Xmp intervista Salvatore Iaconesi (3)


196924387676038592-salvatore-iaconesi.fullEccoci all’ultima parte dell’intervista a Salvatore Iaconesi, che alla fine della seconda parte sottolineava quanto fosse importante ‘imparare ad imparare’, unica competenza che ci difende da una rapida obsolescenza cognitiva, inammissibile per chi voglia lavorare alle frontiere dello storytelling…-

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Xmp: In Italia esistono sufficienti professionalità connesse al narrare transmediale? o forse, ancor prima…nel mercato italiano c’è richiesta di professionisti del tipo che stiamo cercando di descrivere?

Salvatore Iaconesi: Come dicevamo: c’è confusione, innanzi tutto. In Italia le aziende, di base, quando parli di transmedia, pensano crossmedia. Vogliono il sito, la app, il social network, il banner, il volantino e il flash mob. Che va bene, per carità. Ma di base tu gli racconti una cosa e loro ne capiscono un’altra. Alla resa dei conti, i processi più interessanti, di solito, avvengono al contrario. Sei tu che, in qualche occasione, nelle conferenze, in una performance artistica o in un qualche modo “altro” fai transmedia. Bene. In modo che se ne sentano gli effetti. Quando gli effetti sono stati percepiti, quando l’”inganno” si è materializzato nel mondo, solo allora le persone capiscono, e ti chiamano. Ed, in un certo senso, è buffo. Perché, di nuovo, è l’”inganno” che fa materializzare il reale, che gli fa prendere forma nella mente delle persone, che attiva il desiderio. È il transmedia, insomma. Transmedia che genera il desiderio di transmedia. In questo c’è un grande ostacolo: che bisogna iniziare dal fare. E molto spesso (penso ai giovani) non ci sono le risorse per iniziare a fare. Ma l’arte aiuta molto, perché permette di iniziare anche in modi minimali, molto economici, basati più sul concetto che sulla potenza di fuoco, più sull’ironia che sui soldi, più sull’espediente che sugli aspetti quantitativi. E sul descrivere nuovi immaginari e, di conseguenza, una nuova percezione di possibilità. Penso, ad esempio, a Kook. Si definiscono ArtGency e fanno transmedia a tutti gli effetti. E iniziano proprio dall’arte, in un modo molto intelligente.

Le professionalità? Ci sono, eccome. Solo che è raro, nella mia esperienza, che siano coordinate secondo metodologie e modelli efficaci. È molto più comune la classica catena di montaggio della comunicazione. A compartimenti stagni, su commesse da manovalanza, magari impostate da chi non fa comunicazione, prendendo in considerazione solo il budget come parametro decisionale. Il risultato è che ottimi professionisti e talenti finiscono a produrre le cose “al chilo”, oltretutto non potendo portare alle aziende quel valore che potrebbero ottenere con gli stessi budget. Ci sarebbe forse da ripensare in più di un modo la catena decisionale in queste situazioni, per far decidere le strategie di comunicazione a chi effettivamente fa comunicazione di professione. L’unico problema, a livello di professionalità, è culturale (si legge male e troppo poco) e di auto-racconto. A che serve che ti faccio imparare come fare una App se poi non sei in grado di raccontarmi in modo decente (o anche solo in buon italiano) cosa fai, la tua visione e la tua filosofia?

Xmp: Raccontare per professione, oggi…pensi sia cambiato molto come mestiere?

Salvatore Iaconesi: No, non vedo un cambiamento nel mestiere del raccontare. Se non nel senso della disponibilità di strumenti diversi. Tolkien si sarebbe divertito un mondo, oggi. Di nuovo: raccontare non è un fatto tecnologico. Usa le tecnologie, ma non è una attività tecnologica. Ogni storyteller degno di nota si è sempre posto come obiettivo la creazione di mondi ed il coinvolgimento delle persone, per trasformarli in performer desideranti.

Xmp: In contesti narrativi di questo tipo, è ancora possibile distinguere il marketing della storia dalla storia vera e propria? Ed ha ancora senso farlo?

Salvatore Iaconesi: Finalmente il marketing non può più permettersi di essere fuori dal mondo. Forse non lo è mai stato. Ma di sicuro tanti non se ne accorgevano. Siamo nell’era del simulacro: una sospensione della capacità di distinguere cosa è “vero” da cosa è “falso”. Questa cosa ne provoca un’altra meravigliosa: l’emergere del “possibile” e della conversazione, suscitata da quest’ultimo. Non sono più importanti i prodotti o i servizi. È importante comprendere cosa le persone percepiscono come possibile, e il dotarsi degli strumenti per aprirvi una conversazione, per spostare – tutti insieme – questa percezione di possibilità un po’ più in qua o in là. Google, ad esempio, ci insegna proprio questo, in un continuo stato di narrazione transmediale che mira alla disruption, al cambiare le carte in tavola. Chi lo ha visto mai un Google Balloon, o una Google Car? Non importerebbe neanche tanto se non esistessero, se fossero dei fake. Quel che importa veramente è che rappresentano un mondo possibile, per come è percepito dalle persone. E che questa descrizione di mondi cambia le carte in tavola e, facendolo, diventa vera. Tanto da influenzare mercati ed economie (avete presente Amazon e i droni da consegna a domicilio?). Il marketing, finalmente, coincide con la storia, con la narrazione, con la conversazione, con la performance partecipativa.

