nXm: i caratteri ricorrenti (7) – La coerenza con il canone del franchise


Eccoci all’ultimo dei caratteri ricorrenti della nXm, che avevo sinteticamente elencato in questo post dell’ottobre scorso…

Le diramazioni crossmediali devono essere coerenti con il canone del franchise: perché il franchise riesca a fidelizzare il pubblico e motivarlo a seguire la storia da un medium all’altro, è necessario che quanto raccontato in ogni segmento contribuisca alla costruzione di un mondo coerente. La forza centrifuga di un universo finzionale in crescita deve essere compensata da una tensione centripeta, verso un nucleo coerente…

L’importanza di questo aspetto non merita ulteriori approfondimenti, visto quanto detto nei post precedenti sul rilievo che la costruzione di un universo finzionale coinvolgente ha sulle possibilità di successo delle espansioni crossmediale di una storia. Niente di più dannoso, quindi, di segmenti narrativi che neghino o contrastino con quanto descritto in altri. La loro presenza mina dalle fondamenta la credibilità del progetto transmediale, facendo evolvere la storia tra falle e incongruenze, che demotivano lo spettatore alla fruzione espansa del franchise, inflazionandolo.

Un esempio significativo in questo senso è Hellboy. Creato da Mike Mignola, questo personaggio esordisce nel 1993 come serie a fumetti, per poi diventare protagonista di film, libri, action figures, videogiochi, e serie animate. Mignola, coinvolgendo nell’esportazione del suo personaggio su altri media, creativi come Guillermo del Toro (per il film), Christopher Golden (per i libri) e Tad Stones (il film d’animazione), li incoraggia a sentirsi liberi di spingere il personaggio verso nuove direzioni, dandone la loro originale interpretazione, prendendo solo quello che avessero ritenuto di loro interesse dalla narrazione primaria a fumetti. L’approccio di Mike Mignola, così ‘artisticamente’ aperto e ricettivo, ha avuto però ripercussioni negative sulla coerenza dell’universo finzionale di Hellboy. Così, a titolo di esempio, un personaggio che nel film e nel fumetto muore subito, non subisce la stessa sorte nel lungometraggio animato. O ancora, un personaggio femminile che interessa sentimentalmente Hellboy nel film, nel fumetto è solo una buona amica…

 

 

Per i fan di Hellboy, che hanno imparato ad amare il ragazzo infernale nelle serie a fumetti, queste incongruenze impediscono di considerare il franchise come un complesso unitario, mancando un senso di continuità, di arco narrativo complessivo, che tiene insieme le varie espansioni crossmediali del franchise. Questo non impedisce ai singoli segmenti di essere dei prodotti di intrattenimento  validi, e di avere un notevole successo commerciale (ed infatti, ad esempio, al primo film per il grande schermo, Hellboy, del 2004, ne è seguito un secondo, Hellboy – The Golden Army, nel 2008, mentre è ancora incerta la realizzazione di un terzo, di cui però si vocifera da tempo…), ma è innegabile che dal punto di vista narrativo si perda l’idea di un disegno unitario, intaccando quelle dinamiche di culto che hanno un ruolo fondamentale nel successo di un franchise transmediale.

Concludo segnalando, per chi volesse approfondire l’universo finzionale di Hellboy, due interessanti articoli di horrormagazine.it, uno dedicato agli albi a fumenti e l’altro al primo lungometraggio cinematografico.

A presto

Cor.P

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