nXm: i caratteri ricorrenti (6) – il gigantismo narrativo


Le estensioni crossmediali trovano sovente origine da sovraccarichi della storia originaria: queste saghe possono cioè presentare linee narrative appena abbozzate, lasciate volutamente in stand by in vista di futuri sviluppi crossmediali, che poi non sempre trovano effettiva realizzazione. Quindi una forma di narrazione che spesso promette ancor prima di sapere se varrà la pena mantenere tutte le promesse date, e tra le altre considerazioni, quelle di carattere economico, connesse anche al successo commerciale ottenuto da primi moduli narrativi distribuiti, avranno peso rilevante nell’orientare questa scelta.

Questa caratteristica della nXm si estrinseca spesso nella circostanza che in questi franchise vengano costruiti veri e propri universi finzionali, quel worldbuilding storytelling di cui già ho parlato. In altri termini il gigantismo narrativo si sostanzia frequentemente nella creazione di mondi che lasciano presagire al pubblico infinite esplorazioni possibili. Al di là delle considerazioni eminentemente economiche, dietro le quinte di queste saghe  è quindi ricorrente percepire un’ambizione, una magniloquenza, un pensiero in grande, che non giunge del resto inatteso da parte di protagonisti del mondo dell’entertainment che manifestano un approccio quasi creazionista – non solo in senso immaginifico – all’atto del narrare. Illuminanti, da questo punto di vista, alcune interviste di James Cameron su Avatar.

L’esempio forse più emblematico è però quello di Peter Greenaway e del suo progetto Le valigie di Tulse Luper: l’Uranium Century, sessanta anni di storia del secolo scorso (1928-1989), narrati attraverso le vicende del protagonista ed attraverso il contenuto di 92 sue valigie, ritrovate in diverse parti del mondo. Nel disegno di Greenaway – regista talentuoso e visionario, da sempre affascinato dalle nuove possibilità che il panorama digitale offre al cinema, come evidente in questa bella intervista (del 1996!) che vi segnalo su Mediamente – ognuna delle 92 valigie contiene in se una storia potenziale, e questo lascia aperta la possibilità per lo sviluppo di altrettanti progetti paralleli alla dorsale principale del progetto, rappresentata da tre lungometraggi cinematografici. Così, ad esempio, sulla valigia numero 46 è stato fatto uno spettacolo teatrale intitolato Gold (quella valigia  è infatti colma di lingotti d’oro, 92 ovviamente). La televisione giapponese intendeva realizzare una soap opera sulla numero 36, mentre la 41 è stata protagonista di una mostra presso il Museo Gugghenhaim di Bilbao. Il contenuto di ciascuna valigia, che nei film nella maggior parte dei casi è solo citato, sarà poi catalogato e illustrato nel dettaglio tramite supporti digitali quali dvd e cd-rom. Di seguito, per darvi un’idea del respiro enciclopedio del progetto di Greenaway, alcuni dei segmenti narrativi che lo compongono:

3 film: Le valigie di Tulse Luper (The Tulse Luper Suitcases, Part 1: The Moab Story) (2003) ; The Tulse Luper Suitcases, Part 3: From Sark to the Finish (2003); The Tulse Luper Suitcases, Part 2: Vaux to the Sea (2004);

1 sito web: http://www.tulselupernetwork.com/basis.html, nel quale si può scoprire ed approfondire il contenuto delle singole valigie;

1 social game online: http://www.tulseluperjourney.com/about.jsp

libri: Tulse Luper in Venice (2002), Tulse Luper in Turin (2004)…

Tulse Luper VJ Tour (2007)

E comunque opportuno sottolineare che non sono rari i casi in cui la narrazione crossmediale si realizza  anche a partire da contesti diegetici estremamente circoscritti, in certo senso antitetici al concetto di gigantismo narrativo, basati su un meccanismo complementare a quello del worldbuilding storytelling: se in quest’ultimo le possibilità di espansione transmediale del racconto nascono dall’ampiezza dell’universo finzionale costruito, nei contesti diegetici circoscritti l’occasione nasce proprio dalla possibilità di uscirne fuori, di guardare cosa accade al di là della cornice, come avviene ad esempio in The Blair Witch Project: i personaggi sono pochissimi (essenzialmente tre), l’ambientazione a dir poco scarna (un bosco), ma proprio questo permette di espandere il racconto, sfruttando tutto quello che ne è rimasto fuori…in questo caso diffondendo la notizia che quelle narrate nel film sono vicende reali, con interviste (siamo praticamente nell’ambito del mockumentary) ai genitori, alla polizia che ha ritrovato la macchina dei filmaker dispersi…

A presto

Cor.P

 

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