Xmp:Parlami di Incautious Porn

Salvatore Iaconesi: Incautious Porn è un viaggio nella percezione della privacy. È una opera d’arte un po’ particolare. L’opera, infatti, non è un quadro o un video, ma una azienda, creata appositamente. L’azienda ha uno strano modello di business: cattura da migliaia di siti internet pornografici, principalmente siti di webcam e appuntamenti erotici, quei messaggi pubblici in cui le persone hanno lasciato, oltre ad un commento piccante, anche il loro numero di telefono. In chiaro, leggibile anche senza eseguire alcun login. “Hey baby! Chiamami che ci divertiamo: 3673899****”. L’azienda prende questi commenti e numeri di telefono e ci fa dei quadri generativi. Le persone li possono comprare. Questo è un comportamento dilagante, molto comune: Incautious Porn ha trovato più di 400mila commenti di questo genere, ma ne avremmo potuti trovare molti di più. È un chiaro segno che qualcosa di molto potente si è trasformato nel modo in cui percepiamo la nostra privacy. Incautious Porn, quindi, vende questi quadri molto particolari, e permette alle persone, pagando, di controllare se sono finiti nel nostro database e, pagando molto di più, di rimuoversi. Ovviamente è una performance artistica, e non desideriamo causare danni alle persone. Se esplorate il sito troverete, infatti, molti modi in cui evitiamo di causare problemi. Se avete fegato provate a versare i 1000 euro richiesti per essere rimossi dal database. ;)
Incautious Porn ci è molto caro perché esemplifica una modalità molto potente in cui una narrazione transmediale può facilitare l’emergere di forme di collaborazione tra arti, scienze, giurisprudenza, e società.
È una performance artistica utilizzata per comprendere meglio la trasformazione della percezione della privacy, i modelli di business online (veniamo venduti centinaia di volte online, ogni istante, l’unica differenza è che Incautious Porn ce lo dice esplicitamente), per esplorare le forme di possibile (o impossibile) tutela disponibili per persone ed aziende, e per far emergere la percezione di questa trasformazione, in modo che se ne possa discutere, e immaginare modelli nuovi e più giusti.

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Xmp: Oltre a questo vostro prodotto, hai altri casi di studio di ‘narrare espanso’ italiano che pensi valga la pena segnalare?

Salvatore Iaconesi: Ce ne sono moltissimi, soprattutto “di movimento” e relativi alle arti e ai nuovi modi di esprimersi.
Il già citato San Precario, o Anna Adamolo (protagonista dell’Onda Anomala dei movimenti studenteschi), o Anonymous. Tutti progetti transmediali che ottengono lo scopo di mutare la nostra percezione del possibile attuando performance partecipative, che intervengono sugli immaginari e che creano spazi di espressione, non prodotti finiti.

Xmp: Questa è l’ultima…in conferenze ed altre occasioni ti ho visto in azione con Oriana Persico, che insieme a te è l’anima di Art is Open Source (AOS). Insieme funzionate davvero bene, si percepisce una coesione molto forte ed al contempo del tutto istintiva…mi piacerebbe concludere con qualche tua riflessione libera, sul vostro sodalizio artistico accademico…

Salvatore Iaconesi: …ci sarebbe troppo da dire. Per adesso basti dire che io e Oriana siamo noi stessi una performance transmediale, che coincide con la nostra vita, e che si intreccia tra l’arte, la comunicazione, gli immaginari, i corpi, la politica e la visione possibilistica (oltre l’utopia) sul mondo. È una relazione molto complessa, perché combina due soggetti che sono allo stesso tempo degli individui, una coppia e un media.

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Questi due loschi figuri transmediali hanno come scopo principale proprio quello che abbiamo scritto in precedenza: creare spazi performativi partecipativi inclusivi, in cui le persone possano creare e adottare autonomamente nuovi immaginari e, così, trasformare il loro senso di possibilità. Lo facciamo con l’arte, l’insegnamento, la ricerca, e nel quotidiano. In un certo senso, la consideriamo come l’Arte del Presente: un arte che non mira a creare oggetti (per quanto interattivi), ma spazi possibilistici e di espressione, per altri. Realtà Sospese, più che Aumentate o Virtuali, in cui creare autonomamente nuovi codici, coi corpi, i desideri e la collaborazione e partecipazione a nuove forme di spazi pubblici. È questo che ci interessa veramente: la trasformazione dello Spazio Pubblico nell’era della conoscenza, dell’informazione e della comunicazione, e di come questo trasforma le persone, le loro relazioni, emozioni e interconnessioni.

Xmp intervista Salvatore Iaconesi (2)


196924387676038592-salvatore-iaconesi.fullEccoci alla seconda parte dell’intervista a Salvatore Iaconesi, che al termine della prima parte aveva messo in parallelo il funzionamento del nostro cervello con alcune delle tecniche narrative utilizzate nel transmedia storytelling.

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Xmp: Il ruolo centrale acquisito dai videogame nella cultura popolare, ha influenzato la diffusione di formati narrativi ludicizzati (penso in particolare a quelle parti del racconto in cui si cerca di garantire maggiore possibilità di interazione al pubblico)?

Salvatore Iaconesi: Il mio parere è che questo elemento sia una questione di “codifica”. Il ruolo dei videogame ha influenzato la diffusione di formati narrativi ludicizzati codificati. Abbiamo sempre giocato. Forse anche di più. Il gioco è sempre stato importantissimo per come lo usiamo per imparare a fare le cose, a collaborare, a relazionarci con gli altri, e così via.
Quel che è interessantissimo è che l’esperienza di gioco diventa sempre più codificata da altri. Sta, sempre di più, svanendo la possibilità per i giovani di creare i propri codici, a vantaggio della possibilità per gli adulti di creare i codici per loro. Sono sempre minori le possibilità per i bambini, ad esempio, di trovarsi a giocare in tempi/luoghi/modi non codificati, non decisi da altri: questo è il tempo/luogo in cui si gioca; questa è la palestra; questo è il campo da calcio; questo è il videogame.

