innesto di dinamiche ludiche in un contesto narrativo. In altri termini il transmedia storytelling è una modalità narrativa in cui gli elementi ludici vengono in qualche modo potenziati anche ai fini di un maggiore coinvolgimento attivo dei pubblici…

Guglielmo Pescatore: Decisamente sì. Io non credo che per descrivere questi fenomeni sia sufficiente l’idea di transmedia storytelling, che da un lato coglie bene la questione dell’allargamento delle strutture narrative su ambiti e canali non più legati ad un unico medium, ma dall’altro continua a riferirsi a delle modalità narrative sostanzialmente tradizionali. L’idea è che c’è una narrazione, c’è un racconto che fondamentalmente è fatto come era fatto una volta, ma è transmediale, cioè si espande su più media. A me sembra che questa sia una visione parziale di quello che sta accadendo, perché in realtà le modalità narrative contemporanee segnano dei passaggi, dei cambiamenti rispetto a quello a cui eravamo abituati, alle strutture descritte dalla tradizione narratologica, da Propp o da Campbell, ad esempio. Mi pare che la questione del gaming, della gamification, metta in luce esattamente questo: non si tratta più di fare riferimento a modelli di narrazione tradizionali, ma a modelli di interazione in cui ci sono elementi narrativi forti. In altri termini il contesto è sempre più spesso quello di una fruizione ludica piuttosto che quello di una fruizione narrativa in senso letterario, della tradizione romanzesca, ad esempio. Che storia racconta Lost? . Non racconta nessuna storia: se noi lo prendiamo come un romanzo, molto semplicemente non funziona, non è quello, non possiamo adottare quel tipo di frame interpretativo.

Xmp: C’è una via italiana al transmedia storytelling?

Guglielmo Pescatore: Esempi interessanti di progettazione transmediale li abbiamo soprattutto nei reality, che si espandono a macchia d’olio: accanto al prodotto principale, che è la puntata settimanale, molto lunga, c’è una proliferazione di contenuti che invadono il palinsesto televisivo per il resto della settimana, espandendosi anche sul web, via radio e in edicola, con instant magazine creati ad hoc. Quindi, sì, in Italia la progettazione di oggetti transmediali esiste. Che poi questo dia luogo a fenomeni complessi, estremamente radicati, come è successo per alcuni universi narrativi, quasi sempre americani, questo non mi sembra. Sostanzialmente la ragione è che noi abbiamo una televisione generalista, free to air,  assai poco incline all’innovazione, al ricambio delle formule narrative, vorrei dire arretrata, anche se non so se è giusto dirlo. In ogni caso la nostra televisione ha un assetto non confrontabile con quello dei broadcaster generalisti americani, e quindi non costituisce il terreno ideale per far partire oggetti di questo genere. Detto questo io rimango convinto che l’oggetto transmediale italiano per eccellenza sia la politica. Capisco che possa sembrare paradossale, ma se ci si pensa è l’unico grande ecosistema narrativo che si espande su tutto lo spazio mediale secondo le logiche tipiche dei prodotti di cui stiamo parlando, creando  engagement attraverso meccanismi partecipativi, di produzione discorsiva socializzata, ecc. Penso che non sarebbe affatto sbagliato applicare i modelli che abbiamo sviluppato per le nuove forme narrative all’universo politico.

Xmp: invece produzioni italiane di culto come Boris o I soliti idioti, hanno un qualche contatto con queste modalità narrative, e fruitive, espanse?