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Prima dei videogame (e prima di tante altre cose, in realtà) c’era una maggiore esplorazione. Per dirla con i termini che abbiamo usato prima, c’era una maggior performatività, autonoma, creativa al di fuori dai codici, in cui, addirittura, creare i propri codici. I bambini erano in un continuo stato di creazione di mondi, transmediale. In un certo senso ci siamo trovati a diventare utenti, fruitori. Da performer a fruitori di servizi. È, evidentemente, una questione di codici. E, secondo me, il transmedia è una enorme opportunità, in questo senso. Nel senso della possibilità di abilitare nuovi metodi per stimolare di nuovo questa modalità performativa nelle persone, per creare i propri codici e condividerli – e metterli in discussione – con gli altri.

Xmp: Tra quelli tradizionali, c’è un medium che più degli altri sta dimostrando flessibilità nell’adattarsi a queste produzioni che si rilanciano da un canale distributivo all’altro?

Salvatore Iaconesi: È una domanda molto difficile. Perché il cambiamento è di tipo mutagene: quando avviene il “media” non è più lo stesso: occorrerebbe trovargli un altro nome.
Ma, se proprio vogliamo farlo, potrei dire il giornale, il quotidiano. Che, appunto, non è più lo stesso. È diventato una costellazione coordinata di oggetti (fisici e digitali) e processi. Include dati ed esperienze. Gallerie di immagini ed eventi. Spin-off e narrative parallele. Conferenze e flash-mob. Concorsi e guerrilla. Applicazioni mobile e contributi per la costruzione di smart cities. Il tutto per definire, se sono bravi, una esperienza unica e partecipativa, che però si stenta ad identificare con un “quotidiano”. Ma è quello che sta avvenendo. E, infatti, nei “quotidiani” iniziano ad apparire figure professionali inusitate: sviluppatori, ingegneri, organizzatori di eventi, sceneggiatori, artisti, designer di ogni genere, scienziati.

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Xmp: Ed i Social network? Mi sembra che oggi sia imprescindibile, nella costruzione di universi finzionali, la previsione di una presenza sui social network più diffusi…che valore aggiunto possono dare, secondo te, al racconto di una storia?

Salvatore Iaconesi: Profondità e performance partecipativa. Come detto: è il maggior determinante della riuscita di ogni storia. I social network permettono di stabilire la relazione, il network attraverso cui, a tutti gli effetti, la storia verrà narrata. Per essere “bravi”, dovremmo mirare a far sì che la storia diventi una piattaforma di espressione, un network relazionale, condotta da un incipit che attuiamo attraverso la narrativa transmediale: un “mondo” creato per far sì che le persone si attivino nella creazione di mondi.

Xmp: Quali competenze specifiche dovrebbero caratterizzare un professionista che intenda affermarsi in questo settore come transmedia storyteller?

Salvatore Iaconesi: È necessario chiarire una cosa. Per esempio: come si diventa “buoni scrittori”? Ci sono, ovviamente, vari livelli di interpretazione di una domanda del genere. Se la buttiamo con le competenze tecniche, uno scrittore potrebbe usare penna e calamaio, mentre un altro potrebbe usare del software di l’intelligenza artificiale per creare i suoi testi. Sono due opzioni fattibili e, tra l’altro, esistenti. E in mezzo ai due estremi c’è tantissimo spazio. Non penso che il punto di partenza debba essere tecnico o tecnologico, specialmente nell’era dell’informazione e della condivisione dei saperi. Penso che il punto di partenza debba essere culturale, e di immaginario. Attenzione: non parlo di immaginazione, ma di immaginario.
Per creare storie, bisogna leggerne tante. Di tanti tipi. Di tanti tempi, argomenti, momenti storici, modi di scrittura diversi. Bisogna essere in grado di analizzare le storie, comprenderle, criticarle. Vedere quali storie si scrivono e perché. Pinocchio è una storia per bambini, ma racconta anche il momento storico in cui è nata, lo spirito del tempo, gli approcci filosofici. Sono tutte cose fondamentali. Specialmente se si ambisce a creare una storia. La tecnica e la tecnologia sono semplici al confronto. E non deve sussistere dubbio alcuno: chi scrive la storia non è un tecnico, e neanche un tecnologo. Può accadere, ma non è necessario.
Quindi “come si diventa un buon transmedia storyteller”? Leggendo. Leggendo tanto. E capendo, in profondità le storie, il loro perchè, le loro strutture, il modo in cui sono costruite, non solo sul “libro” (o altro/i media), ma soprattutto nel modo in cui si sono sviluppate, quali link stabiliscono, quali significati accolgono, quali ne creano, a quali codici fanno riferimento. Ovviamente: siamo nell’era digitale. Occorre conoscerla, inclusi gli strumenti che le persone usano per esprimersi, per comunicare, per lavorare e consumare. E occorre capire i perché di tutte queste cose. Bisogna essere, in questo senso, degli antropologi, degli etnografi. Quindi, in sintesi: scrittori e antropologi. E, soprattutto, dotarsi di metodologie per lavorare in gruppo, per collaborare, per creare idee e discuterle in team.

Xmp: Ma tra i tanti…quale secondo te un libro di stimolo fondamentale per chi voglia narrare espanso?

Salvatore Iaconesi: Io ho tre favoriti: il Simulacres et Simulation di Jean Baudrillard, praticamente tutto Jorge Luis Borges, e Neuromancer di William Gibson. Il primo per la sua potenza nel descrivere il concetto di simulacro. Borges per la sua capacità di evocare scenari in cui la rappresentazione è più vera del vero. E Gibson per la cura con cui interpreta il concetto di Near Future Design, inteso come futuro veramente prossimo (anche oggi pomeriggio), capace di osservare il presente, evidenziarne le modalità ed utilizzarle in maniera transmediale (in senso “interiore”, come dicevamo prima) per suscitare desiderio e, quindi, trasformazione.

Xmp: Near Future Design… in sintesi di cosa si tratta, e quali opportunità offre a chi – e qui uso volutamente un termine il più possibile generico – voglia ‘creare’?

Salvatore Iaconesi: C’è una definizione di Superflux che mi piace moltissimo: si tratta di partire dalla descrizione della “realtà consensuale”, e di unire la descrizione dello “strange now” e delle “possibilità future” con l’obiettivo di descrivere il “new normal”. La realtà consensuale è il mondo che ci circonda, come mediamente lo percepiamo: le cose ordinarie, le narrative stabilite, usuali, la nostra quotidianità.
Lo Strange Now si compone attraverso l’osservazione etnografica dell’emergente, delle cose che “avvengono”, e che però non sono ancora pienamente codificate, comprese e assunte. Un perfetto esempio di Strange Now di qualche tempo fa era il comportamento che le persone avevano ai concerti, usando gli smartphone: perché diamine si perdono il concerto per fare delle foto col cellulare? Ce lo chiedevamo, non capivamo, e adesso è diventata la norma, tanto che ci sono dozzine di servizi atti a facilitare questo comportamento e a monetizzarlo. Le Possibilità Future sono derivate dall’osservazione, anche in prospettiva, dello stato dell’arte e delle tecnologie: quali sono/saranno le tecnologie migliori, più interessanti, più lavorabili, più malleabili del prossimo futuro?
Il tutto messo insieme per progettare il New Normal, ciò che sarà normale, usuale, tra poco, tra un mese, un anno, o anche oggi pomeriggio. Questo è, in sintesi, quello che fa un near future designer. È molto importante. E in un lavoro del genere la possibilità di comporre narrative transmediali è fondamentale.

Xmp: Mi sembra che tutto questo si leghi molto con il Design Fiction…anche in questo caso ti chiedo di chiarire ai non iniziati di cosa si tratta…

Salvatore Iaconesi: Il Design Fiction consiste nella realizzazione di prototipi diegetici per creare una sospensione della capacità di giudizio sul reale, al fine di abilitare una visione possibilistica del mondo. È fantascienza narrata attraverso degli oggetti. Se io ti faccio vedere un teletrasporto che, a tutti gli effetti sembra funzionare (e che magari funziona davvero, o ha tutti gli effetti che causerebbe l’esistenza di un teletrasporto), tu, immediatamente, avresti una sorta di illuminazione, di shock culturale, capace di trasformare in maniera radicale la tua percezione di “cosa è possibile”. Questo è un effetto potentissimo, al di là di ogni libro di testo, di qualsiasi lettura: l’oggetto è lì, di fronte a te, e ti obbliga a cambiare la tua visione del mondo, a spostarti un po’ più in là, in un altro mondo, in cui cose diverse sono possibili. Il Design Fiction è uno spazio, crea degli spazi: nuovi, molteplici e possibilistici.Rende facile prendere parte alla performance del futuro, alla creazione del futuro, tramite degli oggetti che entrano in modo molto naturale nel nostro “campo di normalità”, cambiando il modo in cui ci esprimiamo, aggiungendo parole al nostro vocabolario, mutando la nostra percezione del mondo e, soprattutto, il nostro immaginario. Ora è sempre più semplice ragionare in questo modo: è possibile creare oggetti elettronici, gadget e oggetti di design a basso costo, usando componentistica semplice ed accessibile, e con la stampa 3D, per esempio.

Xmp:  Esistono tecniche e strumenti specifici (bibbie transmediali, applicativi ad hoc?) per scrivere questo tipo di prodotti?

Salvatore Iaconesi: Io ho i miei, ma per altre persone potrebbero essere altri. Uno Google Keep e un Tumblr privato per prendere appunti. Sempre, continuamente. Ogni cosa che vedo, sento, di cui ho esperienza: un appunto, una foto o breve video. E me li riguardo spesso: cambio le tag, li riordino, li osservo per periodo o argomento, li reinterpreto. Leggo tanto. Di tutto. Dai manuali delle istruzioni, ai classici, alla fantascienza, ai libri di testo e i manuali, ai libri di Design e Architettura, alle riviste di ogni genere. E faccio foto anche di questi, ci prendo appunti sopra, strappo pagine, faccio screenshot…Uso molto Google Calendar: faccio calendari su calendari, che seguo (e riorganizzo) in maniera maniacale. Li uso per ricavarmi momenti per tutto: dalla lettura, all’andare dal commercialista, a incontrare persone, a fare giri a caso per la città in cui mi trovo. Li riorganizzo spesso, cambio le cose, cancello, ne aggiungo di nuove. È importante avere un senso del tempo, sapere quanto ci vuole a fare le cose, per me e per gli altri, anche le più strane. Nei miei calendari troverete anche scritte di tipo “qui non ci sono”, il che vuol dire che è un tempo che dedico allo scomparire, al de-codificarmi, al fare cose strane, all’andare in un posto a caso, in cui magari non sono mai stato prima. È fondamentale iniziare a capire quali sono i momenti più rilevanti delle nostre giornate, del nostro tempo, e costruire a partire da quelli. Non cedere alle distrazioni, alla mancanza di attenzione. Diventare performer attivi nello stabilire priorità, urgenze, importanze relative. Per gli strumenti tecnici: non ce n’è un set fisso. Con il tempo ho imparato ad imparare. Non è tanto importante sapere usare degli strumenti specifici. È importantissimo, invece, imparare come si fa ad imparare ad usare qualsiasi cosa entro una settimana. E magari anche a diventare più bravi dopo. Ma è importantissimo imparare ad apprendere i fondamentali di qualsiasi cosa, e a buttarsi, imparando con l’esperienza. Questo è uno skill decisivo. Non ti farà diventare mai obsoleto, e avrai sempre un vantaggio competitivo su tutti quelli che non lo possiedono. Nei miei calendari maniacali esistono sempre degli spazi per imparare cose nuove, per la sperimentazione, fine a sé stessa.