Guglielmo Pescatore: Non conosco molto queste due serie, che comunque mi sembra rimangano circoscritte, appunto, alle dinamiche tipiche dei fenomeni di culto. Sto invece pensando ad un prodotto che conosco meglio, Romanzo Criminale. Anche in questo caso è vero che ci sono una serie di addentellati, diciamo così, transmediali.  Del resto il prodotto nasce da un romanzo di successo, ma se pensassimo al transmedia in questo modo, allora tutti i prodotti sarebbero transmediali. Tornando a Romanzo Criminale, anche la campagna di lancio, il marketing, il merchandising, tutto è in certo senso riconducibile ad una cifra transmediale. Che poi questo abbia dato luogo ad universi narrativi permanenti – il che, per me, è uno dei caratteri distintivi di di questa nuova tipologia di prodotti – non mi pare di poterlo affermare. Un esempio dei fenomeni a cui sto pensando è Buffy che pur dopo anni dal termine della serie televisiva è un prodotto di fatto ancora in vita. Ecco, a me pare che da questo punto di vista siamo ancora indietro. Sono abbastanza convinto che questo accade perché le produzioni italiane di cui stiamo parlando sono realizzate per la televisione pay. In questo contesto l’obiettivo fondamentale del broadcaster è l’attrattività dell’offerta complessiva, la logica del brand, prima che il prodotto in sé. E questo comporta nei fatti una produzione diversa, con una serialità che privilegia lo stile riconoscibile del prodotto, la qualità intrinseca riconducibile al marchio più che la capacità di generare sviluppi narrativi inattesi. Questo è evidente ad esempio nei prodotti di un’emittente premium come Hbo, che tendono spesso ad avere l’aspetto di un film gonfiato, lunghissimo, e poi  tagliato a fette come un salame. Un prodotto che quindi non pretende di allargarsi, di diventare un universo, ma tende invece a riutilizzare il modello cinematografico, allungandolo su tempi che sono quelli del palinsesto televisivo. Mi pare che oggi i broadcaster premium (cioè quelli a pagamento), tendono a usare formule narrative e tipologie di prodotto su cui possono mantenere un fortissimo controllo, necessario a quelle logiche di brand e di qualità di cui dicevo. Di contro i fenomeni di cui stiamo parlando hanno bisogno per ovvie ragioni di un controllo limitato, relativo del broadcaster. Questa è la ragione per cui, a mio avviso e al contrario di quello che pensano in molti, oggi i prodotti più innovativi arrivano dalle reti generaliste free e non da network premium come Hbo o Showtime.

Xmp: Un’ultima domanda…i volumi ed i paper accademici, come pure la stampa giornalistica sull’argomento, pongono l’accento sulla motivazione economica che soggiace allo sviluppo di questi prodotti transmediali, la cui logica – osservata in questa prospettiva – mi sembra simile a quella della brand extension. Una volta che la dorsale narrativa principale ha ottenuto successo, se ne sviluppano contenuti ulteriori su altre piattaforme, per massimizzarne gli introiti, sfruttando le sinergie industriali e le economie di scala attivabili all’interno delle grandi major dell’entertainment. È sempre così o ci sono anche casi in cui l’espansione transmediale deriva invece in maniera preminente da un’esigenza espressiva, autoriale?

Guglielmo Pescatore: Sono d’accordo con la prima ipotesi. Del resto che ci sia un modello di allargamento, di costruzione transmediale dettato da esigenze di tipo espressivo autoriale nel contesto di cui stiamo parlando a me sembra difficile. Stiamo parlando di costruzioni di costo elevato, in cui le esigenze di tipo espressivo sono sottomesse a determinazioni di natura economico-produttiva. Che poi questo tipo di costruzione realizzi anche delle peculiari caratteristiche di tipo espressivo, sfruttando anche le capacità e il talento dei singoli, questo è ovvio. La cosa che io metto in questione è che sia questo il fattore determinante, e cioè l’idea tradizionale che noi ereditiamo dalla letteratura e in parte anche dal cinema, che il motore primo sia una sorta di intenzionalità espressiva solitamente legata ad un soggetto autore, che poi si estrinseca in un regista, uno sceneggiatore, in un produttore… Intenzionalità che garantirebbe la coerenza e il senso dell’opera. A me questa prospettiva sembra fuorviante; a parte ogni altra considerazione fa riferimento a un apparato concettuale e anche a una terminologia del tutto inadatti al contesto contemporaneo…

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…ringrazio ancora Guglielmo Pescatore per il tempo dedicato a CrossmediaPeppers.

A presto

Cor.P

Una Risposta

  1. […] la seconda parte dell’intervista solo un po’ di pazienza…la posterò all’inizio della […]

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