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Alla prossima settimana per la terza e ultima parte dell’intervista.
A presto.
Cor.P

Xmp intervista Salvatore Iaconesi (1)


Salvatore Iaconesi, Interaction designer, artista, ingegnere robotico. Professore a contratto presso la “Sapienza” Università di Roma, Facoltà di Architettura, Dipartimento di Disegno Industriale. Professore a contratto presso ISIA Design Firenze, dove insegna “Design Digitale Multipiattaforma”. Professore a contratto di “Interaction Design” presso IED Roma. Professore a contratto presso Rome University of Fine Arts. Professore a contratto presso il Master in Exhibit & Public Design e presso il Master in Interaction Design della “Sapienza” Università di Roma. Lecturer presso la Aalto University, Helsinki (Finlandia), dove insegna “Digital Design”. Consulente strategico per diverse organizzazioni ed aziende.
TED Fellow. Eisenhower Fellow.

Esperto di design strategico, di progettazione di sistemi esperti e di supporto alle decisioni, di design di sistemi di condivisione della conoscenza e di sistemi dedicati alle comunità multiculturali.
Tra i clienti: NttDoCoMo; H3G; Telecom Italia; Smart Telecommunications; Sony-Ericsson; 12Snap; TILab; Siemens International; Governo Italiano; General Electric; European Union Culture and Media Programs; le amministrazioni delle città di Roma, Firenze, napoli, Pompei, Torino, Berlino, Edinburgo, Nova Gorica, Trieste, Milano, Bergamo; Transmediale, Ars Electronica , Arts Council UK, Ministero della Cultura. Ha progettato e realizzato molte esperienze interattive per le arti, l’architettura, il teatro e le arti performative, su temi di rilevanza sociale a livello planetario, ed esposte in tutto il mondo.

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Xmp: Ciao Salvatore, benvenuto su CrossmediaPeppers…Penso valga la pena partire cercando di fare un po’ di chiarezza terminologica… crossmedia, transmedia, intermedia, assistiamo ad un proliferare di etichette, a cui mi pare non corrisponda altrettanto rigore definitorio. Puoi orientarci in qualche modo? Esistono delle differenze o questi termini sono interscambiabili?

Salvatore Iaconesi: Sì, è vero. Seppur esistano definizioni formali e precise per tutti questi termini, è raro vederli usati in modo corretto.
Il termine Intermedia, per esempio, fa riferimento alla definizione del confine tra i vari media e tra le diverse discipline artistiche. Non per niente è nato negli anni ’60, durante Fluxus, quando stavano diventando veramente difficili da definire i confini tra ciò che era audio, video, pittura, performance e così via. Era un momento di grande creatività, che avrebbe avuto portata rivoluzionaria, come ci mostra la Storia dell’Arte; si stavano scoprendo non solo nuovi modi di fare le cose, ma intere pratiche artistiche, a cavallo tra discipline che venivano ibridate, remixate, mischiate, fatte a pezzi e reinventate.

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I termini crossmedia e transmedia sono, invece, più vicini, ma non uguali.
In qualche modo il crossmediale include il transmediale: è più generale. Si parla di crossmedia quando si indica la capacità – di brand, iniziative, storie… – di utilizzare diversi media, in modo più o meno coordinato. Ad esempio, se ho un brand che si manifesta sul web, su carta, sul mio smartphone, sui social network, su una pubblicità per strada, e così via, sto parlando di crossmedia. La vera differenza con il transmedia è l’esperienza, la storia, l’immersività. Quando Jenkins ha definito il transmedia ha posto, giustamente, l’enfasi sull’uso coordinato di diversi media per creare una esperienza unica, immersiva, in cui le manifestazioni crossmediali fanno parte di un unico piano per creare la storia, l’esperienza e la performance. Questo fa veramente la differenza.

Xmp:  Come cambia il ruolo del pubblico di fronte a questi universi narrativi espansi?

Salvatore Iaconesi: La domanda può essere posta in tutte e due le direzioni, ovviamente. Nel senso che non è una mutazione unidirezionale. Come del resto non sono le tecnologie che cambiano l’essere umano oppure l’essere umano che cambia le tecnologie. È una trasformazione vicendevole: un ecosistema.
In questo senso il “pubblico” cessa di essere un pubblico, se mai lo è stato. Le persone diventano performer, prendendo parte alla narrazione. Proprio come accadeva per i libri: lo scrittore scrive “prato” e un lettore pensa ad un prato verde, mentre un altro pensa ad un prato ventoso, d’autunno. Prendono tutti parte alla narrazione, tramite i modelli mentali. La cosa che sta cambiando a velocità vertiginosa è il modello di attenzione e la sensibilità alla rilevanza.
Il modello di attenzione cambia per diversi motivi, primo tra tutti l’enorme quantità di informazioni cui siamo esposti e la loro interconnessione ipertestuale. Abbiamo oramai imparato a saltare di palo in frasca, a remixare continuamente, a seguire collegamenti, piuttosto che testi monolitici. Il narratore deve tenerne conto e, anzi, può (e deve) utilizzare questa modalità a suo vantaggio.
La sensibilità alla rilevanza cambia come risultato del mutato modello di attenzione. È molto più complicato “convincere” qualcuno che un certo “pezzo” di storia è proprio rilevante. Si devono attuare molti meccanismi diversi, allo stesso tempo, in maniera coordinata, per far sì che una persona abbia una esperienza “completa”, più lunga di qualche istante. In un certo senso dobbiamo essere più bravi noi a fargliene sentire il desiderio, quasi la necessità, fornendo indizi e suggestioni convergenti. Anche sfruttando la “coda dell’occhio”.
E, soprattutto, coinvolgendo, permettendo alle persone di prendere parte alla creazione della storia, in uno dei tanti modi possibili. Questo è, come sempre, il modo più efficace di suscitare il desiderio.

Xmp: Un esempio concreto di tecniche utili per “convincere qualcuno che un certo pezzo di storia è proprio rilevante”? Per convincerlo che vale la pena inseguire e contribuire a costruire la storia spostandosi da un medium all’altro?

Salvatore Iaconesi: Io uso molto spesso esempi di “movimento”, nel senso dei movimenti politici o di rivendicazione. Ad esempio Occupy Wall Street, o la precarietà in Italia, con San Precario: non potrebbero esistere senza una storia che attraversa una molteplicità di media differenti in modo coordinato (da quelli più digitali alla fisicità della manifestazione in strada), e in cui è fortissima la dimensione performativa, del desiderio e dell’immaginario. Non servono soldi, alla fine, per tirarli su, ma una storia capace di coinvolgere, rilevante e, soprattutto, che affronti temi fondamentali, che non sia soltanto una cosa “manierista”, con gli effetti speciali.

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Storie di questo tipo coinvolgono migliaia, spesso milioni, di persone, che prendono parte ben volentieri alla narrazione, perché è importante per loro, perché stimola l’immaginazione, fornendo una visione di ciò che è possibile: fa percepire che le cose possono cambiare in meglio, partecipando.
Questo è forse il tipo di esempio che molte aziende dovrebbero tenere a mente. Non si possono/devono più solo vendere prodotti e servizi: bisogna cambiare in meglio il mondo, anche per piccoli passi, e bisogna farlo con le persone, narrando la storia di come si vuole migliorare il pianeta e la società, e garantendo la possibilità di partecipare attivamente a processi del genere.
Sembrerà pazzesco, forse, a tanti soggetti aziendali, ma è così: anche per un produttore di assorbenti intimi, o di assicurazioni per la vita, o di carne in scatola. È il momento di fare i soldi in modo diverso, migliorando il pianeta, insieme alle persone. È lì, attualmente, la maggiore opportunità di business.

Xmp: Forse ci stiamo dimenticando troppo velocemente del caro, vecchio, amabilmente pigro, spettatore monomediale?

Salvatore Iaconesi: Siamo mai stati monomediali? Io non credo. Erano differenti i media, i tempi, i loro ritmi e il loro modo di intrecciarsi e disseminarsi. Ma l’essere umano non è mai stato monomediale. C’è un fatto, però, molto importante. Prima, fino ad un certo punto, la nostra multi/cross/trans-medialità era più interiore. Se leggevo un libro, provavo lo stesso una serie di esperienze differenti: sonore, visive, olfattive, propriocettive. Basti pensare al modo in cui leggendo in un libro che “Marco si morse il labbro con fare nervoso…”, molte persone si morderanno veramente il labbro, o almeno immagineranno di farlo. Quindi una esperienza transmediale, ma interiorizzata. E “prima” era così: transmediali, ma da dentro.
Ora ci stiamo progressivamente aprendo all’esterno, tanto che non solo gli stimoli, tramite le tecnologie ubique possono venire da fuori, ma addirittura la nostra identità assume forme che sono parzialmente fuori dai nostri corpi fisici. E un numero potenzialmente infinito di persone e processi possono intervenire nel nostro campo percettivo.
È uno spostamento di confini, e una loro maggior permeabilità e penetrabilità.

Xmp: Un modo di raccontare che rilancia il filo narrativo da un medium all’altro, è davvero così innovativo come gran parte della retorica sul transmedia storytelling da Jenkins in poi tende a suggerire?

Salvatore Iaconesi: Ci sono pareri discordi, ovviamente. Io dico di sì, per un motivo molto semplice: è questo il modo in cui funziona il nostro cervello, la nostra percezione. Noi, in realtà, non sappiamo nulla del mondo. Ma il nostro cervello è bravissimo a fare una cosa: raccogliere indizi. Se vediamo un “tavolo” non sappiamo cosa è un “tavolo”. Guardiamo non solo il tavolo, ma anche quello che lo circonda, il contesto, quello che c’è sopra, eccetera. E, oltretutto, uniamo quello che vediamo, annusiamo, sentiamo con quello che sappiamo già, per capire di cosa stiamo avendo esperienza.
Quando faccio le lezioni ai miei studenti, faccio sempre questo esempio: gli mostro un’aula e una sala operatoria. In tutte e due c’è lo stesso tavolo: nella prima è, senza ombra di dubbio, un tavolo da disegno; nella seconda è il tavolo operatorio. Cambiano le cose che ci sono sopra, intorno. Ma è lo stesso tavolo. È come i film horror: se levi il suono sono ridicoli, non fanno paura.
Transmedia è la creazione di un mondo coerente, in cui tutto punta alla descrizione della storia di quel mondo: ogni sassolino disseminato per la strada, anche quelli un po’ lontani dal percorso, che vediamo con la coda dell’occhio, descrivono il mondo.
E il nostro cervello funziona così: raccoglie tutti gli indizi, anche quelli meno evidenti, e cerca di trovare schemi, pattern ricorrenti, segni, associazioni, modelli. Se ci sono indizi sufficienti disposti bene, riconosciamo la storia, ci crediamo, esiste.
È interessante, oltretutto, come in questo processo sia importantissimo lasciare degli “spazi vuoti”, indeterminati, disseminati con cura. Perché questo provoca una sensazione di incompletezza che stimola in noi una modalità performativa: costruiamo da noi stessi le parti mancanti, partecipando alla costruzione del mondo.
È come la moglie del Tenente Colombo dei telefilm degli anni ’70. Non si è mai vista nel telefilm. Ma ci sono tanti, tanti indizi disseminati – in modo implicito o esplicito – sulla sua presenza: l’impermeabile sporco, i consigli che dà al detective, il fatto che gli cambia i lacci delle scarpe, la cucina, eccetera. Nonostante non l’abbiamo mai vista tutti noi ci siamo fatti ognuno una propria idea di come sia fatta, abbiamo costruito un nostro modello mentale della moglie del Tenente Colombo. Sappiamo se è mora o bionda, come si veste, cosa fa nelle sue giornate, come si muove. Ognuno ha un modello proprio, diverso dagli altri. Perché ognuno di noi ha partecipato autonomamente alla costruzione del mondo, in modo performativo.
Questo, nell’era dell’informazione, della comunicazione e, soprattutto, dei social network, è importantissimo. Perché è proprio questa modalità performativa, desiderata ed attuata dal nostro cervello – da come siamo fatti – che scatena la partecipazione alla narrazione transmediale.

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Alla prossima settimana per la seconda parte dell’intervista.
A presto.
Cor.P

 

Nuno Bernardo on Transmedia Pitch


Nuno Bernardo ha pubblicato online una guida al pitching di progetti transmediali. La guida è molto agile (18 pagg.), ma ricca di esempi stimolanti, ed è scaricabile gratuitamente qui.

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Come da titolo, la guida è pensata per chi voglia presentare in maniera convincente un progetto transmediale, al fine di coinvolgere partner che lo finanzino. Convincere qualcuno a mettere i propri soldi su un progetto creativo significa prima di tutto essere pronti a rispondere ad alcune domande fondamentali sul progetto in se e sulle motivazioni della sua natura transmediale.
Del resto molte di queste domande bisogna in primis porle a se stessi, nel momento in cui si decide di imbarcarsi nella realizzazione di progetti di questo tipo. Si tratta infatti di questioni fondamentali, elementi centrali per avere da subito una direzione di marcia ben definita. Per questo motivo la guida è utile per un pitching efficace ma anche, più in generale, per avere ben chiari alcuni principi cardine nella progettazione di prodotti transmediali.

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Trovo inoltre particolarmente riuscito il paragone utilizzato da Bernardo per spiegare come la scelta di narrare transmedialmente non sia una scelta vincente ‘a prescindere’, e debba anzi esserne vagliata attentamente l’opportunità, in particolar modo quando le risorse disponibili sono scarse:

[...] I used the Mona Lisa metaphor to explain this problem [...] It.s a fact that a big percentage of visitors of the Louvre go to the museum to see the famous Leonardo Da Vinci painting and only visit the corridors from the main entrance to the Mona Lisa room and back. But he Louvre has many other corridors and exhibition rooms that are not that popular: they are only seen by a small portion of the museum visitors. [...] [My advice is] focus on your Mona Lisa, the core story, characters and elements of your project, and the ‘corridors’ that lead to that core element. Don’t try to set up the full Louvre with its dozens of rooms and corridors, especially if your resources are limited. Down the line, if you succed with your initial approach, you will be able to add another room or another corridor.

A presto.
Cor.P

Vi segnalo: Barry Wellman all’Università Sapienza di Roma


Vi segnalo l’incontro con Barry Wellman che si terrà il prossimo 5 giugno 2014  a partire dalle 15, presso l’Università Sapienza di Roma, aula Oriana, Dipartimento CORIS, Via Salaria 113.

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Barry Wellman è tra i pionieri della Social Network Analysis e tra i padri fondatori degli Internet Studies. Già a partire dagli anni Settanta ipotizzava che la società non fosse organizzata in comunità coese, quanto piuttosto in network, introducendo successivamente concetti centrali per l’analisi delle relazioni sociali (anche) mediate dalle tecnologie, come la privatizzazione della sociability e il networked individualism. Attualmente dirige il NetLab presso l’Università di Toronto.

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L’originalità e il rigore delle sue ricerche hanno contribuito a sfatare utopie e distopie sulla rete fin troppo diffuse negli ultimi anni, proponendo una lettura attenta solo a ciò che le persone fanno con le tecnologie. Nel libro Networked. Il nuovo sistema operativo sociale, curato insieme a Lee Rainie ed a partire dal quale si svolgerà l’incontro, afferma infatti che sono le pratiche culturali e sociali a stabilire come le opportunità tecnologiche possano essere valorizzate e in quale direzione debbano evolversi: in questo senso i device tecnologici costituiscono solo i mezzi tramite i quali le trasformazioni del tessuto sociale possono esprimersi e incrementarsi.

Concludo citando parte dell’introduzione di Alberto Marinelli all’edizione italiana di Networked:

L’attenzione di Rainie e Wellman alle trasformazioni tecnologiche, come abbiamo visto, non è mai fine a se stessa e non assume una valenza determinante. La diffusione straordinaria dei device personali o il successo planetario di Facebook rappresentano solo dei fattori tecnologici abilitanti, che hanno sicuramente contribuito al rimodellamento dei network sociali, consentendo un decisivo incremento delle loro dimensioni e del loro grado di diversificazione, ma sono sempre le pratiche culturali e sociali a stabilire come le opportunità tecnologiche possono essere valorizzate e in quale direzione debbano evolvere. Allo stesso tempo, si può affermare che nessuna di queste tecnologie abilitanti costituisce oggi un sistema isolato o in grado di isolare le persone, come spesso si è temuto in passato, nelle prime fasi di sviluppo del personal computer e delle reti. I device tecnologici e le opportunità di comunicazione che essi incorporano sono oggi perfettamente integrati nella vita sociale, tanto da essere quasi indistinguibili nei quotidiani contesti d’uso. Della complessiva sintonia cui abbiamo fatto riferimento fa parte anche questa visione molto più serena e“normalizzata” rispetto alla possibilità delle tecnologie di incidere sulle identità personali e sulla vita sociale.
[...] Sul piano teorico, Wellman ha attraversato con il suo lavoro – e contribuito a ricostruire criticamente – il passaggio degli internet studies attraverso diverse fasi, incrociando il lavoro di ricerca condotto da Rainie. La prima fase (metà degli anni Novanta del Novecento) è caratterizzata dalle opposte estremizzazioni degli utopians, tecnoottimisti che vedevano in internet uno strumento di liberazione, e dei distopians, che temevano che le tecnologie potessero isolare gli individui, minacciando la coesione sociale e intaccando l’autenticità delle relazioni sociali, divenute virtuali. Nella seconda fase (fine anni Novanta), si registra una crescente attenzione per le tecnologie digitali da parte di mercato e istituzioni, insieme a una parallela progressiva integrazione delle stesse nella vita quotidiana delle persone comuni. In questa fase, si iniziano a svolgere sistematiche ricerche empiriche su ampia scala sull’uso di internet, documentandone la diffusione, osservando il comportamento degli utenti e l’integrazione di internet nelle loro pratiche quotidiane, con un ampio ricorso agli strumenti classici della ricerca sociale. Non è casuale che proprio nel 1999 viene avviato il Pew Internet Project diretto da Rainie, che comincia a fornire non solo agli studiosi ma anche ai politici e al mondo dell’informazione le tendenze più aggiornate sull’evoluzione del rapporto tra tecnologie e società. Nella terza età degli internet studies (che Wellman individua a partire dal 2004), la diffusione del cosiddetto “web 2.0”, da un lato, enfatizza le opportunità di utilizzo delle tecnologie in chiave relazionale e partecipativa, dall’altro, le considera, ormai compiutamente “embedded” nella vita reale, anche per effetto della crescente diffusione dei mobile personale devices. Networked si pone quasi idealmente come sintesi della straordinaria avventura di ricerca vissuta dai due autori nell’arco degli ultimi quindici anni; si sostiene sulla stretta integrazione tra ipotesi teoriche e dati empirici; propone una lettura finalmente libera da utopie e distopie, attenta solo a “ciò che le perso ne fanno con le tecnologie”. Per questo motivo non solo riesce a cogliere i tratti strutturali dell’impatto sociale di internet ma prefigura gli scenari che saremo chiamati ad abitare nei prossimi anni.

A presto.
Cor.P

 

Quick Quotes (7): Karim Ahmad


7 – [...]  Storyworlds create exponentially more access points to your content. The more access points there are, the more chances I have to discover your story. Remember, every viewer is a curator now, so give them more content to share.

 

Karim Ahmad, da un suo articolo su Indiewire, che merita la lettura integrale.

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Vi segnalo: WorkShop sul Transmedia Storytelling all’I-Lab Luiss


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Vi segnalo il Workshop sul Transmedia Storytelling che terrò, insieme ad Andrea Nicosia di Webside, il prossimo 8 Maggio, dalle 14.00 alle 18.00 presso l’I-Lab Luiss.
La partecipazione al workshop è gratuita, basta registrarsi qui.

Di seguito il programma del Workshop:

Il transmedia storytelling è l’articolazione di un racconto attraverso canali e strumenti differenti, per creare esperienze narrative più coinvolgenti. Il marketing è raccontare una storia.
Vedremo come i principi del transmedia storytelling possano applicarsi alla comunicazione d’impresa per rendere lo storytelling aziendale più efficace e come la narrazione transmediale possa essere sia di supporto all’impresa sia oggetto della stessa impresa.

  • Transmedia? Crossmedia? Definizioni e campi di intervento
  • Perché la narrativa funziona
  • Narrativa transmediale nell’era del content marketing
  • I ruoli: produttore, art director, sceneggiatore e oltre
  • Strumenti: quali esistono già e quali possono essere creati
  • I campi di applicazione della narrativa
  • Esempi di campagne di transmedia storytelling
  • Fare impresa con il transmedia storytelling
  • Progettazione di una operazione di narrativa transmediale

A presto.
Cor.P

 

 

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